Reggio Calabria
 

Parla Giovanni Brusca: "Riina ha fatto un'azione preventiva uccidendo il giudice Scopelliti"

bruscagiovannidi Claudio Cordova -  È stato uno dei mafiosi più vicini al capo dei capi, Totò Riina, è l'uomo che ha azionato, materialmente, il congegno che ha ucciso il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta nella strage di Capaci, lo chiamavano "u verru" per la sua ferocia. Oggi Giovanni Brusca è collaboratore di giustizia e risponde alle domande del procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo, che, con il processo "Ndrangheta stragista", prova a dimostrare il ruolo rivestito dalla criminalità organizzata calabrese, accanto a Cosa Nostra, nella stagione che, con bombe e uccisioni, ha insanguinato l'Italia negli anni '90. Nel processo che si celebra davanti alla Corte d'assise di Reggio Calabria, presieduta da Ornella Pastore, sono imputati, infatti, il boss del rione Brancaccio di Palermo, Giuseppe Graviano, e Rocco Santo Filippone, ritenuto uomo forte della 'ndrangheta della Piana di Gioia Tauro, in particolare della famiglia Piromalli. Sono accusati degli attentati ai carabinieri in Calabria. In particolare, dell'uccisione dei militari Fava e Garofalo, che si inquadrerebbe in quella strategia del terrore.

Nel racconto di Brusca c'è mezza storia di Cosa Nostra. Dal ruolo dei Corleonesi, fino ai rapporti tra Vittorio Mangano e Silvio Berlusconi prima della "discesa in campo" con Forza Italia nel 1994, fino ad arrivare ai movimenti separatisti come "Sicilia libera". Brusca, dunque, ripercorre le fasi che portarono alla strage di Capaci. Un progetto voluto da Riina, già da diversi anni prima e, in particolare, dai primi anni '80, dopo l'eliminazione del giudice Rocco Chinnici. La situazione precipita quando Falcone, dopo gli anni del pool antimafia a Palermo, assume il ruolo affidatogli dall'allora ministro della giustizia, Claudio Martelli, di responsabile degli Affari Penali, a Roma. Da Roma, Falcone avrebbe potuto fare ancora più male a Cosa Nostra.

Viene quindi assassinato non tanto e non solo per gli anni di indagini in Sicilia, quanto per quello che avrebbe potuto fare al Ministero.

Un omicidio preventivo come quello – ed è questa la maggiore novità che emerge dall'udienza – del giudice Antonino Scopelliti, sulla cui eliminazione la Dda di Reggio Calabria ha riaperto il caso, iscrivendo 18 persone tra boss siciliani e calabresi, come emerso negli ultimi giorni: "Riina avrà tentato di agganciare Scopelliti attraverso soggetti calabresi. Non riuscendoci, ha fatto un'azione preventiva per chi lo avrebbe sostituito e per la Corte". Come è noto, infatti, Scopelliti avrebbe dovuto rappresentare l'accusa nell'atto finale davanti alla Cassazione del maxiprocesso istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: imputati, con il concreto rischio di ergastoli, numerosi capi della Cupola siciliana. Per le vicende giudiziarie, negli anni perderanno la vita soggetti come il parlamentare della corrente DC di Giulio Andreotti, Salvo Lima, referente non più credibile per Cosa Nostra. Questa, quindi, la versione di Brusca, fin qui ignota.

Secondo "u verru", Riina avrebbe quindi percorso i canali calabresi, cui notoriamente era legato: "Era amico, forse aveva addirittura un comparato, con i Piromalli di Gioia Tauro". Peraltro, i tentativi di aggiustare il maxiprocesso sarebbero stati molteplici, anche tramite soggetti calabresi, come il controverso prete di Africo, don Giovanni Stilo: "Era amico dell'uomo d'onore Antonino Salamone. I nostri canali erano falliti, quindi provammo con don Stilo, che io ho incontrato in un albergo a Roma, ma anche con un avvocato, Lupis, che aveva contatti in Cassazione". D'altra parte, rapporti con i calabresi non li aveva solo Riina, ma anche i Graviano, nonché il boss catanese Nitto Santapaola, oppure il boss palermitano Stefano Bontade. Vicende che affondano le radici in oltre 50 anni di storia, dato che si arriva a parlare anche del famoso caffè che uccise Gaspare Pisciotta in carcere, proprio quando stava per parlare dei presunti collegamenti istituzionali dietro l'uccisione del bandito Salvatore Giuliano: "Tramite i De Stefano, Bontade avvicinò una guardia per avvelenare Pisciotta".