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[FOTOGALLERY] Il mio viaggio surreale in una Reggio Calabria spettrale

viamarinadesertadi Claudio Cordova - Se c'è una cosa positiva nel periodo di quarantena e spostamenti limitati e monitorati che viviamo, è quella di avermi fatto ritrovare il tesserino dell'Ordine dei Giornalisti, che avevo abbandonato e che, però, ora, mi potrebbe essere prezioso per giustificare la mia presenza in giro per Reggio Calabria.

Non avevo mai affrontato una zona rossa nella mia vita professionale.

E, peraltro, oggi, Reggio Calabria è un po' più rossa rispetto ad altre zone d'Italia, già blindate il più possibile dalle disposizioni del Governo presieduto da Giuseppe Conte. Oggi, infatti, è il primo giorno dall'ordinanza con cui il sindaco Giuseppe Falcomatà, ha ulteriormente irrigidito le misure governative, chiudendo la via Marina e le piazze.

Io voglio raccontarla questa prima giornata. E il tesserino ritrovato spero possa farmi da reale scudo: per quanto possa sembrare strano, per quanto si possa considerare il giornalismo un hobby, io sto lavorando.

Il clima è spettrale.

Come se stessi attraversando l'Italia, parto da nord per scendere verso sud. La lunga via Santa Caterina, sembra la pista di Indianapolis. Vedo un senzatetto seduto sul gradino di un negozio, chiuso ovviamente. Oltre a essere senzatetto, è anche senza mascherina e senza guanti. Attraverso la strada senza nemmeno guardare e lascio un po' di soldi nella ciotola che ha davanti a sé: "Oggi non raccoglierai molto, mi sa" gli dico. Lui sorride, non so se abbia capito ciò che gli ho detto.

Sono le 11 del mattino, circa. Il clima è più che mite, come del resto è avvenuto per la quasi totalità di quest'inverno, travestito da primavera. Di solito, il Corso Garibaldi, salotto buono della città, è popolato di anziani, di giovani che hanno saltato la scuola, di fannulloni che passeggiano invece di essere sul posto di lavoro. Oggi è deserto. Solo qualche pattuglia delle forze dell'ordine, i portavalori che si muovono tra i vari istituti bancari.

E così la via Marina. Ci arrivo superando la palestra che frequento e cercando di non pensare all'ingrasso che mi attende. All'imbocco del lungomare Italo Falcomatà, pochi metri dopo Piazza Indipendenza, una volante della Polizia di Stato ferma le poche auto che provano ad avventurarsi sul "lungomare più bello d'Italia".

Risalgo verso la via Demetrio Tripepi, tra le più trafficate, solitamente. Mi sento chiamare: "Claudio, che ci fai in giro?". Un mio conoscente. Io rispondo: "Un po' di foto strane". Lui: "Sembra un film, vero?". Io sorrido e risalgo: in via Tripepi non mancano gli immancabili "passeggiatori di cani". Del resto, ora che il sindaco Falcomatà ha vietato anche di fare jogging, portare a spasso il proprio animale domestico è uno dei pochi motivi leciti per stare fuori casa, magari per fumare una sigaretta.

Sono le vie del centro. Noto gli ausiliari del traffico: "Ma che parcheggi controllano?" mi chiedo tra me e me. Su Virgin c'è una canzone dei Doors, alzo il volume. Approfitto del deserto attorno a me per fare un po' il tamarro.

Se la via Tripepi è deserta, poco cambia in via Aschenez, che a volte anche più trafficata. Anche qui, le persone a piedi, salvo che in prossimità di qualche negozio alimentare, si contano sulle dita di una mano. Hanno tutti la mascherina, qualcuno anche i guanti. Forse, e dico, forse, la gente ha capito.

Passo davanti allo studio di un noto avvocato reggino, lo vedo entrare. Forse non lavora da casa. Per gli avvocati, lo studio è un mondo a parte, dove si produce meglio. O, forse, semplicemente la convivenza in casa è dura...

Dalla zona nord, alla zona sud, il viaggio surreale prosegue.

Non mancano, evidentemente, alcuni cumuli di rifiuti. Servono, per riportare alla realtà: in fondo, sono a Reggio Calabria, mica sul set di "Io sono leggenda".

Con la coda dell'occhio, vedo due ragazzi, mi sembra che stiano per abbracciarsi e mi distraggo. Non abbraccio qualcuno da un po' di tempo e forse è un'allucinazione. Rischio persino di investire con l'auto. Di questi tempi, con le poche macchine che scorrono nella città, sarei entrato negli almanacchi.

Il viale Aldo Moro, il cosiddetto "viale Quinto", che solitamente è più trafficato della Quinta Strada (appunto!) di New York, è stranamente silenzioso. Supero l'Oreste Granillo (chissà quando si tornerà a giocare...) e anche il Viale Galileo Galilei, che è di fatto una delle poche vie per raggiungere il centro cittadino, è solcato solo dagli autobus e da qualche ciclista.

Farmacie e supermercati sono gli unici luoghi affollati. Si entra un tot per volta e nella fila che, inevitabilmente, si forma fuori, si cerca di mantenere il fatidico metro di distanza. Anche le piazze, solitamente popolate da varia umanità, sono deserte. E' così per Piazza Duomo, ma anche per Piazza Sant'Agostino, che invece è gremita di piccioni, neanche fosse Venezia.

Scorro lungo i luoghi, dove, tra un articolo di 'ndrangheta e l'altro, bevo un calice di rosso (forse più di uno...). Tutto fermo. E non è da tanto, in fondo. Ma sembra un'eternità. 

Prima di rientrare, faccio rifornimento di benzina. E' il mio inconscio che mi porta in una stazione da cui è possibile vedere il Cedir, il palazzo di giustizia, dove ho trascorso, sommando il tempo, anni della mia vita. Non credevo che quei luoghi (e una parte delle persone che li popolano) potessero mancarmi così. 

Ritorno verso casa. Noto due anziane al balcone. Saranno una ventina di metri di distanza: scambiano qualche chiacchiera, ma comunicano più che altro a gesti. Sembra un dialogo tra sordi. Eppure c'è un gran silenzio.

Sono finalmente a casa e ho iniziato a scrivere il mio racconto: "Ma... dove ho messo il tesserino?". Mi alzo, lo recupero dalla tasca della giacca e lo rimetto al sicuro. Potrà essermi utile, di questi tempi.