Net Society. Chi tutela i nostri dati personali?

netsociety31gendi Sabrina Salmeri - A questa domanda non è facile rispondere.

La prima risposta potrebbe essere "NOI".

I principali responsabili della gestione dei nostri dati siamo davvero noi stessi.

Il primo pericolo che incombe sulle nostre informazioni personali è quello della inconsapevolezza e/o leggerezza della divulgazione.

La Rete ci ha trasformato. Siamo diventati dati, codici, nickname e ogni giorno carichiamo tutti i dettagli della nostra vita in un luogo che ancora conosciamo poco: Internet.

Non mi sto riferendo ai casi di furto di identità, attacchi hacker o cose catastrofiche. Ma più semplicemente alla condivisione tout court di quello che ci riguarda.

Il caso più frequente è sicuramente la gestione delle App che scarichiamo sul nostro smartphone. Quanti di noi leggono attentamente i termini del servizio?

Su siate sinceri.

Sono troppo lunghe e scritte in piccolo e poi siamo sempre di fretta quindi clicchiamo subito su "Accetta" e via.

Tempo fa in una trasmissione americana - proprio sui "Termini di servizio" - un giornalista mostrava una clausola assurda posta nella sezione Termini e condizioni di un sito di e-commerce inglese. Diceva così: Effettuando un ordine tramite questo sito web, accetti di concederci un'opzione non trasferibile per rivendicare, ora e per sempre, la tua anima immortale.

Questa folle frase, accettata dalla maggior parte degli utenti del sito web, aveva il solo scopo di dimostrare che quasi nessuno legge per intero ciò che CEDE di sé in cambio di un servizio. Ovviamente l'azienda in questione non è certo proprietaria delle anime di alcuno dei propri clienti. E' stata solo una simpatica provocazione.

Pensiamo adesso a Facebook.

Il social network più usato al mondo è diventato una specie di diario/notiziario che ci consente di informare i nostri contatti di ciò che ci capita durante la giornata. Così come ci permette di conoscere altrettanto dei nostri "amici".

Facebook, azienda commerciale americana (fondata nel 2004 da Mark Zuckerberg), al momento della registrazione – gratuita - chiede subito all'utente di fornire nome, cognome, data di nascita e indirizzo email. Il passo successivo è l'inserimento della foto del profilo.

E il gioco è fatto.

In cambio dell'accesso gratuito al social network, noi abbiamo fornito volontariamente e consapevolmente i nostri dati personali ad una delle aziende (insieme ad Amazon e Google) che detengono il monopolio dei dati personali di milioni di utenti nel mondo, e li gestiranno a loro piacimento.

Nella sezione Privacy di Facebook c'è proprio una sezione dedicata ai tipi di informazioni raccolte durante la nostra "esperienza" sul sito.

In base ai Servizi che usi, raccogliamo diversi tipi di informazioni che ti riguardano.

Attività che esegui e informazioni che fornisci

Raccogliamo i contenuti e le altre informazioni che fornisci quando usi i nostri Servizi, anche quando crei un account, crei o condividi contenuti e invii messaggi o comunichi con le altre persone. Può trattarsi di informazioni presenti nei contenuti che fornisci o relative ad essi, ad esempio la posizione di una foto o la data in cui è stato creato un file. Raccogliamo anche informazioni sul modo in cui usi i nostri Servizi, ad esempio i tipi di contenuti che visualizzi o con cui interagisci o la frequenza e la durata delle tue attività.

Le tue reti e connessioni

Raccogliamo le informazioni sulle persone e sui gruppi con cui ti connetti e il modo in cui vi interagisci, ad esempio le persone con cui comunichi più spesso o i gruppi con cui ti piace condividere contenuti. Raccogliamo anche le informazioni che fornisci se carichi, sincronizzi o importi le informazioni in questione (ad esempio la rubrica) da un dispositivo.

Questi sono solo alcuni stralci di una sezione sconosciuta, immagino, dal 90% degli utenti di Facebook.

Fa paura vero?

netsociety31genbis

In un articolo molto duro, ma che condivido appieno, Aldo Pecora – nostro concittadino, giornalista e direttore di Ninja Marketing, sostiene che "siamo ignoranti, perché non abbiamo capito quanto valore abbiano davvero i nostri dati".

Su questo argomento torneremo presto, ma in chiusura prendo come spunto di riflessione proprio quanto scritto da Pecora: "se ci facessero pagare un abbonamento, in cambio della promessa di non profilarci, quanti di noi, sinceramente, sarebbero disposti davvero a sottoscriverlo?"