Reggio Calabria
 

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“Comportamenti non degni dell’esercizio della professione medica”: le motivazioni del processo “Mala Sanitas” sul “reparto degli orrori” dell’ospedale di Reggio Calabria

ospedali riuniti 600di Claudio Cordova - "Appare evidente come, all'interno del reparto di Ginecologia degli Ospedali Riuniti, esistesse una prassi consolidata di falsificazione delle cartelle cliniche funzionale a coprire errori medici, esecuzione scorretta di interventi, sciatteria nella gestione dei pazienti, noncuranza e non osservanza delle più basilari regole che informano il rapporto medico/paziente, quali, ad esempio, l'adempimento di obblighi informativi del primo verso il secondo". E' uno dei tanti durissimi passaggi della sentenza con cui il Tribunale Collegiale di Reggio Calabria, presieduto da Stefania Rachele, ha condannato i medici coinvolti nell'inchiesta "Mala Sanitas".

A sei mesi dalle dure condanne comminate, arrivano le motivazioni.

Pur non riconoscendo l'esistenza dell'associazione per delinquere, il Tribunale ha condannato Luigi Grasso a 2 anni e 3 mesi, Maria Concetta Maio a 4 anni, Daniela Manuzio a 6 anni e 2 mesi, Antonella Musella a 4 anni, Filippo Saccà a 4 anni e 6 mesi, Massimo Sorace a 4 anni, Giuseppina Strati a 3 anni, Alessandro Tripodi a 4 anni e 8 mesi e Pasquale Vadalà a 4 anni e 9 mesi. Assolto Annibale Maria Musitano, per cui l'accusa aveva invocato 3 anni e 6 mesi. Mentre l'accusa aveva chiesto prescrizione e assoluzione per Marcello Tripodi, Roberto Rosario Pennisi e Mariangela Tomo.

Come detto, i giudici non hanno avvalorato l'impostazione accusatoria portata avanti dai pm Roberto Di Palma e Annamaria Frustaci sull'esistenza dell'associazione per delinquere, ma in più parti hanno sottolineato il clima di omertà e di mutuo soccorso per coprire errori e orrori commessi all'interno del nosocomio reggino: "Prova dell'esistenza di un sostanziale deterioramento del corretto esercizio della professione medica – il quale si traduceva in un sistematico ricorso alla falsificazione della cartella clinica affinché esso non fosse disvelato all'esterno e fosse foriero di azioni legali da parte dei pazienti – è emersa in tutti i casi passati in rassegna".
Oltre alla perdita di numerosi neonati, le vicende hanno segnato diverse vite: qualche donna si è separata dal marito, qualcun altro ha perso il lavoro, il familiare di qualcuna delle vittime è stata costretta al prepensionamento per assistere i congiunti.
Un'inchiesta – quella "Mala Sanitas" - che ha creato grande scalpore a Reggio Calabria e su tutto il territorio nazionale. Gli imputati rispondevano di falso ideologico e materiale, di soppressione, distruzione e occultamento di atti veri nonché di interruzione della gravidanza senza consenso della donna. Le condotte che l'indagine "Mala Sanitas" consegnò alla popolazione fecero emergere uno spaccato agghiacciante degli Ospedali Riuniti, vero e proprio luogo di orrore, quasi di torture ai pazienti che, dopo i danni irreparabili causati dall'imperizia del personale medico venivano persino convinti della bontà del trattamento subito.

Il Tribunale ha accolto l'impianto accusatorio portato avanti nel lungo dibattimento dai pm Di Palma e Frustaci, riconoscendo le gravissime colpe mediche (che porteranno ad aborti e decessi dei feti), dichiarando la falsità di numerose cartelle cliniche: i medici, infatti, per nascondere le proprie condotte avrebbero manomesso tali documenti, in modo tale che quadrasse tutto. Scrivono i giudici: "Si è assistito all'indicazione di dati clinici non rispondenti al vero, di diagnosi errate o, ancora, di fatti non accaduti o diversi da quelli accaduti durante delicati interventi; ancora si è vista la soppressione di prescrizioni di esami perchè ci si era dimenticati di eseguirli e la cancellatura del nome di sanitari presenti durante il parto; è emersa la mancata annotazione di personale medico appartenente ad altro reparto e dell'intervento da questi eseguito, la mancata annotazione di farmaci abortivi e la mancata annotazione di plurime e variegate informazioni mediche; si è assistito, poi, alla soppressione di parti di esami clinici, distrutti e mai più ritrovati fino a giungere, addirittura, alla sostituzione di essi con quelli appartenenti ad altra gestante". In generale, è l'intero ospedale a uscirne malissimo: "Ciò che è emerso è lo stato di assoluta incuria nella tenuta delle cartelle cliniche da parte della struttura ospedaliera, sostanzialmente uno scantinato dove le cartelle erano ammassate". In alcune casi cartelle non rinvenute.

Accertate, quindi, le diverse gravissime colpe da parte dei sanitari con la sistematica manomissione delle cartelle cliniche per celare errori e negligenze. Ma il Tribunale non manca di stigmatizzare anche i comportamenti dei medici e del personale coinvolto parlando di una "contrapposizione esistente tra ginecologi e anestetisti o ginecologi e neonatologi". Comportamenti che i giudici definiscono "deprecapibli ed espressione di una contrapposizione in stile tifoseria calcistica non degna dell'esercizio della professione medica".
Tra gli imputati principali, il dottor Alessandro Tripodi. A lui la Procura di Reggio Calabria arriva nell'ambito delle indagini sul conto dell'avvocato Giorgio De Stefano, considerato "il massimo" della 'ndrangheta, un'eminenza grigia in grado di collegare l'ala militare ai mondi occulti e massonici. Tripodi, infatti, è nipote dell'avvocato Giorgio De Stefano, essendo figlio della sorella.

L'imputato Tripodi avrebbe praticato un aborto all'insaputa della sorella, sospettando che il figlio della stessa potesse nascere con alcuni problemi. Tripodi, per come emerso dalle intercettazioni telefoniche sospettava che il feto avesse delle patologie cromosomiche e ha fatto abortire la sorella non solo senza il suo consenso e quello del cognato, ma anche mettendo in piedi un piano criminale degno di un film horror. I medici non si sarebbero fatti alcuno scrupolo. La donna doveva abortire perché Tripodi aveva deciso che quel feto era malato. E allora occorreva agire subito. Senza il consenso della gestante e architettando tutto nei minimi dettagli. In aula, tuttavia, la sorella dell'imputato, adotterà un comportamento particolare: non solo deciderà di non costituirsi parte civile, pur essendo individuata come parte offesa, ma renderà dichiarazioni difformi rispetto a quanto affermato in sede di indagine. E il Tribunale fa notare analiticamente tutte le discrasie: ""La Tripodi riferiva in dibattimento, per la prima volta, di aver ricevuto la notizia che il feto era morto e, dunque, di aver prestato il consenso alla somministrazione di farmaco di carattere abortivo diretto a favorire l'espulsione di un feto morto". Un atteggiamento che induce il Tribunale a parlare di "pesante ombra sulla crediblità" della donna, che avrebbe edulcorato la grave vicenda "per ridimensionare la posizione processuale del fratello".

Ancora dalla sentenza: "Anche il dato dei dolori e del loro peggioramento appare un'esagerazione voluta dalla teste per fornire una versione dei fatti che vedeva verificarsi un peggioramento delle proprie condizioni di salute in prossimità dell'interruzione della gravidanza, tale da giustificare la condotta del fratello".
Agli atti dell'inchiesta una serie di intercettazioni telefoniche a dir poco agghiaccianti. Tripodi in una conversazione farebbe apertamente riferimento alla circostanza che un altro medico, nel corso dell'intervento aveva cagionato alla paziente [Omissis] una perforazione della vescica, analogamente a quanto era accaduto nel caso della paziente denominata [Omissis] (TRIPODI: minchia non sai che è successo, stanotte l'ira di Dio; MANUZIO: eh? e di chi?; TRIPODI: allora, quella lì, eh, di OMISSIS, che gli ha sfondato la vagina;MANUZIO: eh;TRIPODI: eh, allora, lo sai, ha la vescica aperta, (RIDE......RIDE.....RIDE);MANUZIO: eh; TRIPODI: allora dal drenaggio esce urina .. te la ricordi a [Omissis]? Era oro.....mi ha chiamato OMISSIS dottore vedete se potete venire che qua c'è l'ira di Dio...ride....ride che oggi..........2 litri di urina dal drenaggio (ride).....in pratica...sono andato.... la vescica era aperta....l'hanno suturata in triplice stato....."). In un'altra conversazione, Tripodi parlando peraltro con altro collega medico dr.ssa Manunzio, le riferisce quanto appresso direttamente dal dr. Vadalà evidenziando che lo stesso (in prima persona) gli ha riferito (a conferma della gravità di quanto occorso in sala operatoria in uno dei casi trattati) "di non essersi ancora riuscito a spiegare cosa abbiamo combinato i colleghi medici in sala operatoria" ("VADALA' mi ha spiegato e mi ha detto io non lo so che cazzo hanno combinato, perchè l'isterotomia era fatta alta. Poi, dice c'era un buco nella vagina e l'utero in pratica era come se avessero fatto una..inc.le.. per fare un'isterectomia, la stessa cosa (ride) ...... dice non ha capito neanche lui quello che ha fatto..sangue che usciva a fontana da sotto..inc.le..m'immagino a TIMPANO"), concludendo poi Tripodi in ordine anche all'ulteriore intervento di Vadalà (poi, è arrivato VADALA' e gli ha dato un paio di punti là sulla vagina. Dalla vagina perdeva).

Tripodi riuscirà a non perdere il sorriso sulle labbra anche quando a morire sarà un bimbo. In una conversazione dice alla moglie che era morto un bambino, durante un parto eseguito dal primario, il dott. Pasquale Vadalà e dalla dott.sa Daniela Manuzio; aggiungeva di aver lasciato l'ospedale con la scusa di un appuntamento e di aver spento il cellulare, per evitare che il dott. Vadalà lo facesse rientrare in reparto (TRIPODI: "ehi... eh niente, gli è morto un bambino quà... A VADALÀ E ALLA MANUZIO ...omissis... ho chiuso il cellulare apposta, cretina, perché sennò mi chiamava in continuazione Vadalà eh...omissis.. e infatti me ne sono andato subito (ma fuia subutu) (n.d.r. ride)...").