Storie e Memorie
 

A 25 anni dalla morte, l'impegno di don Italo Calabrò è ancora vivo

don-italolocandinadi Valeria Guarniera - A venticinque anni dalla sua morte, don Italo Calabrò è più vivo che mai. Rivive nella determinazione di chi, avendolo conosciuto, porta avanti il suo messaggio. E cammina sulle gambe di chi, pur non avendolo conosciuto, prosegue sulle sue orme e raccoglie i suoi frutti. E c'è nella profonda attualità del suo messaggio. Ieri, presso la sala Calipari del consiglio Regionale, a Reggio Calabria – "quel fazzoletto di terra in cui si riflette il mondo" diceva don Italo – in tanti per ricordarlo: Mons. Morosini, Arcivescovo diocesi di Reggio Calabria; don Luigi Ciotti, Presidente Gruppo Abele e Libera, associazioni nomi e numeri contro le mafie; Corrado Calabrò, Presidente onorario del Consiglio di Stato; Marco Minniti, Sottosegretario di Stato alla Presidenza dei Ministri e Giuliano Quattrone, Direttore Regionale INPS Emilia Romagna.

Non una triste commemorazione. Don Italo non era proprio il tipo. Piuttosto un saluto gioioso, una festa per celebrarne la vita. E' stato questo il senso dell'iniziativa che la Diocesi di Reggio ha voluto assumere in occasione del XXV anniversario della scomparsa di questo sacerdote che ha segnato profondamente la vita della chiesa e della comunità reggina. Sacerdote reggino, Parroco nella piccola parrocchia di Sambatello, insegnante presso l'Istituto Panella di RC, don Italo era l'incarnazione del coraggio e della semplicità. Agli inizi degli anni settanta, avviò il Centro Comunitario Agape, una comunità da lui realizzata per la comunione di vita con i più poveri e la Piccola Opera Papa Giovanni per l'accoglienza dei dimessi dall'ospedale psichiatrico e dei giovani con disabilità mentale. In quegli anni segnati dalle guerre di mafia, in un contesto in cui poveri ed emarginati venivano abbandonati a se stessi, tra case di cura costrette a lottare con innumerevoli difficoltà e ospedali psichiatrici ben oltre i limiti del rispetto della dignità umana, don Italo si faceva spazio tra le ingiustizie, accompagnato dal quel piccolo esercito di giovani pronti a seguirlo, per cercare di ristabilire un ordine. Per ricreare quella giustizia sociale in cui credeva profondamente, invertendo l'ordine della fila, mettendo gli ultimi al primo posto, per guidare gli altri.

"Invitava i giovani a lottare, li educava alla lotta, alla responsabilità personale, a non delegare", ha detto don Ciotti nel suo appassionato e sentito intervento. Li portava per mano mostrandogli l'orrore dell'ospedale psichiatrico, mettendoli di fronte alle fragilità, facendoli sentire responsabili di un cambiamento possibile. Facendogli cambiare prospettiva, chè i poveri sono i nostri padroni". E tra il pubblico, ad annuire sorridendo, tanti di quei ragazzi di un tempo, uomini di oggi.

"Era un uomo, un sacerdote, capace di guardare il cielo senza mai distrarsi dalle responsabilità che aveva sulla terra. Praticava l'antimafia della corresponsabilità e non degli slogan. L'antimafia della concretezza". Don Ciotti ricorda con commozione don Italo. Il loro primo incontro a Roma, negli anni '70, quando si iniziava a parlare di volontariato. E il suo coraggio, quando di 'ndrangheta si parlava ancora meno, nel prendere posizione. "Conosceva benissimo la 'ndrangheta e i suoi meccanismi. Le dinamiche interne. All'interno del suo confessionale – racconta don Ciotti – raccoglieva le lacrime e il dolore figlie di questo sistema perverso. E fuori dal confessionale provava a fare la differenza, li esortava a cambiare, a lasciare liberi i loro figli. Li chiamava uomini del disonore". 24 anni prima di Papa Francesco, in un clima tutt'altro che semplice, dalla Calabria don Italo lanciava un anatema sui mafiosi: "Con quel regno del male e delle tenebre noi non vogliamo confonderci – gridava in seguito al rapimento di Vincenzo Diano, di undici anni - vogliamo isolare questa parte infetta dalla realtà calabrese (...) I mafiosi si ritengono uomini e addirittura uomini d'onore. Se c'è qualcuno che non è un uomo è invece il mafioso. E se c'è qualcuno che non ha onore è il mafioso. I mafiosi non sono uomini e i mafiosi non hanno onore".

Un sacerdote capace di creare ponti, instaurando un dialogo costante con tutti e che si faceva forte portando avanti l'etica del comportamento individuale. Che scommetteva sulla responsabilità piuttosto che sulla forza. Uno straordinario protagonista del suo tempo, capace di incidere sulle vita delle persone e sui fatti sociali. Ma soprattutto un uomo, straordinariamente normale. Umanamente eccezionale.