Lettere dal Sud. Italia, dove le parole non hanno un senso

televisoridi Simone Carullo - Ormai in Italia non passa mese che non si senta abusare della parola golpe. In seguito ad un disastro strategico firmato PD, Giorgio Napolitano ottiene il suo secondo mandato alla Presidenza della Repubblica, ed ecco subito Grillo tuonare: "è un golpe, tutti a Roma". Processo Mediaset: Berlusconi viene condannato per frode fiscale a quattro anni di reclusione e cinque di interdizione dai pubblici uffici. Ancora una volta, una pletora di militanti pidiellini insorge ripetendo a menadito la storiella del golpe. "E' una persecuzione giudiziaria - ribadiscono - un disegno politico per eliminare il Cavaliere, un vero e proprio colpo di Stato ordito dalla Magistratura politicizzata atto a rovesciare il volere popolare." Poi la sentenza del processo Ruby e adesso la decisione della Corte di Cassazione di fissare per il 30 luglio l'udienza del Processo Mediaset. E di nuovo il tormentone del decennio torna ad inondare radio e tv. "C'è un golpe alla democrazia", lo dice la Santanché. Il Pdl insorge ancora, minaccia un nuovo Aventino, Brunetta afferma: "è un golpe di Stato". Maria Stella Gelmini si spinge oltre: "Berlusconi è un uomo della Resistenza". Il PD nel frattempo, come al solito, si spacca. Ineleggibilità, incompatibilità, "si gioca con le parole" per celare il fatto che sono vent'anni che i Democratici – in varie vesti – omaggiano di favori non ricambiati il Cavaliere. Sono vent'anni, cioè, che lo risuscitano dal mausoleo d'oro e d'infamia dove sempre va a cacciarsi.

Toghe Rosse, Golpe, golpino, mini golpe, persecuzione, Resistenza. Ripetute fino alla nausea le parole perdono di senso e finiscono per diventare mere associazioni di suoni. Sotto questa forma è possibile utilizzarle a piacimento, piegarle a qualunque fine, anche il più spregiudicato: fuorviare l'opinione pubblica.

"La TV mi spaventa, rende tutto credibile – afferma Lewis Black nel film L'uomo dell'anno – e se tutto diventa credibile, allora nulla è credibile. Insomma, la TV mette tutti in quelle scatole, uno di fianco all'altro. Da una parte c'è il matto da legare che afferma che l'Olocausto non è mai avvenuto, e accanto ci trovi il famoso stimato storico che invece sa tutto sull'Olocausto, e te li vedi lì seduti fianco a fianco, sembrano proprio uguali. Tutto ciò che dicono sembra credibile, e così andando avanti non c'è più niente di credibile, e smettiamo di ascoltare."

Allo stesso modo, oggi in Italia, siamo presi in mezzo tra la realtà dei fatti e la disinvoltura sfrenata di chi è capace di spingersi oltre l'inverosimile (ove tutto è plausibile). Il ritornello del golpe giudiziario, le iperboli di Grillo, i paradossi del PD, costringono tutti ad operare una sintesi del panorama politico che si basa su dati ambigui, approssimativi. Uno scenario da videogame, ove "nulla è reale e, pertanto, tutto è lecito". In un contesto siffatto fatichiamo ad orientarci: ci smarriamo inseguendo il mare di polemiche che monta, annaspiamo tentando di comprendere, affoghiamo estenuati da un vorticoso immobilismo. Siamo presi per stanchezza.

E se il senso delle parole è relativo allora è possibile dire tutto. E' possibile dire ad esempio - come ha fatto Calderoli – "la Kyenge sembra un orango." E' possibile insultare, come spesso ha fatto Berlusconi, la Bindi, la Merkel, Obama, Schulz ecc. E' possibile, cioè, macchiarsi di qualsivoglia crimine verbale, salvo poi smentirsi, rettificare, correggere maldestramente il tiro. La polemica infuria di colpo, ma ben presto l'Italia piaciona dimentica. E tutto questo perché il nostro è un Paese senza memoria: passato, presente e futuro si esauriscono nel breve effimero di un palinsesto televisivo, il tg della notte chiude ogni conto. E' un Paese senza memoria, ma anche senza coscienza, dove l'onestà intellettuale è solo una sterile combinazione di parole altrettanto sterili. L'onestà non è più un valore, o forse non lo è mai stato. Vige invece un sistema che premia i furbi, in cui l'astuzia è tutto e prescinde dalla conoscenza, in cui il sotterfugio, la scorciatoia, l'intrigo, sono i metodi "giusti" per riuscire. Fregare il prossimo e fregare lo Stato sono i nuovi imperativi categorici, quelli sortiti dall'uccisione della morale da parte dei paladini della "questione morale". L'intellettuale, dal canto suo, - quando non è una sorta di guru che parla da troppo lontano - è pienamente asservito al potere. Egli non è più il motore delle idee, l'anima pensante della società, la sua coscienza e la sua parte migliore, com'era ai tempi di Vittorini, Calvino, Sciascia, Pasolini ecc.. Oggi l'intellettuale è totalmente esautorato, ignorato. Assolve al suo ruolo di critico ed interprete della società solo per mezzo di canali che non fanno più opinione: dalle colonne dei giornali, dalle pagine dei libri, o per mezzo di trasmissioni notturne. In un'epoca in cui la cultura esiste solo in quanto "cultura materiale", tutto ciò che è altro rispetto al mero possedere si esaurisce in una sognante dispersione.

La versione locale di questa disinvoltura nell'uso del linguaggio giunge proprio dalle fila del Governatore Scopelliti. Il loro ostinarsi alla celebrazione farneticante del "Modello Reggio", come il momento più alto che abbia mai vissuto la città (stroncato di netto dai suoi "nemici"), non intende fare i conti con la realtà. Nessuno, ad esempio, si premura di specificare in cosa la città abbia guadagnato dal suddetto Modello: se in turismo (come spesso millantato), in servizi (quindi Sanità, pulizia, depurazione, collegamenti ecc.), oppure per la sua solidità di bilancio. Né, di contro, tengono ad offrire spiegazione al sopraggiungere impietoso dei disagi che tutti, in questi mesi, stiamo pagando. In questo senso la retorica del Governatore, e dei suoi accoliti, suona proprio come quella nostalgia che si usa provare per il ventennio fascista: "quando si potevano tenere le porte di casa aperte ..." perché non vi  era nulla da rubare!
La stessa gestione e soluzione della vertenza Multiservizi e della questione Metromare, all'insegna del "poi virimu", è la chiara dimostrazione di quanto appena detto. La propaganda trionfa. Un tripudio celebrativo impazza: Scopelliti ed i suoi sono i paladini della città. I Commissari, invece, ne escono male, malissimo, perché è un crimine voler seguire le regole in un posto come Reggio. In pochi hanno osato affermare che i problemi sorgevano da una gestione delle Società Partecipate quantomeno spregiudicata, in pochi hanno alzato la mano chiarendo come quelle società fossero in liquidazione per infiltrazione mafiosa, e nessuno ancora ci ha spiegato come molti dei loro dipendenti abbiano ottenuto il posto di lavoro!?!

Modello Reggio, città turistica, rilancio economico, nemici della città: si continua a giocare con le parole e poiché nulla è reale, tutto è lecito.

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