Storie e Memorie
 
 
 
 

Cafiero de Raho sfida la zona grigia di Reggio: “Ho una promessa con la città”

cafieroderaho ildispacciodi Claudio Cordova - Da quella stanza al sesto piano del Cedir guarda la città, il suo mare, le sue incompiute, a cominciare da quel Palazzo di Giustizia che dopo anni di lavori, per incapacità e malaffare, non è ancora fruibile. Guarda Reggio Calabria, Federico Cafiero de Raho. La scruta, quasi per carpirne i segreti inconfessabili che la avvolgono. A lui, da circa un anno, è affidato il compito di sciogliere i tanti nodi che strozzano e soffocano la città: 'ndrangheta, corruzione della politica, dell'imprenditoria, delle professioni, massoneria deviata. Un contesto difficile da decifrare per il procuratore capo, che negli anni a Napoli si è opposto al temibile clan dei Casalesi. Era l'11 aprile del 2013, quando Cafiero de Raho prendeva possesso del ruolo di procuratore della Repubblica di Reggio Calabria. Oggi, a distanza di un anno, la sua vita è cambiata, è ancora più blindata rispetto agli anni in Campania: "Soprattutto perché è difficile comprendere con chi si possa avere rapporti in questa città e quindi non si hanno sostanzialmente amici, le persone che si conoscono sono quasi esclusivamente dell'ambiente lavorativo" dice.

Qui a Reggio la vita è ancor più difficile rispetto a Napoli?

Si vive un forte isolamento. Da un lato l'esigenza di isolamento è determinata da come vive la città e da come è radicata la 'ndrangheta, dai rapporti che la 'ndrangheta ha con determinati livelli. Quella famosa area che non so se definire grigia, che è di quelle persone che pur svolgendo una professione sono in collegamento non solo con la 'ndrangheta, ma in più gestiscono affari in modo illegale. Si è costretti a vivere in maniera isolata.

E' questa la più grande differenza tra Napoli e Reggio Calabria? L'isolamento?

A Napoli i miei amici erano persone che conoscevo fin da ragazzo o comunque persone con cui l'impegno si è costruito sulla base del loro impegno alla legalità, avendo quindi un certo percorso le strade si sono congiunte. Qui non c'è proprio nulla: anche con la città, gli incontri sono stati con le associazioni, con alcuni giornalisti, con persone che possono essere il cambiamento e una risorsa della città. Non è facile capire, chi siano queste persone: a volte si lascia guidare dall'istinto, ma non è detto che l'istinto ci guidi sempre bene e spero di non trovare un domani qualcosa di sbagliato.

Un quadro desolante...

Che ci sia una parte buona, su questo non c'è alcun dubbio. Ma la parte buona è dappertutto e in tutti i settori, ci sono tantissime persone che si trovano a operare con altre che non sono della stessa natura. Bisognerebbe quindi cominciare a far sì che le persone che spingono verso il cambiamento si uniscano. Questo è un monito, un richiamo, un invito che ho fatto a tutti, anche alla politica....

La crisi di cui parla coinvolge in primis la politica.

La politica non è per il colore che è buona o cattiva, perché sarà la decisione che ne farà la 'ndrangheta che determinerà il vincitore. E potrà essere sia da un lato, sia dall'altro. Basterà spostare quel pacchetto marginale che in genere determina il risultato e ci ritroveremo di fronte all'uno o all'altro. Sarebbe invece molto meglio se la politica, indipendentemente dal colore, si unisse, individuasse persone su cui poter contare e insieme si operasse per il cambiamento e chi assume quel ruolo lo faccia fino in fondo, in qualche modo ponendosi da filtro rispetto alle illegalità.

Un patto civico per la città.

Se Reggio volesse cambiare, io penserei a un cambiamento di questo tipo: un Comune che viene formato da tutte forze politiche che insieme hanno scelto le persone migliori, credibili, spendibili, sulle quali si può percorrere una strada di legalità.

Qual è stato il momento peggiore dal momento del suo arrivo? Immagino il caso Lo Giudice...

Lo Giudice è soltanto una persona, dalle cui parole potremmo avere uno squarcio su una realtà che è tutta da approfondire e da affrontare in varie direzioni. L'obiettivo fondamentale è quello di capire qual è il livello invisibile della città, individuare quel livello che ha consentito alla 'ndrangheta di innalzarsi sempre più, di mantenere il radicamento sul territorio, di intimorire le persone. Se i cittadini non denunciano è perché, probabilmente, non hanno grande fiducia in noi, perché il passato non è stato molto fonte di chiarezza. A volte, in tutti i settori, ci sono state persone che hanno operato al limite della legalità o, addirittura, nell'illegalità. Persone che appartenevano alle Istituzioni, ed è chiaro che chi deve fare una denuncia vuole che il suo interlocutore sia una persona che non fa trapelare niente e che si muova solo per garantire chi denuncia e non per andargli contro. Quindi anche le notizie che venivano fuori, il modo con cui venivano strumentalizzate, l'esposizione che hanno avuto alcune persone che addirittura ci hanno rimesso la vita e tanti fatti gravi, che hanno indotto tanti, anche ottimi cittadini, a pensare che è meglio mandare i figli a studiare fuori e tacere in questo territorio. Ma a distanza di tanti anni, la gente ora inizia a capire che Reggio deve cambiare: sento che molti lo vogliono e noi dovremo porre le condizioni perché ciò sia possibile.

C'è qualcosa da salvare, quindi?

Il momento più bello che ho vissuto è stato quando con Roberto Saviano avemmo un incontro con tanti cittadini e a un certo momento iniziò a piovere e chi ci intervistava mi chiese se intendevo smettere o meno e io risposi che se fossero andati via gli altri avremmo smesso. Non si mosse nessuno. Questo dimostra quante persone vogliono stare vicino a noi e hanno sete di giustizia, desiderano il cambiamento. Fin quando ci saranno persone così, sembra sempre poco l'impegno che si dà all'Ufficio, nonostante qui si dia il massimo impegno, ogni giorno, tranne quando siamo altrove per perorare la causa di Reggio, perché Reggio non deve essere isolata e non si deve isolare.

E' possibile che l'Ufficio nel recente passato abbia dato l'idea al cittadino di non essere unito e unitario in determinate decisioni?

Quando vado via, a sera, anche alle dieci, dieci e mezza, vedo sempre qualche luce accesa e questo e un altro aspetto che mi ha colpito molto. L'Ufficio è coeso sempre di più: nell'ultima riunione, di qualche giorno fa, è emerso come ciascuno sia interessato a conoscere le indagini per poter collegarsi e coordinarsi meglio per il maggiore sviluppo del contrasto alla 'ndrangheta. Quando iniziai a interessarmi a quest'Ufficio, non era così, c'erano tante cose che non erano condivise, poca comunicazione, poca voglia di parlarsi, non tra tutti, ma tra alcuni. L'Ufficio come è oggi, mi piace, è composto da persone che hanno voglia di lavorare, oggi vedo che è un Ufficio compatto, che vuole dare l'idea di una Giustizia che funziona.

Anche se in Procura si continua a essere sempre troppo pochi...

Soprattutto rispetto agli obiettivi che ci poniamo. Reggio è una città che sta indietro di trent'anni, rispetto a città come Napoli o Palermo. A Napoli in questo momento ci sono alcuni clan che si uccidono: quella è una patologia che dimostra che non c'è un fortissimo radicamento. Dove c'è radicamento non si uccide. Qui a Reggio c'è silenzio, significa che per la 'ndrangheta va tutto bene e ancora peggio: è come se si aspettasse sempre qualcosa. Palermo ha avuto le resurrezione della società civile, è nata la consapevolezza di collaborare e contribuire al cambiamento. A Palermo, come a Napoli, le famiglie mafiose cambiano, perché il contrasto giudiziario è stato tale da azzerarle completamente.

Reggio, da questo punto di vista, è una città immobile.

A Reggio le stesse famiglie che c'erano trent'anni fa continuano a esserci oggi. C'è stato, evidentemente, qualcosa che non è andato: non è pensabile che una famiglia che da trent'anni opera nel crimine, continui a essere presente. E' evidente che bisogna fare molto di più e per recuperare trent'anni servirebbe un esercito di magistrati. Obiettivi che, comunque, si possono conseguire con l'impegno che si sta portando avanti: anche con i magistrati che ci sono il lavoro si farà e i risultati si avranno. L'importante è far capire alla 'ndrangheta che lo Stato c'è, è coeso, è impegnato in un contrasto giudiziario forte e incessante e far capire al cittadino, con i risultati e non con le parole, che si sta perseguendo l'obiettivo che si vuole, fino a che il cittadino, avendo fiducia, riesca a denunciare e a distruggere la connotazione fondamentale della 'ndrangheta: l'omertà e il silenzio.

Dimostrare che la Procura è un "palazzo di vetro" in cui nulla viene nascosto oppure omesso.

Con i comportamenti, non a parole. Far capire che chi viene a denunciare è protetto, è tutelato, non è esposto. Una modalità comportamentale che è la stessa che ho adottato per anni e che mi ha consentito di avere la gratitudine di tantissimi, imprenditori e non imprenditori, che pur avendo denunciato non sono mai stati esposti. Le stesse logiche possono essere rispettate anche in questo territorio e con la collaborazione del cittadino il cambiamento si può raggiungere più facilmente.

E' corretto dire che la 'ndrangheta, al contrario della camorra, va combattuta in maniera meno muscolare, ma più sottile e strategica. E' questa la strategia?

Ci sono alcuni clan della Campania che sono come le cosche mafiose e 'ndranghetiste: hanno imprenditori, consorzi, riferimenti politici, riferimenti territoriali. Il contrasto a un clan come quello che ho avversato, è un contrasto che si crea giorno dopo giorno, si costruisce. Non si arriva subito al riferimento politico o territoriale dall'oggi al domani. E più è importante il riferimento politico, più tempo occorre: non per prudenza, ma perché diventa difficile. Quando parliamo di "invisibili", parliamo di persone che sul territorio non si conoscono o che si confondono tra le persone che vivono normalmente. L'acquisizione e la costruzione della verità non è quindi facile, questo comporta lavoro che permette, via via che si ampliano le indagini, di individuare i settori. I metodi sono sempre gli stessi: si deve costruire, fotografando i settori e penetrandoli sempre di più, in modo da capire, di volta in volta, chi c'è dietro, chi c'è sopra, chi sostiene. Bisogna avere appartenenti alle forze dell'ordine professionali e fedeli. Qui a Reggio, sia tra la Polizia, la Guardia di Finanza e i Carabinieri si sono creati dei gruppi che sono riservati, professionali e fedeli.

Però qui il sistema criminale è più complesso, più sfumato...

Quello che si perde è l'effettiva percezione della persona che opera in un certo momento sul territorio. E' chiaro che quando persone ritenute da altri "perbene" emergono dalle indagini come persone che hanno fatto accordi con la 'ndrangheta "perbene" non sono. C'è questo modo di intendere che sostiene che con la 'ndrangheta si debba avere un compromesso. Ci sono quelli che si accordano, ma ci sono quelli che credono che la 'ndrangheta non si possa estirpare e quindi il compromesso è strumento ideale. Chi fa un compresso è identico, né più, né meno, a chi stringe un accordo. Ci sono persone che appartengono alle professioni che ragionano con la logica del compromesso, ritengono che questo sia la giusta misura per distanziarsi dalla 'ndrangheta. E invece è proprio il contrario: il compromesso è il primo gradino dell'accordo.

Il collante è sempre la massoneria?

Penso proprio di sì. Il livello è alto e d'altro canto la storia giudiziaria lo dimostra: vi è a Reggio una massoneria molto diffusa, che ha visto nelle sue fila persone di alto livello ed è certo che nella massoneria sono entrati anche capi della 'ndrangheta, quelli più colti e più presentabili. Attraverso di essi si è avuta la coesione tra i due settori che ha consentito al sistema criminale di essere in qualche modo impenetrabile.

E in tutto questo come entra il ruolo della stampa?

La stampa non ha rappresentato la realtà in modo obiettivo. Vi è una stampa che afferma una realtà, un'altra che ne afferma un'altra totalmente opposta e distinta dalla prima. L'una che porta al vertice della nostra società persone che non sono certamente specchiate, che le fa passare per vittime di un meccanismo calunniatorio. Un'altra parte invece che ritiene che una parte della politica sia quella che effettivamente è corrotta, mentre l'altra è quella onesta. E casomai si invertono le posizioni nel momento in cui si parla dell'uno o dell'altro: è come se la verità non fosse uguale per tutti, come se vi fosse confusione anche sui fatti. Per cui anche quando si fa una grande indagine, un processo importante, il giudice condanna ed è perché il giudice aveva chissà quale interesse per condannare. Così è per l'indagine: si è proceduto nei confronti di alcuni perché quelli erano legati ad altri o perché chi faceva l'indagine era legato a chissà quali poteri forti. Questo genera una grande confusione nella gente, che a seconda della stampa che legge avrà un'informazione, piuttosto che un'altra. Non dico che altrove l'informazione sia identica: altrove è il fatto a essere identico, qui invece già il fatto viene presentato in un modo diverso.

Fa parte anche questo di una strategia?

Probabilmente sì, così come il ritrovamento delle armi nella Piana di Gioia Tauro va letto come parte di un'unica strategia, perché dietro c'è un organismo verticistico e unitario di cui hanno parlato le sentenze.

Che però qualcuno continua ancora a negare...

Questa è l'ulteriore dimostrazione, che anziché leggere in una prospettiva di avanzamento e crescita quello che cogliamo, è come se qualcuno remasse sempre contro per creare confusione e mantenere lo status quo. Quando si parla contro determinate interpretazioni, si finisce per dare un'idea debole di quella che è anche l'azione. Reggio questa è, ma io sono ottimista e sono convinto che cambierà ed è bello lavorare sapendo di fronte abbiamo un obiettivo da raggiungere.

La fetta di città cui lei ha dato fiducia, cresce. Lo percepisce?

Questa è una grande spinta, perché ognuno di noi crede nei valori altissimi della Costituzione, posti a base della nostra democrazia, ma anche a base della nostra vita. Poter tener fede a una promessa che ho fatto a questa città è il mio obiettivo primario.

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