Storie e Memorie
 
 
 
 

Tu che sai trovare le parole

scopellitiantonino500di Ariella Lea Heemanti - Al giudice Antonino Scopelliti

In memoriam

Il professore rivolgeva alla sua allieva d'italiano un monito che era, in quel momento, anche una preghiera:

«Scrivi, Lelka, scrivi, tu che sai trovare le parole».

L'allieva ascoltava quel monito, quella preghiera, quell'essere chiamata col diminutivo di casa dall'uomo che le aveva insegnato a leggere Dante, e che, nell'ora della morte per assassinio di un giudice, sollevava su di lei uno sguardo di dolore scuro dove la severità non ammetteva, neanche in quel frangente, parole che non fossero di profezia e poesia, di una letteratura la sola per lui capace di sommuovere gli animi, di esprimere la condanna più profonda, radicale, e anche la pietà, anche l'amore, la certezza della verità e della giustizia ineludibili sia pure un giorno lontano, il più remoto, eppure da venire.

E il cognome del giudice ucciso, quello del professore che impetrava per la sua morte le parole più dure e anche quelle più pure, era lo stesso.

Lo stesso era il paese dove entrambi erano nati, cresciuti, divenuti uomini con la loro passione e la loro integrità, a pochi metri dal quale il giudice fu poi ucciso perché quell'integrità, che non aveva ceduto alle lusinghe né al malefico potere della corruzione, non si esplicasse, ammantata di onestà, ancora una volta e anzi venisse distrutta, nelle intenzioni degli assassini, per sempre, con il fremito di distruggere la vita stessa e con la simultanea successione dei colpi di kalashnikov.

Ma era difficile, quasi impossibile trovare le parole per scrivere, allora.

Per chi è cresciuto con la lezione ebraica che uno dei nomi di D-o, Elokim, contiene e comprende quello di giudice, di fronte all'uccisione di un giudice che era consapevole di questo e che con semplicità, tormento e fermezza, pregando, attuava il suo compito, non v'era in quell'attimo prolungato che lo stupore già provato, già sperimentato, lo scandalo spirituale di come si possa attentare non solo alla vita umana ma, uccidendo un giudice, al nome stesso di D-o e pensare che ciò avrà le sole conseguenze della propria infamia, ottusità, della propria brama, avidità ed educazione al male, del proprio miserabile progetto di dominio e sterminio di chi vi si opponga, da consegnare in eredità a una progenie ancora malvagia, ancora spavalda e feroce.

E non un rivolgimento stesso dell'indistruttibile nome di D-o che risale, inesorabile e lento, dal fondo delle coscienze, a travolgere, come il mare, l'ingiustizia, l'iniquità, la violenza e il delitto, ma che ora permaneva nello spazio contenuto e sia pure immenso dell'irat shamaym, del timore dei cieli sotto i quali era il silenzio la dimora, la natura stessa delle parole, e le lacrime che, esse sì, tralucevano.

E ancora qualche anno dopo, nella piazza Camagna della città dello Stretto, durante una commemorazione del giudice, le sole consistenti parole, per l'allieva, erano quelle del fratello del giudice che da un piccolo palco si affannava e implorava:

« Nino, amici miei, Nino faceva processi, non vendeva noccioline».

E già là, in quegli istanti, si scorgeva provenire dal mare tutto il rivolgimento, tutta la luce che inondava la piazza, le figure, i visi, il mutismo ed il silenzio stesso che perdurava e dentro cui risiedeva la memoria, l'eco della voce del giudice, il lascito non soppresso:

« Il giudice è solo, con le menzogne cui ha creduto, le verità che gli sono sfuggite, solo con la fede cui si è spesso aggrappato come un naufrago, solo con il pianto di un innocente e con la protervia e la perfidia dei malvagi. Ma il buon giudice, nella sua solitudine, deve essere libero, onesto e coraggioso».

Queste erano le parole, già esistenti, già trovate, sulla strada sbarrata al giudice dalla protervia e dalla perfidia dei malvagi, eppure libere, coraggiose e chiare nel rivolgimento del mare, in quell'inondazione di luce che involgeva le persone, le loro figure nella piazza; nel sorriso, che giungeva sin lì, del giudice, della sua solitudine ora attraversata anch'essa dallo splendore del giorno, della coscienza che cresceva.

Venticinque anni dopo, quel monito di scrivere, quella preghiera di un professore ad un'allieva, "tu che sai trovare le parole", fatta con il dolore scuro e la severità del volto, dello sguardo, si ridestano e rivelano un senso nella necessità di un tributo, di trovare parole, ora, che siano sì quelle forti della riprovazione e del rifiuto della protervia, della perfidia dei malvagi, ma anche quelle della dolcezza e del rimpianto, della bellezza dei luoghi, dell'animo generoso di chi li abita dalla parte del bene, della luminosità, dell'ospitalità e dell'aspirazione ancora difficile a una vita liberata, in pace, semplice, nel resoconto onesto dei giorni, nell'antichissima rete che ancora le notti intessono su trame di lingue, di cultura e di passaggi, nel profumo di zagara, tra i filari di buganvillea e d'oleandro.

Già in treno, nel percorso tra Reggio Calabria e Villa S. Giovanni, quell'odore di mare e di fiori asseconda il respiro, e una commozione tale che è come se fosse il cielo a esortare, ora, a piangere. Come se una bat kol, una voce divina, dicesse "piangi, piangi pure, ora", mentre per tutto il tempo, per tutti gli anni, ripensando a un giudice che tornava dal mare ed era conscio che "i delinquenti gli volessero fare del male", ma che pure si aggrappava "come un naufrago" alla fede e alla speranza di vivere, l'irat shamaym, il timore dei cieli era così grande, carico di scandalo spirituale e di stupore, che era come sentire quella stessa voce divina dire, al contrario:

«Un giudice è stato assassinato sulla faccia della terra, il nome stesso di D-o è stato attaccato, e tu osi anche solo piangere?».

Ora è più semplice piangere, guardare gli alberi e il mare, i caseggiati orrendi e quelli ancora memori, l'ammasso di cemento e la parte di bellezza non ancora devastata, soffocata, finché il treno non arriva a Villa e nell'atrio della stazione un gruppo di ragazzini con il volto troppo annerito dal sole e l'orecchino, la sigaretta in bocca, ammonisce che è dura, aspettare un autobus per Campo è davvero arduo, sarebbe persino meglio andare a piedi, non è poi così lontano, circa mezz'ora, va bene c'è il sole, fa caldo, ma è sempre meglio che aspettare il prossimo autobus che, se arriva, arriva non prima di mezzogiorno, al massimo si può impiegare il tempo andando in via Marina.

La strada dal porto alla via Marina è affiancata da strati di bottiglie di plastica, cicche e carte.

Da un anfratto dove vengono lasciati cumuli di sacchetti della spazzatura si sprigiona un cattivo odore nauseabondo, rancido.

Sul lungomare, su una delle prime panchine, una ragazza siede e sorride all'ombra.

Racconta che sì, la città è peggiorata, che c'è tanto sporco, tanta desolazione; che lei insegna a Genova e che ogni volta che torna vede la città sempre più abbandonata.

Indica con il braccio una costruzione in lontananza, un mostro di cemento che è stato edificato in previsione del ponte e che è solo uno sfregio enorme, un altro, alla meraviglia del mare, della costa.

Il giudice, sì, è stato ucciso là, a Campo Piale, là poco più in alto, e anche a quel ricordo triste la ragazza sorride, mentre il mare è come doveva essere quel giorno, così azzurro, e bianco, con quella violenza del cemento e del sopruso, dell'abuso, e quella bellezza che resiste nonostante tutto.

Nella piazza della stazione, al riparo dal sole nella pensilina degli autobus, una ragazza che torna da Catania, dove studia all'università, aspetta in piedi, con la valigia, i capelli neri, ricci e scuri, come gli occhi, come la pelle, come la sua bellezza di ebano e di perla.

Seduti stanno un vecchio emigrante, con il bastone e i sacchetti degli ortaggi, una signora che rientra da una gita a Letojanni, in Sicilia, aspetta un autobus per Soverato ed è sconfortata per le attese e perché nei bar non c'è neanche il caffè freddo, e un uomo senza più età del Senegal, alto come un albero, con la sua tunica bianca e d'oro, lo zucchetto, le labbra a mormorare sure coraniche innocue, senza rumore, un'aria umile e insieme regale, una sapienza del re Salomone come conosciuta in altre vite che sono questa stessa.

Ad ogni autobus che arriva e si ferma nella piazza egli si alza e accorre, domanda agli autisti se vanno a Vibo.

Gli rispondono di no e lui torna a sedersi, sereno, paziente.

«Youspikinglish?» gli chiede il vecchio emigrante dopo averlo studiato per un po'.

Ma l'uomo del Senegal risponde sorridendo di no, che lui parla francese, e senegalese.

E il vecchio emigrante spiega in un italiano arcaico e dolce che lui sta a New York, che anche suo figlio è là, che il giudice sì, se lo ricorda, "eccome no, lo uccisero là, a Campo Piale, poveretto, disgraziati, scellerati, me lo ricordo sì e no, alle volte io sono a New York".

Il venditore indiano accovacciato sul marciapiede intreccia bracciali di fili di plastica e stelle che trae da una sacca di tela.

Il vecchio emigrante dice che le stelle sono in realtà bottoni, e che l'indiano fa e disfa i bracciali per far passare il tempo, forse neanche per venderli.

Intanto arriva il piccolo autobus per Campo Calabro, della compagnia Scar.

Quando s'inerpica su verso il paese del giudice si può scrutare laggiù il mare, e lungo il ciglio della strada i cespugli di buganvillea e d'oleandro rosa che forse il giudice amava.

E le piante di aloe, oh, quelle.

Quelle che il viaggiatore Alphonse de Custine descriveva come capaci di diramarsi alte, "identiche ai candelabri ebraici", alla Menorà dei cieli della creazione e del Tempio di Gerusalemme.

Vederle, vederle coi propri occhi, vedere che è così, è bello.

Nella piazza, scendendo dall'autobus, si scorge subito la via intitolata al giudice.

Ma la scritta è incompleta sul cartello.

Come vuota di una verità fondante che ancora nessuno vuole riuscire a scrivere, a imprimere con lettere di giustizia nel campo inobliabile da cui però ricominciare a vivere.

Quel "via Antonino Scopelliti magistrato" che non dice che il giudice fu colpito, ucciso, fatto precipitare giù con la macchina in un terrapieno, e che rimase là, insanguinato e solo, come temeva in vita.

Là per una frazione di tempo eterna e immota, dove solo le piante d'aloe in alto, le buganvillee e i fiori d'oleandro facevano scudo al suo corpo e ne accoglievano l'ultimo spasmo, mentre gli assassini coprivano la loro fuga codarda con il ghigno serio, la soddisfazione tesa del loro disumano mandato, eseguito senza un sussulto.

E quella scritta che un giorno potrà non dire più niente ai bambini che saranno divenuti uomini e donne e non saranno più sospinti a chiedere ai vecchi, a interrogarli, perché venga loro risposto come, quando fu ucciso il giudice. E perché.

La via che porta il nome del giudice è pulita, tersa.

Gli alberi piantati in essa, ombrosi e verdeggianti, hanno tronchi alcuni dritti, altri ricurvi, ritorti come può essere torto il diritto del giusto.

Un anziano uomo cammina controvento e se gli si domanda della via Leonida Repaci, della casa dove forse ancora abita il professore d'italiano, egli la indica, accenna a una fontana, dice che il professore è ormai mancato.

Poi il discorso torna al giudice, alla memoria di lui.

E l'uomo dalla camicia azzurra, dagli occhi piccoli e chiari, chiede lui:

«Se ci penso mai, al giudice? Certo che ci penso. Per tutti noi era Ninuzzu, e il suo assassinio fu un trauma. Se me lo ricordo il giudice da piccolo?

Sicuro che me lo ricordo. Me lo ricordo dalla scuola. Lui era più grande di me.

Veniva sempre a giocare a pallone. Già allora parlava con tutti, era umile.

Poi divenne il giudice più giovane d'Italia.

Per noi questo era un onore.

E per sempre egli è rimasto umile, non si è mai insuperbito.

Per chiunque sapeva trovare una parola buona, giusta, un consiglio professionale, umano e incorruttibile, anche per gli sventurati, le cui madri andavano a chiedergli aiuto.

Lui faceva il suo lavoro con onestà. E i bastardi l'hanno ucciso.

C'era la guerra di 'ndrangheta, settecento morti.

Salvatore Riina è venuto dalla Sicilia vestito da prete per mettere d'accordo le 'ndrine fra di loro.

E quello che voleva in cambio era la vita di Ninuzzu.

E gliel'hanno data.

I bastardi l'hanno massacrato.

Lui se lo sentiva.

Aveva un amico con cui andava al mare e qualche giorno prima lo pregò di non andare più con lui.

Non voleva scorte.

Sapeva che questi bastardi se decidono di ammazzare ammazzano e non c'è scorta che possa evitarlo.

Non voleva sacrificare la vita di altri innocenti.

Io l'ho visto per l'ultima volta dentro una bara.

Ne hanno fatto scempio.

E poi, deficienti, oltre che delinquenti, che cosa pensate, che ammazzate un giudice e voi non vi giudica più nessuno, anche già qui, anche in questo mondo, che non c'è un altro giudice disposto a prendere il suo posto?

Il giorno del funerale, nel piazzale della chiesa ho visto Cossiga, e il giudice Falcone, che sapeva anche lui quello che lo aspettava.

Ed è venuto sin qui, perché lui conosceva il valore di Ninuzzu, la portata del suo lavoro.

Ninuzzu faceva solo il suo lavoro.

Tutti i negozi sono rimasti chiusi, quel giorno, in segno di lutto.

E mi creda, mi creda.

Io rispetto la religione, ma la mafia prima è in Vaticano, poi ci sono i politici, e in ultimo vengono i delinquenti, la mala erba che più cresce e più si deve strappare, e più ricresce e più si deve tornare a strappare, finché forse un giorno non ce ne sarà più, e già adesso i mafiosi sono quasi tutti o morti ammazzati tra di loro o in galera.

Ninuzzu, Ninuzzu, vede là, dove c'è quella casa?

Quella era la sua casa e là ora è rimasta solo sua sorella Rosetta.

Suo padre sì, me lo ricordo.

Si chiamava Domenico.

Sua madre, mi lasci ricordare, Annina, mi pare.

Suo fratello, Ciccillo, Francesco, anche lui ora è mancato.

Ora la saluto, devo andare, ma torni, torni, ho tanti ricordi.

Sa, lei mi ha fatto ricordare anche cose dolorose, che fanno male. Ma torni, torni».

Nella piazza del Municipio, intitolata "ai martiri di Nassyria" e dove una lapide rimembra anche i caduti in guerra di questo "Campo di Calabria", la campana rintocca, scandisce l'ora.

Dodici rintocchi più tre, l'una meno un quarto. Poi l'una, le due del pomeriggio.

Gli alberi frondosi dal tronco massiccio offrono frescura e ossigeno.

L'aria del mare arriva sin sulle panchine e rinfranca.

C'è silenzio e pace.

Le cicale il cui cicaleccio si rincorre senza quasi sosta.

La ragazza con l'accento del Nord che porta a spasso il cane.

I due ragazzi dal linguaggio rozzo e blasfemo che mangiano panini e rovesciano sul lastrico la coca cola che rimane loro.

Le donne anziane sedute fuori, a un lato della via, su sedie di paglia, a confabulare e guardare.

Gli uccelletti che non si sa bene da quale ramo di alberi emettano un canto spedito e persistente, come se anche loro volessero ripetere Ninuzzu, Ninuzzu, mentre quel nome e quell'immagine del giudice da ragazzo affluiscono ancora nella piazza, tirano calci a un pallone, sorridono a tutti con gioia ed umiltà.

Là la casa del giudice, dove lui tornava, per la madre, la sorella, le vacanze, per il mare che scintillava, per quell'incartamento da studiare e quel rigetto al ricorso in Cassazione dei mafiosi da scrivere, preparare, in solitudine e con onestà.

Per Rosanna ch'era piccola e ai compagni di scuola doveva raccontare:

«Mio padre fa il medico e si chiama Pasqualino».

Là dove ora è rimasta solo la sorella del giudice, Rosetta, che forse, a quest'ora, riposa.

Non c'è nessuno nella via della casa del giudice, a quest'ora.

Solo i gerani nei vasi, i balconi in ferro battuto delle case antiche e i basamenti, e sospiri, cantilene di vite passate e un sole splendido, che, camminando in discesa, avvolge e incanta, mentre invece il ghigno, la smorfia di soddisfazione degli assassini è costretta a retrocedere e ad accartocciarsi, ora che quella luce, quel rivolgimento del mare contenuto nelle lettere del nome di D-o equivalente a giudici avanzano la pretesa definitiva della verità, della giustizia, e la richiesta ai killer, se ancora esistono, della resipiscenza più estrema, di provare per la prima volta orrore, timore, di andare e di dire quello che ancora non è stato detto, che rende la verità ancora vuota anche nella scritta sul cartello di una via.

Risalendo s'incontra con lo sguardo la limpidezza del cielo, le nuvole sospese, come una presenza immanente di D-o.

Poco prima della via Repaci si sente un fragore d'acqua.

Seguendolo s'incontra la fontana cui aveva accennato l'uomo anziano dalla camicia azzurra e dallo sguardo chiaro, così simile a questo cielo, e anche la donna che stira nel suo negozio di lavanderia.

L'acqua è fresca, abbondante, leggera da bere.

Rinfrescandosi si può leggere l'iscrizione apposta sulla fontana:

«Avvicinati, viaggiatore, e guarda un poco quest'acqua mormorante che ti addita...».

E la via Repaci, dove abitava il professore d'italiano, dove ora, dice con gentilezza una donna da dietro la zanzariera della finestra di casa sua, ci sono i figli, è calma e assolata anch'essa, mentre si arriva a quella casa, per osservarla dall'esterno e ricordare, per sorridere innanzi al busto del professore, ora che si sono trovate le parole.

Alle quattro meno un quarto nella piazza passa di nuovo il piccolo autobus della Scar per il viaggio di ritorno in città.

Una ragazza seduta su uno dei primi sedili aiuta il conducente coi biglietti.

Un ragazzo fa attenzione a una cassa di salsa di pomodoro appena imbottigliata e trasportata così, sull'autobus.

Alla seconda fermata sale una donna opulenta, con una camicia color turchese, la gonna lunga e nera come i capelli corvini, e i sandali, la stessa che c'era salendo su a Campo, che riconosce ed esclama "ciao signora bella" e poi dice al ragazzo, nella sua lingua calabra musicale e un po' arcana:

«Ma potevi almeno coprirle con un po' di carta queste bottiglie di pomodoro, nella cassetta, così non scivolerebbero neanche».

Il ragazzo fa segno che non valeva la pena.

In città, nella via del mare, qualcuno verrà subito a prenderle, e lui non dovrà neanche aspettare.

Il piccolo autobus discende lungo la stessa strada fatta in salita.

Nel mare, laggiù, è come se si scorgessero ora le bracciate del giudice, quella felicità dell'acqua nonostante la paura, come quando da piccolo lui giocava a pallone nella piazza del paese e nessuno, allora, gli avrebbe mai fatto del male.

E là in alto, nel campo di Piale, lungo la strada, da là è come se ora si udisse il pianto dell'innocente, il coraggio di un uomo che muore e che chiama per nome le persone a lui care nel gemito di un solo istante.

Come se apparisse lo spettro struggente di Polidoro, e le sue parole prendessero corpo:

«Impetrai dai potenti di sottoterra sepoltura, e le braccia della madre».

E come se la madre, Ecuba, potesse essere la madre Annina del giudice, verso i reprobi, verso i mandanti, verso gli assassini, si sentono ergersi, tra le distese d'aloe e i cespugli di buganvillea e d'oleandro, queste parole:

«Oh potenti, o malvagi, se pensate di potere spadroneggiare e trionfare per sempre, sappiate che non è così».

Il piccolo autobus s'inoltra nei paesi, verso la città e il mare.

L'autista sembra felice.

Quel monito, quella preghiera di un professore d'italiano alla sua allieva, le parole da trovare nella lunghezza pensata del tempo, il rivolgimento della luce, dell'acqua del mare, del nome di D-o che forma anche la parola giudice, il sorriso del giudice e le storie essenziali di esseri umani oggi radunatesi intorno al suo nome, sotto la pensilina della fermata di un autobus, nella piazza del suo paese, all'ombra cospicua del manto degli alberi, sotto cieli chiari e chiare nuvole, nel fragore dell'acqua di una fontana, nella via intitolata a un poeta, a pochi metri da quel terrapieno, tutto ora si riunisce e si concentra.

Tutto, insieme, anela e chiede giustizia.

Il diritto semplice e antico, insopprimibile, alla verità.

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