Storie e Memorie
 

Incendio chiesa ortodossa, Castrizio: “A Reggio ormai accettiamo di tutto”

castriziodanieledi Anna Zaffino - Era una mattina come tante e Padre Daniele Castrizio stava preparando la messa. Uomo di grande cultura, specializzato in archeologia classica e medievale ed esperto di numismatica, è oggi alla guida della chiesa ortodossa "San Paolo dei Greci" di Reggio Calabria situata nel cuore di Sbarre, zona sud della città. Quella mattina – era l'11 settembre – la chiesa è stata incendiata. Un fatto per il quale ancora non sono stati individuati i responsabili. E' stato attentato un luogo di culto e – qualunque sia la religione professata – è un atto ignobile. Il problema qui, infatti, non è la religione. Padre Castrizio si sarebbe aspettato una condanna a più voci del vile gesto e una "partecipazione" più attiva da parte delle istituzioni e da parte degli esponenti pubblici più "in vista" della città. "Perché – dice – la politica è anche questo, è esserci, è farsi sentire ed esprimere il proprio punto di vista". Padre Castrizio non sa spiegarsi il motivo di questo tipo di reazione o meglio di questa non-reazione: una città muta di fronte a questa vicenda. "Ormai quello che passa – sottolinea – è  l'impunità". Si riferisce a un'impunità non solo giudiziaria ma soprattutto morale.

chiesaortodossabruciataPadre, il fuoco è stato appiccato in pieno giorno. Qual è stata la dinamica del fatto, cosa è successo quella mattina e che danni ci sono stati?

Erano circa le otto e mi stavo accingendo ad effettuare i preparativi per la celebrazione della messa. Ad un certo punto avverto uno strano odore di bruciato ma inizialmente non ci faccio caso. Dopo circa dieci minuti, sento le sirene dei vigili del fuoco e li vedo avanzare in direzione della chiesa: un cittadino, che abita qui di fronte, aveva segnalato l'incendio. La dinamica del fatto è stata questa: le finestre della chiesa erano aperte perché le signore che si occupano della pulizia volevano farci trovare il locale fresco. Vedendo le finestre spalancate qualcuno ha concepito l'idea malsana di appiccare fuoco gettando del liquido infiammabile all'interno dei locali. Siamo stati fortunati perché si è intervenuti in tempo.  Si è sfiorata la tragedia: c'era una bombola che sarebbe potuta esplodere.

L'attentato incendiario è stato un gesto ignobile che non tocca solo i fedeli ma tutta la comunità reggina. Potrebbe essere inquadrato, per esempio, come atto intimidatorio, come atto vandalico o anche come attentato alla libertà di culto. Lei come lo interpreta e chi possono essere stati i responsabili?

Guardi, qui quasi tutte le notti bivacca gente che spaccia, che fuma e che si ubriaca.  Le forze dell'ordine lo sanno ma la situazione continua a non cambiare. Per ciò che riguarda i possibili responsabili le dico che non so se possano essere ragazzacci o gente che si vuole impossessare di qualcosa che le è stato tolto. Le spiego: questo era un luogo di spaccio. Dopo la costruzione della chiesa abbiamo portato un po' di fastidio. Non vorrei che qualcuno abbia deciso che bisogna tornare a "riprendersi i luoghi". Questa chiesa ha preso un luogo prima dedito ad altro. Lo ha tolto all'illegalità e lo aveva consegnato alla spiritualità e alla legalità. E in questo può darsi che diamo fastidio. Le posso dire, inoltre, che non abbiamo avuto mai nessuna minaccia né alcuna intimidazione. Ma da quando la chiesa è stata inaugurata, nel 2010, non c'è stato mese che passasse senza danneggiamenti. E' stata una continuazione: ignoti hanno imbrattato i muri, hanno rotto le illuminazioni, hanno distrutto delle grate, hanno persino defecato davanti alle porte della chiesa. E adesso addirittura si è arrivati ad appiccare fuoco.

Qual è stata la ricostruzione fatta dai carabinieri intervenuti sul posto? Lei ha chiamato anche dei tecnici per verificare cosa potesse essere successo. Cosa hanno accertato?

I carabinieri, inizialmente, avevano accolto l'ipotesi dei vigili del fuoco, cioè quella di un corto circuito. La cosa però mi ha lasciato molto stranito. Ed è per questo che ho incaricato dei periti perché studiassero l'accaduto. I tecnici hanno scartato fermamente l'ipotesi del cortocircuito: oltretutto la luce funzionava. E' a questo punto che sono andato a sporgere denuncia e che la notizia è diventata di dominio pubblico.

I giorni seguenti, quando la notizia è diventata pubblica, ha ricevuto alcune manifestazioni di solidarietà da associazioni e da singole personalità, si aspettava anche altri interventi?

Ho avuto parole di solidarietà dai parroci del quartiere, dai musulmani, da alcune associazioni e anche per esempio da don Nino Pangallo che è responsabile dell'ecumenismo. Ho sentito la vicinanza della gente di Sbarre: la domenica successiva al fatto, per la prima volta, abbiamo avuto a messa più reggini che extracomunitari. Per il resto la città è stata muta. Ero convinto che un segnale venisse dalle istituzioni, dalla politica. Credevo che per la gravità del fatto, considerando che quello che è successo è un ignobile gesto, si dicesse qualcosa, pensavo che il fatto venisse condannato.

chiesaortodossabruciatabisChe cosa avrebbe dovuto fare la classe politica reggina?

Dovevano schierarsi e dire: "No, noi non ci stiamo come città". Sui responsabili dell'incendio è ancora tutto da accertare: saranno stati balordi, saranno stati ragazzacci, non ci sarà niente dietro, non sarà di certo un complotto internazionale, non ci saranno motivi religiosi, va bene, ma hanno bruciato una chiesa. Ce ne rendiamo conto? L'idea, il concetto stesso sarebbe dovuto essere condannato. La parrocchia si ricostruirà da sola: non vogliamo soldi da nessuno. Il problema è che un politico dovrebbe sentire le proprie responsabilità. E' inconcepibile che si brucia una chiesa e che nessuno dica semplicemente: "Questo non si fa". Dire "Io non ci sto", dare un segno, una comunicazione, essere presenti indipendentemente dai colori: anche questo significa fare politica.

Una condanna dalla politica c'è stata: il consigliere regionale Tilde Minasi è intervenuta con una nota stampa.

Sì. Ma anche molti altri politici erano a conoscenza dell'accaduto. Per esempio l'assessore Lamberti Castronuovo, il governatore della Calabria Scopelliti, che ho anche incontrato in aereo, il presidente della Provincia Raffa. Sapevano, ma non hanno detto niente né dato alcun segnale.

Finora il nuovo arcivescovo di Reggio Morosini non si è espresso. Perchè?

Non lo so, forse ha creduto alla versione del cortocircuito. Spero che con lui si possa lavorare bene così come si è fatto con l'ex arcivescovo Mondello.

chiesaortodossabruciataterAnche stando in silenzio si comunica qualcosa. In questo caso qual è il messaggio che è passato?

Il messaggio che si è dato a quelli che hanno compiuto il deplorevole gesto è: "Fatelo di nuovo". Ormai quello che passa è l'impunità. Stigmatizzare lo spregevole gesto non è una cosa che si sarebbe dovuta fare per noi in quanto comunità ortodossa, non vogliamo mica fare le vittime. E' una cosa che si sarebbe dovuta fare per la legalità, per dare un'idea di senso civico. Le racconto una cosa: proprio recentemente, presso una scuola vicino l'aeroporto, si è tenuta una giornata di legalità. A Reggio facciamo spesso delle "parate" di questo tipo con politici e magistrati al seguito ma qui si bruciano le chiese e nessuno interviene. Si fa finta che vada tutto bene. In verità non va niente bene.

E cosa non va bene in città? Qualcuno ha parlato di un gesto sintomo di una miseria sociale e culturale, qualcun altro ha affermato di essere ripiombati nel Medioevo. C'è davvero una sorta di crisi di valori?

Il problema di Reggio è che non siamo più capaci di indignarci, ci facciamo passare tutto sopra, non riflettiamo più sulle cose anche le più banali, ormai accettiamo tutto. Guardi qui non ci si ferma neanche agli stop per strada. Non c'è più il senso della società. Quando accade qualcosa ci si gira dall'altra parte. Vige il: "Basta che si a fuori da casa mia e la cosa non mi interessa". I valori tradizionali li abbiamo sostituiti con altro. Siamo ripiombati in un Medioevo barbaro. Non ce l'ho con chi ha bruciato la chiesa, non riesco ad avercela. Semplicemente non capisco perché l'hanno fatto. Siamo tornati all'idea che la forza vale più della giustizia. I nostri antenati fondavano società sul diritto. Ora l'ultima cosa che è rimasta dell'Impero romano è la chiesa ortodossa. L'impero romano si è sfasciato. Abbiamo diritti basati sulla legge del più forte. Qui stiamo tornando al capoclan e ai suoi guerrieri: fanno a gara a mettersi sotto le bandiere di qualcuno, a farsi "clienti" di qualcuno.

Ha appena detto che a Reggio si accetta tutto. Si accetta anche la 'ndrangheta per esempio?

Credo che accettiamo tutti coloro che ci possono fare del male. Non sappiamo resistere alla pressione e preferiamo cedere o vincere, basta che sia subito. Non sappiamo gestire il conflitto.

Appena dopo l'incendio, lei ha commentato: "Non si può parlare bene di una città che brucia le chiese, credo che sia il caso di dare un segnale, non per i fedeli ma per i reggini, per avere la possibilità di rialzarci". Reggio come può rialzarsi?

Guardi, la chiesa "San Paolo dei Greci" è l'unica chiesa dei greci di Calabria, è l'ultimo ricordo che è rimasto della nostra storia. Una delle prime visite dell'ambasciatore ucraino in Italia è stato qua. Qui abbiamo avuto consoli russi, la comunità georgiana, alti prelati, metropoliti, pullman di greci e russi. Nessuno lo sa, c'è indifferenza, siamo inconsapevoli che siamo una città culturale. Possiamo rialzarci soltanto cominciando a dire "no". Che il nostro sì sia un sì, che il nostro no sia un no. Quello che ci è stato comandato da Cristo è la "parresìa", cioè la totale verità di parola: non possiamo essere chiusi dietro l'opportunità, non possiamo continuare a dirci: "Non è opportuno, non conviene". Dobbiamo avere il coraggio di essere noi stessi, se una cosa non ci piace lo dobbiamo dire. Dobbiamo farci sentire come cittadini e questo significa partire dal nostro piccolo, ritornare alla solidarietà. Ormai ognuno vive per se stesso.

chiesaortodossabruciataquaterLei ha anche detto: "Non possiamo lasciare la città nell'ignoranza e nell'anarchia totale". Reggio è davvero così oggi, è ignorante e anarchica?

Reggio è una città ignorante nel senso che abbiamo dimenticato le nostre radici. Sta qui la nostra ignoranza. Ignoriamo chi siamo e cosa siamo. Abbiamo avuto lo stesso trattamento degli indiani d'America, "un olocausto culturale", non sappiamo più chi siamo. Siamo la città più greca del mondo, siamo più greci degli ateniesi ma non conosciamo più i nostri valori, abbiamo dimenticato tutto e siamo diventati dei perfetti consumatori. Non voglio fare polemica ma Festa di Madonna cosa è diventata? L'hanno prolungata per vendere più salsicce e frittole. Questo è quello che noi abbiamo. La più grande scoperta che possiamo fare studiando è il nostro grande passato storico. Quando si è incendiata la chiesa si è leso  un simbolo, un luogo che ricorda il nostro passato. Per ciò che riguarda l'anarchia, anarchia significa conquistarsi l'impunità per tutto ciò che si vuole fare. Dal 1970, dopo i moti, Reggio ha combattuto per diventare anarchica. Le racconto questo: alcuni giorni fa dei ragazzi in motorino non si sono fermati a uno stop, li stavo investendo e mi hanno riempito di insulti. Oggi abbiamo conquistato il fatto che alzando la voce, usando la violenza verbale o fisica,  quello che vogliamo deve essere fatto per forza. Voglio fare un abuso edilizio: lo devo fare. Voglio parcheggiare in tripla fila: lo devo fare. Dobbiamo riprenderci la cittadinanza e il senso civico.

Quello attuale è un periodo complicato per la città considerando lo scioglimento del Comune avvenuto lo scorso anno. A breve ci saranno le nuove elezioni comunali. E' importante parlare di politica ma non per fare diatribe ideologiche ma perché parlandone ci si sente parte di un tessuto sociale, di una comunità...

Lei in questi mesi ha visto un tavolo progettuale per Reggio? Molte candidature sono state annunciate e alcune liste sono già quasi pronte ma ancora non ho sentito nessuno dire cosa voglia fare per la città o cosa voglia produrre. Nessuno ha parlato di trasporti, di strade o di acqua. C'è qualcuno che sta ragionando sul nostro futuro?

Qual è il suo auspicio, come vuole la nuova Reggio? Se è vero deve cambiare come dovrebbe diventare?

Vorrei una Reggio che sappia ritrovarsi e sono sicuro che ce la faremo. La fame ci porterà a guardare a quello che sappiamo fare, la situazione difficile che stiamo subendo porterà a non mettere più timonieri che sono sanno guidare. I reggini sono persone perbene, dobbiamo solo avere più coraggio. Dobbiamo guardare oltre e leggere la società attuale. Dobbiamo piantare viti, puntare  sulle nostre colture specializzate e diventare un punto di riferimento mondiale. Il bergamotto, per esempio, è la nostra ricchezza. La domanda c'è ma la nostra offerta è sottodimensionata. Siamo al centro del Mediterraneo, ce ne rendiamo conto?

Padre, in ultimo, vuole dare un messaggio?

Sì, voglio dare un messaggio di speranza. Reggio ha passato molti momenti difficili, questo è uno dei più brutti. In passato c'era molta coesione, eravamo forti della nostra fede, della nostra cultura, della tradizione e della spiritualità. Adesso non è più così. Ma si può e si deve andare avanti. Ripartendo dalla scuola, dai quartieri o dalle associazioni si può ricominciare. Possiamo riprenderci, si può ricominciare: dobbiamo puntare e investire sui giovani. Ce la faremo. Basta forgiarli, dargli l'esempio e dirgli: "Tu sei questo, guarda quello che hanno fatto i tuoi antenati, fallo adesso, fallo qui..".