La Scintilla. Cosa "serve" e "ferve" in città

lascintilladi Alessio Chirico* - In Italia negli ultimi tempi sembra essersi imposta una strana mentalità dominante. Sfogliare i giornali o semplicemente guardarsi intorno ci fa certamente intristire, scoraggiare, arrabbiare, secondo la sensibilità di ciascuno. Come potrebbe essere il contrario? Le manifestazioni di protesta in tante parti del Paese, proprio in questi giorni, lo confermano. Non mancano voci positive ma, nei discorsi dei più, il problema di un diffuso "disagio sociale", descritto nella sua più reale crudezza, sembra polarizzare l'attenzione e la preoccupazione.

Buona parte dell'opinione pubblica ha ormai assunto come vero un dato considerato incontestato: la realtà in cui ci troviamo a vivere fa acqua da tutte le parti. A questo punto, naturalmente ciascuno è portato a dire: io, in fondo, cosa posso farci? Non può escludersi che questo atteggiamento mentale risulti conveniente agli stessi "poteri costituiti", che dalla sostanziale passività della gente comune possono forse trarre almeno un vantaggio sicuro: il mantenimento dello "statu quo".

In ogni caso è un fatto che ordinariamente le persone descrivano se stesse come sole, impotenti, frustrate e incapaci di assumersi vere responsabilità per realizzare un desiderio di cambiamento – s'intende in meglio – per sé e per gli altri. Forse molti vorrebbero darsi da fare, ma la vita è così difficile e il mondo appare così complicato che si resta sgomenti a pensare all'idea di cambiarlo sul serio. In particolare, l'ipotesi di un impegno finalizzato alla costruzione del c.d. bene comune, nei discorsi di gran parte della gente comune, appare pura retorica, vacuo ciarlare, inutile "flatus vocis". La politica è considerata una "cosa sporca" e chi ha problemi seri certo non vi perde tempo. Insomma, chi cerca di pensare a come cambiare, praticamente, il mondo spesso viene scioccamente deriso, quasi s'impegnasse in un'impresa impossibile, un'utopia appunto.

Questo "nuovo nichilismo" si sposa bene poi con un'altra tara del pensiero, questa volta tipica di una certa cultura meridionale e, nello specifico, reggina: l'idea – ma meglio sarebbe dire: l'invincibile pregiudizio, che rasenta il più irrazionale cinismo – secondo cui, malgrado tutte le migliori energie e il lavoro idealmente più impegnato di alcuni, nulla di ciò che "non va" potrà mai realmente cambiare. Soprattutto nulla può cambiare qui, da noi e, se cambia, si tratta di pura finzione (al massimo, gattopardescamente si ammetterà che "tutto deve cambiare perché nulla cambi"). Questo è quello che si dice, si scrive, si "propaganda" un po' ovunque.

Ma le cose stanno davvero così? Siamo davvero convinti che il mondo in cui viviamo sia realmente come ce lo descrivono o come, pessimisticamente e con rassegnazione, lo percepiamo noi ad una prima, troppo superficiale, occhiata?

Partiamo da Reggio. A parlare dei tanti problemi che ci assillano non si sbaglia mai, ma dentro questa realtà socialmente ed economicamente devastata, già da diversi anni, il numero e la qualità delle associazioni (culturali, religiose, sportive, di volontariato, formative, di solidarietà, ecc.) è sorprendente. In particolare si è affermato un tessuto associativo non indifferente, che applica in concreto il principio di "sussidiarietà orizzontale": nei più disparati settori di intervento –soprattutto dove la mano pubblica non riesce ad arrivare – ormai sono le organizzazioni di volontariato a dare risposta ai problemi concreti delle persone. Si tratta di un patrimonio da non sottovalutare nei suoi aspetti non solo di impegno civile, ma anche "politico", laddove questo termine è impiegato nel suo significato più autentico di cura del bene di una collettività.

È appunto questa una prima risposta alla domanda che tanti scetticamente si pongono e a cui prima ci si riferiva («cosa posso fare io?»). In realtà, e tanto per cominciare, si potrebbe dire: «posso prendermi cura di quelle situazioni che mi sono più vicine». A me pare che i contrasti tra partiti politici e le bagarre tra i politici, o presunti tali, non reggano assolutamente il confronto con una presa d'atto, con una testimonianza così rilevante, che per di più coinvolge un numero non trascurabile (e crescente) di persone.

Le "reti" di associazioni, o le aggregazioni di semplici cittadini, che – a Reggio e nella sua Provincia – condividono questa realistica prospettiva si fanno sempre più numerose. Tra tutte, qui si vuole segnalare un folto gruppo di persone – della più varia provenienza (credenti e non credenti, di destra, centro e sinistra) e qualificazione professionale, e quasi tutti presenti a titolo individuale – che si incontra ogni venerdì presso i locali dell'istituto di formazione politico-sociale "Mons. Lanza". Questo gruppo di persone già da tempo sta portando avanti un lavoro di approfondimento sulle tematiche che nel nostro contesto comunale si rendono più pressanti e di difficile soluzione. È il tentativo accorato di alcuni concittadini i quali credono fortemente che la responsabilità politica rimanga una priorità, in un sistema di democrazia rappresentativa che non deve necessariamente restare legata mani e piedi alle vecchie nomenclature partitiche. Si tratta di un'esperienza di partecipazione democratica difficile e che esige molta pazienza, ma volta a costituire un'aggregazione politica "inclusiva", di cittadinanza attiva, con la consapevolezza di chi agisce con poche risorse, ma certo non si tira indietro di fronte alla prospettiva di costruire un vero e proprio "Patto Civico" che possa servire da sprone per l'elettorato.

In ogni caso, quest'assemblea di persone si impegna ad avviare e proseguire un lavoro di "laboratorio politico" al di là ed a prescindere dagli appuntamenti legati alle consultazioni elettorali, immaginando di proporre un appello ai singoli cittadinie chiedendo l'adesione a chi avverte il bisogno di rispondere alla propria coscienza civica, non intendendo più restare passivo ed indifferente spettatore del crescente degrado.

La lotta alle infiltrazioni mafiose, la trasparenza nell'esercizio delle funzioni per un controllo e una maggiore responsabilità degli organi amministrativi, la pianificazione antisismica e l'emergenza idrica, la stesura di uno Statuto per la città metropolitana che sia attento a tutte le comunità della provincia, la tutela prioritaria delle categorie sociali più svantaggiate: sono questi, con altri, i punti su cui maggiormente si è concentrata l'attenzione del ricordato gruppo di lavoro, almeno in questa prima fase.

Ma a Reggio fervono anche tante "altre" buone iniziative volte a costruire un futuro più vivibile: penso, per esempio, alla "Rete delle associazioni" che tanto sta facendo, per esempio, per la fruizione dei c.d. beni comuni. E potrei continuare.

Partendo dalla triste ma diffusa idea che "da soli" non potremo mai realizzare nulla di concreto, siamo spesso portati a saltare il primo passo: guardarci intorno con attenzione. Guardandoci intorno scopriremo, invece, non solo i problemi, ma anche i tentativi di soluzione (se si preferisce: a vedere non solo l'albero che cade, ma anche la foresta che cresce). Insomma, la ricerca e la scoperta di tante persone che, individualmente e collettivamente, svolgono un lavoro "per gli atri" e comunque si pongono il problema del c.d. interesse generale, ci fa sentire meno soli. E le diverse "contaminazioni" fra persone (e gruppi, associazioni, movimenti, ecc.) che operano sul territorio incoraggia in modo concreto verso il cambiamento/miglioramento.

Se tanti cominciano a conoscersi meglio e lavorare "insieme", non solo tra chi ci è più prossimo per idee, allora piano piano, saranno possibili progetti praticabili e non utopistici per il riscatto di Reggio e del suo territorio. Il difficile (ma non impossibile) è mettere "in rete" tutte queste buone energie che "servono e fervono".

*Dottore in Giurisprudenza - http://www.lascintilla.org/

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