Storie e Memorie
 

E!StateLiberi. A Reggio con “le città invisibili” il primo cantiere urbano di legalità

EstateLiberi1di Valeria Guarniera - A vederli sembrano tanti giovani allievi del Gabbiano Jonathan Livingston. Inconsapevoli portatori del suo messaggio, mentre mettono in pratica i suoi insegnamenti, seguendo la via che allontana dalla banalità e dal vuoto e comprendendo che oltre che del cibo un gabbiano vive "della luce e del calore del sole, del soffio del vento, delle onde spumeggianti del mare e della freschezza dell'aria". Jonathan parlava di cose molto semplici: raccontava di come sia importante conoscere e seguire la propria natura, senza lasciare che i condizionamenti esterni la reprimano, non limitandosi mai a ciò che la società – o una parte di essa – impone: "Puoi arrivare da qualsiasi parte, nello spazio e nel tempo, dovunque tu desideri". E loro, questo messaggio, sembrano averlo recepito in pieno. Sono i ragazzi di E!StateLiberi, ospiti graditi in una città che vuole cambiare, per il primo dei tre campi urbani della legalità: "Le città invisibili, cantiere urbano della legalità", all'ex Bowling di via Cuzzocrea. Ventisei, tra ragazzi e ragazze, in quella meravigliosa età che fa affrontare tutto con estrema naturalezza, che porta a vivere la vita fino in fondo, prendendo tutto quello che c'è da prendere. E dando tutto ciò che si possiede: se stessi. A quindici anni ci si dona senza rendersene conto; si abbattono muri e si costruiscono ponti. A quindici anni si mettono le basi per una rivoluzione possibile. Perché decidere, a quindici anni, di spendere parte delle proprie vacanze lavorando in un bene confiscato, in una città che non è la propria, in una terra che non si conosce ... beh, se questa non è una rivoluzione!

EstateLiberi3"Costruiamo giustizia, legalità, bellezza" – Un piccolo esercito di giovanissimi combattenti, armati di guanti, mascherine per la polvere e scarpe da lavoro, ha letteralmente invaso l'ex bowling di via Cuzzocrea: "E' questo il segno che vogliamo dare alla città: restituire un bene che veniva usato in maniera distruttiva rendendolo costruttivo". Giuggi Palmenta - responsabile del campo per Arci, insieme ad Elena Trunfio – ci accoglie all'ITIS Panella (la scuola che ha ospitato i ragazzi) in un caldo pomeriggio, con addosso la stanchezza e nel cuore la soddisfazione per il lavoro svolto: "Siamo contente, il campo è andato benissimo: abbiamo posto le basi per una buona pratica. Lo slogan "costruiamo giustizia, legalità, bellezza" dice tutto, perché ciò che vogliamo è restituire alla città quella bellezza che le è stata tolta da mani sporche. Quello che una volta era un bowling, diventerà un centro civico per ragazzi, con un bar etico, bottega della legalità, sala studi, spazio di coworking; l'ambiente è grande e si presta a tante cose. L'importanza di riprendersi un bene confiscato e farlo vivere è proprio il messaggio che si vuole dare. Resistenza e resilienza. Questo campo, questo modo di fare e di vivere, è un esempio di resilienza". L'immobile, sito nel centro storico della città, su cui i volontari sono intervenuti è attualmente un bene in confisca di secondo grado assegnato dalla Procura all'associazione Arci quale soggetto capofila della rete di Libera Reggio Calabria. L'immobile fa parte del maxi sequestro (330 milioni di euro tra immobili, auto, quadri di grandi artisti e conti correnti) realizzato dalla Guardia di Finanza nei confronti dell'imprenditore reggino Gioacchino Campolo che secondo gli investigatori grazie alla vicinanza alle cosche, ha accumulato una straordinaria ricchezza patrimoniale (i militari della Guardia di Finanza hanno rinvenuto tra l'altro ben 102 quadri del valore di 8 milioni di euro. Da De Chirico a Guttuso, passando per Migneco, Ligabue e Salvador Dalì). L'immobile prima del sequestro era una delle sale giochi più frequentate dai giovani reggini. "Attraverso uno strumento didattico innovativo come il Cantiere Urbano della legalità – spiega Giuggi - i volontari sono stati fattivamente impegnati nella progettazione partecipata, riqualificazione e allestimento del bene confiscato. Abbiamo proposto agli allievi un'esperienza concreta, un servizio pratico da vivere sul territorio. Un bene confiscato, un bene comune non valorizzato, è sì uno spazio strappato alle logiche della sopraffazione e del condizionamento mafioso, e quindi oggetto concreto di un'azione di contrasto alla criminalità, ma, soprattutto, è una risorsa che deve diventare ricchezza per la collettività, dove sognare e concretamente costruire un nuovo spazio di cittadinanza responsabile".

Estateliberi2"Aiutiamo questa terra e facendolo salviamo noi stessi" – Sorprende la naturalezza con cui una mente così fresca e giovane riesce ad elaborare un simile pensiero. Eppure il ragionamento che fa Valeria, ragazza del nord Italia impegnata in questa esperienza, è molto semplice: "L'Italia è una. Anche se in alcuni contesti la situazione sembra (e forse è) più semplice, siamo tutti sulla stessa barca: qualunque comunità è anche nostra". Sveglia alle 7,45 con canzone rock – colazione – lavoro al bowling – doccia – pranzo – riposo – attività pomeridiane – cena – baldoria fino alle 4 di notte: è questa la giornata tipo. Me la racconta Valerio, romano d.o.c. e anima del gruppo, affascinato dalla calma di questa città a misura d'uomo: "Entrare in un posto chiuso da tanti anni è stata una sensazione stranissima. Io lo vedo come un progetto bello e utile. Riprendersi un luogo è importante, è figo oltre che giusto. Puliamo, togliamo la polvere, trasformiamo e progettiamo". Tra le risate, l'imbarazzo iniziale e un po' di apparente timidezza, i ragazzi mi raccontano la Reggio che hanno visto, racchiudendola ciascuno in un pensiero o in una parola: poco valorizzata – bella – ricorda Napoli - luminosa e solare – sporca – trasandata – una città da scoprire – pittoresca – simpatica – calma – movimentata - aperta – luce ovunque – spazzatura, sporco dappertutto: "I reggini dovrebbero curarla di più – è il grido unanime – dovrebbero capire che la città gli appartiene, che è un peccato lasciarla andare in malora. E anche le amministrazioni in questo dovrebbero fare la loro parte". Come dire, ambasciator non porta pena ...

Di argomenti come mafia e 'ndrangheta i ragazzi avevano solo sentito parlare. E anche abbastanza superficialmente, attraverso i luoghi comuni probabilmente. "Al Sud sono tutti mafiosi; nascere lì significa essere dei predestinati". Si sente dire, specie nelle cronache nazionali. Reduci dall'incontro con alcuni familiari di vittime - Pietro Canonico, Stefania Gurnari e Rosa Quattrone – i ragazzi hanno toccato con mano cosa significa resistenza: "Quello è stato l'incontro più bello: finchè non si tocca la situazione con mano non si può capire. Grazie alle loro testimonianze ho capito molto bene cos'è la ndrangheta" – A dirlo Serena, con una strana luce negli occhi, come se qualcosa l'avesse turbata e nello stesso tempo illuminata: "In quelle parole abbiamo trovato il vero senso dell'esistenza e della resistenza. Abbiamo visto che è possibile trasformare il dolore in forza. Lì ho trovato il senso dell'Inequivocabilmente giusto. Il significato più vero e profondo della vita".

Quindici anni e una lezione di vita ... per noi.