Lettere dal Sud. Il Decreto Lavoro e le generazioni tradite

lavorodi Simone Carullo - Era il 1980, l'epoca dei grandi movimenti di massa si era appena conclusa con la sconfitta dei sindacati nella vertenza contro la Fiat. Iniziava il riflusso. La contestazione giovanile scemava in un melanconico malcontento, la forza vitale e romantica della ribellione contro una vita preconfezionata doveva fare i conti con una società sorda, egoista e fredda. Tutte le battaglie vinte, tutte le conquiste ottenute, non bastavano a sconfiggere la tirannide, e tra tutte le tirannidi la peggiore era quella del tempo. Insomma, si rientrava dalle piazze per chiudersi in casa, per isolarsi e gozzovigliare. Ben presto la televisione commerciale avrebbe rapito ogni pensiero a suon di spot, e l'unico cruccio sarebbe stato per "l'ultimo strepitoso prodotto d'acquistare".

I nuovi modelli erano gli yuppies inglesi e gli eroi del cinema americano, ricchi, belli e spregiudicati. L'individualismo sfrenato soppiantava l'idea di comunità. Consumare s'imponeva come il nuovo "imperativo categorico". I soldi, la carriera e la macchina erano come un rosario da sgranare con devozione, l'avvocatura il nuovo sacerdozio.

"Guai a chi vi tocca l'individuo – scriveva polemico Don Milani in Lettera ad una professoressa – Il libero Sviluppo della Personalità è il vostro credo supremo. Della società e dei suoi bisogni non vi importa nulla ... l'ascensore è una macchina per ignorare i coinquilini. la macchina per ignorare la gente che va in tram. Il telefono per non vedere in faccia e non entrare in casa."

Intanto l'economia, che nei primi anni '80 aveva imboccato una tendenza recessiva, faceva registrare una sensibile ripresa intorno alla metà del decennio. Diversi fattori, tra loro concomitanti, contribuirono a rendere la ripresa dell'economia italiana particolarmente rilevante. Come scrive il noto storico Paul Ginsborg: "La vittoria della direzione Fiat nello scontro sindacale del novembre 1980 costituì un momento di svolta di importanza nazionale. L'esito finale di quella vertenza spostò definitivamente i rapporti di forza tra capitale e lavoro a favore del ceto imprenditoriale." Nell'85 un referendum popolare confermò la decisione di congelare parzialmente la "scala mobile". L'Italia sembrava essere finalmente pacificata e di nuovo sulle basi volute dalla classe capitalistica. Un clima di fiducia accentuato dalla fine del terrorismo e dalla stabilità politica che stava dimostrando la coalizione guidata da Bettino Craxi. Tuttavia, restava irrisolto l'eterno problema del Mezzogiorno, non a caso Eugenio Scalfari – storico direttore di Repubblica – scriveva: "Il Sud accumula frustrazioni, disoccupazione giovanile, distorsioni economiche, disavanzo tra risorse consumate e risorse prodotte. Insomma, la questione meridionale è più aperta che mai e la crescita italiana ne ha addirittura esaltato il peso."

Questo è il quadro storico-politico-economico nel quale le generazioni dell'ottanta sono state concepite, cresciute ed educate. E' stato raccomandato di pensare solo a se stessi, di studiare e di andare all'Università "perché senza una laurea non si va da nessuna parte". Messaggio ricevuto, si è studiato e si è andati all'Università. Tanti anni dopo, il giorno della laurea, a chiunque domandasse come ci si sentisse, la risposta era la medesima: "Disoccupati!". Abbiamo inziato il rito pleonastico dell'invio dei curriculum ed infine, disillusi, abbiamo chiesto ad un amico se poteva farci lavorare. Oggi scopriamo che è stato tutto inutile. Perchè, secondo il "decreto Lavoro" del governo Letta, per rientrare nella "panacea" delle assunzioni agevolate si dovrebbe avere meno di 29 anni, essere disoccupati da almeno 6 mesi, avere figli a carico, e non possedere più di una licenza media. Scopriamo che sarebbe stato bene lasciare la scuola e, senza alcuna certezza, senza nessuno scrupolo, metterci a figliare come matti. Ed allora ecco, nell'Italia dei paradossi, il nuovo appello ad una professoressa: quello del genitore di un maturando, che ha chiesto alla docente di bocciare il figlio affinché potesse essere assunto in una pizzeria. Della serie: "Quando con la cultura non si mangia!"

Finché si ragionerà in questi termini, finché si continuerà a curare un tumore con l'aspirina, finché si continuerà a posticipare l'età pensionabile, intere generazioni cresceranno ed invecchieranno senza mai essere entrate nel mondo del lavoro.

E in Calabria? E a Reggio, chi assume? Beh, l'unica grande azienda che da queste parti si può permettere assunzioni a tempo indeterminato è la 'ndrangheta. "Ma - per citare un noto comico reggino - si sa che anche lì c'è mafia...".