Storie e Memorie
 

Esclusivo. Il "rapimento" di don Italo Calabrò per salvare una giovane dalla ‘ndrangheta

donitalocalabrodi Valeria Guarniera - "Ci faceva sentire giganti pur essendo dei nani. Riusciva a convincerci – profondamente e realmente – che davvero tutto era possibile. Ciascuno di noi si sentiva trattato da lui come se fosse l'unica persona al mondo. Era un punto di riferimento sicuro. Come un padre, ci guidava camminando accanto a noi. E come un maestro, ci insegnava la vita facendocela vivere". Ha gli occhi stracolmi di gioia Mario Nasone mentre parla di don Italo Calabrò. Appoggiato a quella che un tempo è stata la sua scrivania, lo ricorda con affetto e gratitudine, profondamente convinto che la sua vita grazie a quell'incontro abbia preso la direzione giusta. Oggi Presidente del Centro Comunitario Agape, uno dei tanti semi piantati da don Italo. Ieri un ragazzo in procinto di attuare - insieme ad altri, più o meno consapevolmente - una vera e propria rivoluzione. "Era un prete in trincea, che lottava, andando oltre le parole. Ci metteva la faccia, senza troppi ragionamenti". Sacerdote reggino, Parroco nella piccola parrocchia di Sambatello, don Italo era l'incarnazione del coraggio e della semplicità. In quegli anni segnati dalle guerre di mafia, in un contesto in cui poveri ed emarginati venivano abbandonati a se stessi, tra case di cura costrette a lottare con innumerevoli difficoltà e ospedali psichiatrici ben oltre i limiti del rispetto della dignità umana, don Italo si faceva spazio tra le ingiustizie, accompagnato dal quel piccolo esercito di giovani pronti a seguirlo, per cercare di ristabilire un ordine. Per ricreare quella giustizia sociale in cui credeva profondamente, invertendo l'ordine della fila, mettendo gli ultimi al primo posto, per guidare gli altri: "L'emarginazione è legata solo in parte alle strutture – diceva a proposito della legge Basaglia - Deve crescere nella società ecclesiale e civile il grado di comprensione, di dialogo, di solidarietà: senza di questi ogni legge è inutile".

Un prete in trincea. Lo ripete spesso Mario Nasone raccontando gli anni della sua giovinezza trascorsi al fianco di don Italo. Tra aneddoti divertenti ed episodi del tutto unici, quasi folli. "Una volta mi sono ritrovato a fare da palo per il rapimento di una ragazza – ricorda sorridendo – ma don Italo era così: al suo fianco eravamo in grado di fare di tutto, anche l'impensabile. In quella sana incoscienza che solo la giovinezza ti sa dare". Ebbene sì, rapimento. A fin di bene, s'intende. Tutto parte da una segnalazione che il telefono azzurro fa all'Agape, avvisandoli della telefonata di una ragazza di quindici anni che, per scongiurare il matrimonio che i genitori le vogliono imporre con un rampollo di una nota famiglia di mafia, per stabilire un concreto legame tra le due famiglie, minaccia di suicidarsi. Una situazione abbastanza comune, soprattutto in quegli anni, che don Italo non intende affrontare con le parole: "Inutile parlare con chi non sta ad ascoltare. E poi qui non c'è tempo da perdere. Una sola cosa possiamo fare: rapire la ragazza". Ed ecco che si passa all'azione (ovviamente con il consenso della ragazza) e il piano prende forma. Un rapimento in piena regola. Il tutto in un'organizzazione perfetta: il giovane Mario a fare da palo, tenendo il motore della macchina acceso. Suor Maria Speranza rompe il vetro e "preleva la ragazza". Mentre Ilario Pachì, Presidente del Tribunale per i Minorenni, complice, aspetta notizie per iniziare la trattativa con i genitori. Una storia che fa sorridere – e che dopo i vari incontri con i genitori, non senza difficoltà – si è conclusa bene. Ma che nasconde un retrogusto amaro, perché racconta – al di là dell'evento in se – le difficoltà di un momento storico in cui ribellarsi a certe situazioni poteva diventare davvero pericoloso. E che dimostra come l'appoggio delle Istituzioni (in questo caso il Presidente del Tribunale) sia fondamentale.

"Don Italo diceva che ci sono due tipi di Chiesa – racconta Mario - quella del salotto e la Chiesa della trincea. La Chiesa che fa i convegni, i documenti... e la Chiesa che invece và in prima linea. Ebbene, don Italo era un vero combattente, non guardava in faccia nessuno. Stava lì, mettendoci la faccia, e la voce. Si faceva sentire. Certamente aveva un senso profondo dell'ubbidienza, rispettava l'Istituzione. Ma diceva la sua, quando non era d'accordo lo faceva presente. Se davanti aveva il Papa, il Vescovo o un semplice sacerdote non faceva differenza: dissentiva, quando sentiva di doverlo fare, ma rispettava e accettava le decisioni, pur non condividendole. Si apriva al dialogo. La cosa straordinaria di don Italo – continua Mario - è che pur essendo un rivoluzionario nella sua vita è sempre stato costretto ad avere incarichi di Curia dentro l'apparato e questi ruoli gli stavano un pò stretti".

Nel coraggio dei suoi pastori la gente ritrova il suo coraggio. Definire i mafiosi "uomini del disonore" – specie in quegli anni - significava avere coraggio. Così, mentre in tanti tendevano ad abbassare la testa, don Italo si scagliava contro di loro con una rabbia e una forza tali da scuotere le coscienze di chi lo stava ad ascoltare. Era il 27 luglio del 1984 quando, in seguito al rapimento di Vincenzo Diano, di undici anni, don Italo con le sue parole ha tracciato una linea di demarcazione: "Siamo qui per condannare il male e non lo facciamo in termini generici. Siamo qui questa sera per condannare ogni male, ma in modo speciale la mafia, la nostra mafia, o ndrangheta che dir si voglia, della nostra Calabria e vogliamo, dinnanzi alla comunità nazionale e alla comunità ecclesiale, dire che noi intendiamo isolare tutti coloro che hanno scelto la via dell'odio e non vogliamo e non possiamo confonderci con loro. Con quel regno del male e delle tenebre noi non vogliamo confonderci, vogliamo isolare questa parte infetta dalla realtà calabrese (...) I mafiosi si ritengono uomini e addirittura uomini d'onore. Se c'è qualcuno che non è un uomo è invece il mafioso. E se c'è qualcuno che non ha onore è il mafioso. I mafiosi non sono uomini e i mafiosi non hanno onore". 24 anni prima di Papa Francesco, in un clima tutt'altro che semplice, dalla Calabria don Italo lanciava un anatema sui mafiosi. Lo faceva col coraggio di chi sa che sta facendo la cosa giusta. Con la forza di chi smuove le coscienze. E con la speranza che qualcuno possa continuare quel cammino.

Ai fratelli dell'Agape domando di continuare a impegnarsi sempre per i fratelli più emarginati. Così, nel testamento spirituale, don Italo affida i più bisognosi, quelli che non hanno nessuno, ai suoi giovani. A quei ragazzi ai quali ha insegnato tutto. "I poveri, gli emarginati, i pazzi, i disabili, per don Italo venivano al primo posto – racconta Mario - Quelli che non avevano il lusso di poter scegliere che vita fare. Quelli che lottavano anche solo per respirare. Erano la sua ragione di vita. Li difendeva, battendo i pugni e alzando la voce. Andando contro qualcuno di importante, se necessario. 'Loro sono i nostri padroni', ripeteva sempre. E a noi insegnava questo. Con i gesti, oltre le parole. Ci spiegava il Vangelo con i fatti. Don Italo credeva nei giovani – spiega Mario Nasone – ci faceva sentire speciali, in grado di fare tutto. Sapeva che dai giovani bisogna ripartire. Che però non tutto dipende loro: vedeva nel lavoro il riscatto della legalità, la via d'uscita. C'era la ndrangheta che ammaliava con i soldi facili. E poi c'era lo Stato che ieri (e oggi purtroppo) non dava garanzie. Lui cercava di rimediare inventandosi di tutto, sfruttando al massimo le sue conoscenze, pur di dare ai ragazzi che seguiva una possibilità. Era un educatore. Era un maestro di vita".