Storie e Memorie
 
 
 
 

"I sogni, l'anarchia, i miei sogni d'anarchia". 33 anni senza Rino Gaetano

di Walter Alberio - E’ il 2 giugno 1981. Mancano pochi minuti alle quattro del mattino. A Roma, una Volvo 343, colore grigio metallizzato, percorre la via Nomentana, diretta verso il quartiere Monte Sacro. All’altezza di via Carlo Fea l’auto sbanda. Il veicolo invade la corsia opposta e si schianta contro un autocarro in transito, un Fiat 650. Non c’è tempo di frenare. L’urto è violento. La testa della persona alla guida della Volvo picchia sul parabrezza. Subisce la frattura multipla delle coste. Quell’uomo è Rino Gaetano. Trentuno anni non ancora compiuti. 

Rino è ancora vivo. Le ferite riportate sono molto gravi, ha già perso conoscenza, ma è ancora qui, nonostante quella frattura alla base del cranio e lo sfondamento del torace. Viene trasportato d’urgenza da un’ambulanza dei Vigili del fuoco al Policlinico che, però, non ha un reparto di traumatologia cranica, e anche gli altri nosocomi della Capitale – dal San Giovanni al San Camillo, al Gemelli – sono “costretti” a respingere la richiesta di ricovero perché “non attrezzati”.

Quando Rino morì era il 2 giugno 1981. Le lancette segnavano le sei. Trentatre anni fa, all’alba, mentre raggiungeva il palazzo di via Nomentana Nuova, numero 53, dove vi abitò dal 1970 fino a quel tragico giorno. 

Forse un colpo di sonno, un malore. Forse Rino era solo stanco, di ritorno da una serata in compagnia di alcuni amici, o come ha recentemente dichiarato la sorella Anna, reduce dalle registrazioni notturne del Long player che avrebbe dovuto realizzare in collaborazione con Anna Oxa.  

Un destino paragonabile a quello di Fred Buscaglione, uno dei miti dello stesso Rino. Un epilogo simile a quello di Renzo. Una beffarda coincidenza. Per qualcun altro, l’indizio dell’assassinio di un cantautore scomodo. Ma chi è Renzo? Un personaggio creato dalla mente sconfinata dello stesso Rino Gaetano.  “La ballata di Renzo”, un inedito ritrovato in una “lacca” dell’aprile del 1970, non è altro che l’agghiacciante premonizione della sua stessa fine. Nel brano scritto da Gaetano ad appena diciotto anni si narra, difatti, la vicenda di tale Renzo, vittima di un incidente d’auto, ma rifiutato, per motivi diversi, da cinque ospedali di Roma. Lo stesso copione, in pratica, della sua morte. 

Di Rino, di Salvatore Antonio Gaetano, cantautore calabrese nato a Crotone e con una passione autentica per la sua terra e per il rock ‘n’ blues, nel giorno dell’anniversario della sua scomparsa, però, vogliamo celebrarne la vita. Per questo motivo, ci scusiamo con le fiction del servizio pubblico, i network radiofonici e gli autori dei programmi tv, se non saremo così argutamente banali da etichettare Rino come scanzonato cantastorie, portavoce del nonsense ad oltranza, magari attaccato ad una bottiglia, tra la stesura di un testo e i tormenti da poeta maledetto. Per evitare qualsiasi malinteso chiediamo venia direttamente all’intera associazione antropologica mondiale, comunemente detta società, così come amava definirla Rino, e a chi ancora lo ricorda, quando lo ricorda, solo con cilindro, frac, maglietta alla marinara, scarpe da tennis e ukulele, mentre ridicolizzava la kermesse sanremese all’Ariston.

Basta grattare leggermente questa patina, senza neanche fare troppi sforzi, per scoprire che, al di là del nonsense, nella musica e nell’ironia petroliniana di Rino ci sono tanti riferimenti ed una visione lungimirante di questa Italia raccontata, spesso, attraverso gli stessi fatti di cronaca, dalla posizione indipendente di chi non sente il bisogno di schierarsi, se non con la propria arte. Scevro da preconcetti, dal dogma del cantautorato militante di quel periodo (da cui Rino si guardava bene)  e dalla borghesia frivola di un Paese annacquato dalle manovre della prima Repubblica e della massoneria.

Un affresco goliardico di quegli anni, tuttora tremendamente attuale, Rino lo dà con una canzone del 1978. Ministri buffoni di corte, superpensioni ed auto blu, evasori legalizzati, personaggi da prima pagina, sigle partitiche e trasformismi (Pci Psi Pli Pri Dc Dc Dc Dc), immunità parlamentare, e scandali da Italietta, come il caso Wilma Montesi, trovata negli anni ‘50 priva di vita sulla spiaggia di Capocotta, dopo un festino a base di orge e stupefacenti. Lo scandalo coinvolse personaggi delle alte sfere: tra gli altri, il musicista jazz Piero Piccioni (conosciuto come Piero Morgan), figlio dell’allora vicepresidente del Consiglio Attilio Piccioni, volto noto della Democrazia Cristiana. Una verità “ufficiale” su quel caso, ancora oggi, non c’è, ed il sospetto di un insabbiamento è ormai diventato legittimo.

Così Rino, in “Nuntereggae più”, mettendo in fila una serie di strofe incalzanti e burrascose rime, narra tutte queste vicende e le mette in musica, come se stesse decifrando un “pacco di quotidiani” degli ultimi venti o trent’anni. Ed inevitabilmente non dimentica di “fare il verso” ai politici e alla politica, ad Enrico Berlinguer (“Il nostro è un partito serio”) come ad Amintore Fanfani (“Mi sia consentito dire”).

Introducendo questo brano in un concerto dello stesso anno, il cantautore calabrese affermò: 

C'è qualcuno che vuole mettermi il bavaglio. Io non li temo. Non ci riusciranno. Sento che, in futuro, le mie canzoni saranno cantate dalle prossime generazioni. Che, grazie alla comunicazione di massa, capiranno cosa voglio dire questa sera. Capiranno e apriranno gli occhi, anziché averli pieni di sale. E si chiederanno cosa succedeva sulla spiaggia di Capocotta.

In un’intervista del 15 luglio 1978 per Radio Rai, nella trasmissione “Quadernetto romano”, Enzo Siciliano gli chiese:  “Dicendo ‘Non ti reggo più’ non si rischia il qualunquismo, un male nazionale pernicioso?” 

Io credo – rispose Rino - che si rischi il qualunquismo quando uno attribuisce ad una canzone l’effetto di un comizio politico. Questa, in fondo, è una canzone evasiva, (…) una canzone d’amore per la nostra società. Il problema del lavoro, della casa… io tratto tutti questi problemi, però sono convinto di rivolgermi ad un pubblico che quando ascolta la mia canzone in quel momento non sta pensando al problema.

Quell’omonimo Lp fu un lavoro molto ispirato, l’album che lo consacrò al “grande pubblico”, come si usa dire. Nuntereggae più rappresentò, dalla title track fino all’ultimo pezzo, tutta la natura dell’arte dissacratoria del cantautore crotonese e l’efficacia dei suoi testi. C’è il tema dell’emigrante meridionale, molto caro a Rino sin dal disco d’esordio “Ingresso Libero”, la pratica della cementificazione selvaggia tesa a nutrire i biechi interessi di pochi altri (Sub-appalti e corruzione, bustarelle da un milione), e la figura dell’imbonitore per eccellenza, il “Capofortuna”.

Probabilmente il capolavoro di Rino Gaetano, però, è “Mio fratello è figlio unico”. Il 33 giri pubblicato con l’etichetta It nel 1976, tra il primo album (’74) e “Aida” (1977), nel suo complesso esprime una grande forza evocativa, a partire dalla copertina che presenta l’illustrazione di un cocker in mezzo all’oscurità, illuminato solamente da un cono di luce. Al centro dell’opera c’è il senso di disadattamento rispetto alla società, descritto tra paradosso e realtà. In una intervista rilasciata al settimanale di musica “Nuovo Sound” (numero del 9 aprile 1976) Rino si riferiva alla cosiddetta associazione antropologica mondiale in questi termini:

Un insieme di esseri che si aspettano al varco armati di coraggio e tanta buona volontà. La verità è che ognuno di noi vuole la sua coppa di gelato più ghiacciata delle altre e colui che ti ammazza raramente si preoccupa delle tue scarpe nuove. Se ti dovessero domandare “Come stai?” mi sembra ovvio che risponderesti: “Bene, non c'è di che, come sempre”. Le persone avvedute si guarderanno dal rispondere: "Mah sai, ho un non so che, le mie cose, la suocera con il bacillo di Gengou, i buffi, l'assicurazione che scade, un vecchio ombrello del ventisei”. Homo homini lupus non sta più nell'ultimo numero di Vogue; oggi l'uomo è solo, emarginato, estromesso, figlio unico.

In un live del 1977, presso la località di San Cassiano (Lecce), Rino dedicò “Berta filava”, brano proprio dell’Lp Mio fratello è figlio unico, ad Aldo Moro, il politico pugliese della Dc che qualche tempo dopo verrà assassinato dalle Brigate Rosse. Una canzone dal ritmo incalzante, divertente, con un testo apparentemente “inoffensivo”. Apparentemente, appunto. 

A questo punto vorrei ricordare un grosso personaggio che è nato a pochi passi da qui, è nato a Maglie, è uno che c’ha… è un… uno dei più grossi calzaturieri, è uno che ha fatto le scarpe a tutta Italia.E’ uno che c’ha la frezza bianca qui (…). Io so benissimo che lui usa dei linguaggi chiarissimi, lui ha inventato diversi termini, infatti è un grosso filologo: ha inventato le convergenze parallele, la congiuntura, tutte queste cose qui. Io una volta l’ho sentito fare dei discorsi stranissimi tipo: “Questi fermenti di dissoluzione, non dico iconoclastici, ma proiettati verso nuove tentazioni ipertrofiche che mi riportano parimenti in un nuovo pragmatico, universale… e nuove dimensioni tutte ancora da scoprire…”… e ci sono tutte queste cose qui, che, appunto, tengono a non far chiarire assolutamente niente… una cosa proprio dispersiva… ed io ho scritto l’anno scorso un pezzo ancora più dispersivo, proprio dedicandolo a questi grossi personaggi enigmatici del mondo politico… e di altri mondi anche. Comunque, questa sera, proprio lo voglio dedicare a questo personaggio che ha fatto le scarpe a tutta Italia.

Rino negli album successivi abbandonerà i toni “giocosi”, cambierà registro, scegliendo parole diverse, strofe inequivocabili, decisamente più dirette. Nel 1980 pubblica per la Rca “E io ci sto”. Sarà il suo ultimo disco, dopo “Resta vile maschio dove vai” (1979), registrato in Messico. All’interno dell’Lp, alla title track (“Un viaggio un po’ rock, un po’ ritmico in questa Italia che si ha voglia di cambiare, che tutti vorrebbero cambiare”) segue una ballata malinconica, intrisa di frustrazione, quasi una missiva in musica al suo pubblico (“a te che ascolti il mio disco forse sorridendo”). Ed al suo pubblico consegna questa sua disillusione finale, ma allo stesso tempo la speranza di non essere, in fondo, mai da soli. La necessità di avere un’utopia nel taschino della camicia, sotto la giaccia, vicino a dove batte il cuore.  In “Ti ti ti ti” c’è empatia (“giuro che la stessa rabbia sto vivendo, siamo sulla stessa barca io e te”). C’è dignità.

(…) A te che lotti sempre contro il muro, e quando la tua mente prende il volo, ti accorgi che sei rimasto solo. A te che odi i politici imbrillantinati, che minimizzano i loro reati, disposti a mandare tutto a puttana , pur di salvarsi la dignità mondana. A te che non ami i servi di partito, che ti chiedono il voto, un voto pulito: partono tutti incendiari e fieri , ma quando arrivano sono tutti pompieri.

L’arguzia e la lungimiranza di un “eroe a tempo perso”. Trentatré anni senza Rino. Trentatre anni ancora a cercare un mondo diverso, con stelle al neon e un poco d’universo.

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