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Il post Gay Pride di Dattola: “Paura resta, senza cedere granello propria dignità”

dattolalucioarcigaydi Daniela Liconti - All'indomani del Calabria Pride, Lucio Dattola, presidente di Arcigay Reggio, è sereno come può esserlo solo chi sa di aver fatto la cosa giusta. Lo incontriamo per parlare dei primi risultati di un evento la cui portata avrà bisogno di tempo per essere metabolizzata, fugare i dubbi su facili strumentalizzazioni, ribadire il valore di quanto messo in campo e riconoscere il merito a quanti hanno partecipato e reso possibile la sua organizzazione testimoniando la condivisione di ragioni e sentimenti. E restituire al mittente chi liquida il Pride come una carnevalata, invitando ancora una volta a guardare più in alto per non offendere la propria stessa intelligenza.
Molti gli aspetti di una questione – il riconoscimento della pari dignità della persona omosessuale - che va molto oltre l'ovvio e tocca la società civile, l'imprenditoria, il mondo professionale, la famiglia, le agenzie di formazione. Solo abbracciando questa realtà e "comprendendola" nella totale accezione del termine, l'intera comunità potrà emanciparsi da pregiudizi e discriminazioni. E dirsi civile.

I motivi di orgoglio del dopo Pride?

"Non abbiamo immaginato questo primo Pride come un evento circoscritto, lasciando ad ognuno la propria libera interpretazione per esprimersi come meglio credeva. Capisco che una tale libertà spaventi: spaventa l'esposizione pubblica, l'idea del travestito, l'eccesso, ma anche l'essere visto dal parente. E' uno di quei momenti in cui sei ad un bivio e devi scegliere se esserci o no.
La nostra idea era di testarci sul campo e arrivare all'istituzione di un comitato regionale dopo, cosa che oggi appare riduttiva in quanto di fatto abbiamo realizzato un evento regionale unico in Italia con tre portavoce.
Altro motivo di orgoglio sono stati tutti i patrocini morali, quelli che per noi contano di più. A partire dalle Province calabresi, il Consiglio regionale e le Pari opportunità, le Consigliere di parità regionale e provinciali; implicito quello del Comitato PP.OO. dell'Ordine degli Avvocati di cui faccio parte, che già da tempo ha intrapreso la strada della formazione su discriminazione per orientamento sessuale. Fondamentale il patrocinio dell'Ordine regionale degli Psicologi: la prima risposta della famiglia ad un figlio di cui scopre l'omosessualità è portarlo dallo specialista e dunque è importante avere una linea comune sul fatto che non esiste la possibilità di guarire o attenuare una condizione naturale.
Un grazie personale e particolare alla Provincia di Reggio che da sempre ha creduto nell'associazione e ci sostiene in maniera disinteressata, dimostrando le intenzioni con i fatti, ossia l'istituzione dell'Osservatorio: un servizio alla città per il quale ha elargito risorse permettendoci di avere una sede, fare formazione, raccogliere dati sul territorio. E' l'unico esempio in Italia di Osservatorio gestito da Arcigay interno ad un'istituzione, lontano da sigle e colori politici, e questo ha un valore enorme. E ancora un ringraziamento a chi ha gestito l'ordine pubblico: essere lì per proteggerci è un segno di accoglienza. Tanta gente ha contribuito alla realizzazione dell'evento con donazioni libere e molti personaggi pubblici hanno partecipato a titolo personale, non per l'istituzione, il partito o l'ideologia che rappresentano. Certi argomenti non hanno colore. Non sono mancate le critiche, ma ben venga il pluralismo di opinioni; magari si potesse istituire un tavolo di confronto."

Un bilancio sugli eventi proposti alla città per stimolare il dibattito, informare e capire le ragioni della comunità Lgbt.

"Un ruolo di punta per inquadrare le ragioni della comunità Lgbt nella giusta prospettiva lo hanno avuto i focus tematici, tutti interessantissimi e molto partecipati. Abbiamo scandagliato la famiglia intesa come nucleo, poi come entità oppressiva e quindi la famiglia di 'ndrangheta, che ti costringe ad essere "diverso" per interesse, per arrivare a parlare dei migranti nell'ottica di famiglia umana, nel riconoscerci tutti nel viaggio della vita - noi in primis col nostro viaggio di sacrificio verso l'accettazione della nostra stessa realtà -, per concludere identificando in formazione e cultura gli strumenti indispensabili per continuare la riflessione. Sono grato a tutte le organizzazioni partecipanti come Arci, CRI per i migranti o Collettiva Autonomia che ha curato l'incontro sul tema rapporto genitori-figli, per aver tutti messo in campo le loro migliori risorse.
Quest'ultimo è stato quello che mi ha toccato in prima persona perché a relazionare c'era anche mia madre. L'accettazione in famiglia è il punto di partenza per un processo di coming out di tutto il nucleo che circonda la persona omosessuale e supera i limiti del perbenismo e del ruolo sociale della famiglia per arrivare a una libertà consapevole e responsabile. Questa accettazione ti dà la forza e la serenità di affrontare la collettività. Sentirsi estraneo a casa propria, far capire chi sei e soprattutto che sei la stessa persona di sempre, è un processo che personalmente mi ha fatto crescere. La prima reazione è: tu non sei mio figlio, ma nel confronto naturale e sincero la mia famiglia è cresciuta insieme a me e oggi, per effetto di questa crescita consapevole, non so più chi sia il genitore di chi. Indispensabile una base di formazione personale non indifferente, quell'essere libero e critico nel fare delle scelte che ti permette di arrivare ad equilibri a volte difficili.

Secondo i vostri dati, quanti ancora hanno problemi in famiglia e vivono nel silenzio?

"Sono la maggior parte, un numero considerevole. La prima paura che si ha come persona omosessuale è la realtà circostante, che non ti permette di guardare a ciò che sei con obiettività ma ti costringe a ruoli sociali, appartenenze culturali. Il coming out non può avvenire se prima non cambia l'aspetto culturale. Noi omosessuali dichiarati e sereni che abbiamo trovato le nostre risposte, non possiamo che mettere la nostra esperienza a disposizione di chi questa tranquillità non ce l'ha: questo è il senso di Arcigay.
Per molti la stessa partecipazione all'organizzazione del Pride è stato un processo di coming out. Le paure più grosse nel gruppo sono state quelle di essere scoperto da parte di chi non era dichiarato: tanti hanno preferito non esserci, partire o restare a casa, ma ce n'erano più di quanti immaginassi. Tutti hanno avuto la possibilità di scegliere: non è importante farlo, ma averne la libertà. Nella scelta rinunci a qualcosa; se non vogliamo spogliarci dallo stereotipo che vede la comunità omosessuale lasciva e frivola e continuiamo a non darle delle responsabilità, nulla potrà mai cambiare. Non siamo vittime: la comunità gay si prende una responsabilità e compie una scelta due volte più faticosa perché porta sulle spalle il peso del pregiudizio che le nega la possibilità di partecipare liberamente alla vita sociale e contribuire alla sua crescita.
La sfida che mi sento di lanciare è: dateci questa possibilità perché solo così potremo dimostrare che ciò che ci spinge ad affermare la nostra dignità di persone non è un'ideologia politica ma una necessità, una mancanza d'aria. Tutelare una famiglia anche non etero significa tutelare tutte le famiglie; i tanti riconoscimenti personali che ci hanno permesso di continuare a impegnarci ci dicono che stiamo facendo la cosa giusta per noi e per gli altri, anche verso la rilevanza pubblica della coppia, che deve essere riconosciuta, non istituita."

Quali le paure della persona omosessuale prima e dopo il Pride?

"Personalmente credo che la paura del Pride sia stata la paura del coming out con la città. Se ti prendi la responsabilità di rappresentare determinate istanze, devi essere cosciente di farlo al meglio, e non è facile. Io ho fatto quello che potevo con i tutti i miei limiti, dubbi e paure; dopo il coming out in famiglia ero sereno e liberato, ora che l'ho fatto con la città mi sento in un posto familiare.
La persona omosessuale ha una grande responsabilità perché dichiararsi mette in crisi la coppia genitoriale, ma si ha il dovere di non cedere un granello della propria dignità anche di fronte agli attacchi familiari: solo questo aiuta il nucleo ad essere libero e più forte. È difficile per i genitori, ma non ho dubbio che lo sia di più per un figlio: i primi hanno bisogno di tempo, ma i figli non devono arretrare di un passo. Non dite sono bisessuale perché credete sia più semplice: siate chiari, siate voi stessi con convinzione, sperimentate la vostra realtà nel quotidiano e dite quello che siete senza vergogna.
All'indomani dell'incontro con i genitori ho detto mia madre: "Hai fatto il tuo coming out, adesso inizi a capirmi": lei ha vissuto con anni di ritardo quello che ho vissuto io quando l'ho dovuto dire a lei, con la differenza che si è sentita accolta e non più sola. E' stato intenso e difficile, ma ha capito che il suo gesto avrebbe potuto aiutare altre madri e altri figli.
Quando ho iniziato a vivere la mia omosessualità, come reggino e calabrese ero convinto di essere l'unico e mi sentivo solo. Le realtà più immediate cui mi rivolgevo, comunque lontane dalla mia natura, avevano un unico filo conduttore: non dire nulla, nascondi e intanto fai quello che vuoi, dai seguito ai tuoi impulsi ma non ti dichiarare. E' la scelta più comoda e molti in città fanno così, hanno vite parallele, magari una famiglia. La valenza del Pride sta anche nel dire certe cose perchè la realtà Lgbt reggina e calabrese deve ancora maturare e così diventare visibile: chi si nasconde non è meno omofobo verso se stesso rispetto a chi lo aggredisce spaccandogli il naso."

Cosa riserva il futuro e cosa è mancato a questo primo Calabria Pride?

"Abbiamo progetti e desideri che tenteremo di realizzare, probabilmente si arriverà ad un comitato regionale, dobbiamo ancora considerare dove questo evento straordinario ci porterà. Posso solo dire che il Pride si rifarà e che non ci saranno esposizioni di gruppo riguardo le prossime elezioni; il resto lo diremo tutti e tre insieme a tempo debito, ma gli orizzonti sono ampi.

E' mancata l'analisi della realtà Lgbt nell'ambito del commercio ed imprenditoria di una città da cui negli anni '70 persone di talento come Gianni Versace e altre meno celebri sono dovute andar via per essere libere di seguire la propria strada.
Abbiamo chiesto il patrocinio della Camera di Commercio, ma forse per correttezza, vista la parentela, il presidente ce l'ha negato, immagino per evitare un conflitto di interessi. Avrei apprezzato una valutazione prettamente economica e non personale da parte di un ente cruciale nell'ambito delle responsabilità verso il bene comune: non si può negare il fatto che 5000 persone hanno invaso la città per giorni movimentandone l'economia a tutto tondo. Con la Camera al Pride, visto che abbiamo anche parlato di ndrangheta, avremmo potuto organizzare una presentazione delle attività commerciali e imprenditoriali non colluse, ripercorrere la storia di Versace, così simile ad altre della Reggio di oggi. Ci sono realtà anche in questi settori che a mio parere devono essere calate nella specificità per tutelare in ogni campo la persona omosessuale, azzerando così quegli stereotipi perpetuati per non prendere posizione che la vedono confinata a professioni frivole. Come ho detto, il Consiglio dell'Ordine degli Avvocati ha fatto questo passo da tempo istituendo un corso dedicato al principio di antidiscriminazione.
Si, c'è ancora paura, ma si potrebbe lavorare molto e bene perché non accada più che altri talenti reggini - artisti, professionisti, imprenditori - debbano andare via o essere esclusi perché non siamo stati capaci di fare un passo contro il pregiudizio. Molte persone non possono dichiararsi col proprio datore di lavoro e in Italia le vertenze che hanno prodotto giudizi in tribunale riguardo licenziamenti per discriminazione sull'orientamento sessuale non esistono, solo di recente inizia a vedersene qualcuna.
E' ora che si dia una spinta in questo senso perché l'indifferenza istituzionale non diventi omofobia. E il limite è molto labile."

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