Reggio Calabria
 

Condanna definitiva per l'avvocato Gregorio Cacciola

cacciolagregorionuova500di Angela Panzera - Torna in carcere l'avvocato Gregorio Cacciola, il penalista rosarnese condannato in via definitiva nell'inchiesta "Onta". Ieri, su ordine della Procura di Palmi, gli agenti del commissariato di Gioia Tauro, diretto da Diego Trotta, si sono recati presso la sua abitazione per condurlo in galera. Cacciolà dovrà infatti scontare dieci mesi e 23 giorni di reclusione in seguito alla condanna rimediata anche in Cassazione. Mercoledì scorso la quinta sezione della Suprema Corte lo ha condannato a quattro anni e otto mesi di carcere in quanto riconosciuto colpevole dei reati di favoreggiamento e violenza e minaccia copiata al fine di costringere Maria Concetta Cacciola,la testimone di giustizia uccisa nel 2011 e per cui la Dda dello Stretto sta indagando con l'ipotesi di omicidio, a commettere un reato. Entrambi i reati erano aggravati dall'aver agevolato la cosca Bellocco. Rispetto alla sentenza emessa dalla Corte d'Appello nel luglio scorso, per l'imputato gli Ermellini hanno annullato un capo di imputazione, da qui lo "sconto" di pena di un anno rispetto la sentenza di secondo grado, ossia quello relativo alla violenza privata aggravata. Con la decisione della Cassazione quindi si chiude definitivamente la triste vicenda della ritrattazione estorta con violenza alla testimone di giustizia Maria Concetta Cacciola, una ritrattazione che ha agevolato la cosca Bellocco ossia la cosca su cui la donna aveva riferito le informazioni in suo possesso. Cacciola infatti, ha agito per agevolare la cosca dei Bellocco, egemoni a Rosarno e territorio vicini. Il suo arresto risale all'otto febbraio del 2014 quando in manette finì anche un altro avvocato, Vittorio Pisani condannato anche lui per questi fatti in via definitiva insieme ai familiari della testimone di giustizia ossia Anna Rosalba Lazzaro, Michele e Giuseppe Cacciola, rispettivamente madre,padre e fratello di Cetta Cacciola.

Dopo la condanna di primo grado Pisani ha deciso di collaborare con la Dda e ha deposto dinnanzi al Tribunale dichiarando che sia lui che il collega avevano avuto un ruolo nella vicenda. Sulle sue dichiarazioni il Tribunale di Palmi nelle motivazioni di primo grado aveva afferma che sono "indubbiamente attendibili". L'avvocato Cacciola,difeso dai legali Giovanni Vecchio e Nico D'Ascola, stando all'inchiesta curata dai Carabinieri reggini e dal pm Giovanni Musarò, adesso in servizio presso la Dda di Roma, e a quanto deciso dai giudici capitolini, ha avuto un ruolo fondamentale nella finta ritrattazione estorta con violenza alla donna, morta nell'agosto del 2011 dopo l'assunzione di acido muriatico. «La partecipazione dell'avvocato Cacciola alla costrizione esercitata dai familiari di Cetta- è scritto sempre nelle motivazioni di primo grado- affinché ella ritrattasse le dichiarazioni rese agli organi inquirenti, era consistita: nel recarsi ad incontrarla, immediatamente dopo il suo ritorno da Genova, presso l'abitazione sita in Rosarno, via Don Gregorio Varrà, e nell'evidenziarle l'opportunità di rettificare il contenuto delle informazioni fornite ai pubblici ministeri; nel presenziare ad un consesso svoltosi, l'undici agosto del 2011, nell'edificio appartenente ai coniugi Corrao - Morano, ivi organizzato allo scopo di eludere eventuali intercettazioni ambientali, e durante il quale l'imputato si era appartato con Maria Concetta per alcuni minuti, ascoltandone le confidenze,in merito al tenore di quanto aveva rivelato in sede di collaborazione; nel riceverla al proprio studio il 12 agosto 2001 e nell'incidere la registrazione della ritrattazione, operazione che egli aveva materialmente effettuato, dopo averne elaborato il testo, con l'utilizzo di un apparecchio a lui appartenente». Il tutto con l'obiettivo di agevolare la cosca Bellocco. Maria Concetta infatti, con le sue dichiarazioni aveva "messo in pericolo" la 'ndrina e andava fermata al più presto. Anche la Cassazione ha ritenuto sussistente nei confronti del legale Cacciola l'aggravante di aver agito per agevolare la 'ndragheta. Cetta Cacciola, e adesso è stato accertato definitivamente, è stata costretta a registrare una falsa ritrattazione , questa cassetta poi fu indirizzata proprio agli inquirenti reggii. Da un lato la donna affermava di voler uscire dal programma di protezione e dall'altro sosteneva di aver detto menzogne alla Dda, ma questo è stato frutto del volere criminale della cosca Bellocco che ha incaricato i due legali di farla ritrattare. "È opinione del Collegio- scriveva il Tribunale nelle motivazioni di primo- che l'avere l'imputato falsamente negato di avere effettuato la registrazione del nastro contenente la ritrattazione, al pari dell'avere egli suggerito di inserire il proprio nominativo e quello del Pisani nel novero dei soggetti a cui sarebbe stato inoltrato l'esposto, sia condotta che tradisce che egli fosse cosciente dell'illiceità della persuasione esercitata dai Cacciola nei confronti della giovane, e che intendesse, di conseguenza, dissimulare ed occultare la propria partecipazione alle descritte pressioni. La stessa forma dell'incisione di un'audiocassetta, prescelta, tra le possibili opzioni, per dare veste alla ritrattazione di Cetta, denota palesemente che essa non fosse frutto di una determinazione spontanea di costei, poiché tesa - come asseriva Tania (figlia della Cacciola ndr) - a scongiurare il rischio che un confronto diretto con i magistrati ne smascherasse il reale movente ed attraesse a galla le tracce della coartazione perpetrata al fine di ottenerla».

Adesso quindi nuova si chiude la vicenda giudiziaria che ha riguardato il penalista rosarnese. Il processo "Onta" si è concluso e si è concluso con durissime condanne. Maria Concetta Cacciola ha avuto finalmente giustizia. Ciò non servirà per riportarla in vita, ma è una chiara risposta dello Stato contro lo strapotere delle cosche e contro l'asservimento dei professionisti alle 'ndrine. Avvocati che hanno infangato la propria toga e l'hanno infangata con il dolore e la disperazione di una giovane donna che aveva chiesto aiuto alle Istituzioni. Cetta voleva liberarsi dall'oppressione mafiosa della famiglia; voleva una nuova vita per lei e i suoi tre figli. Stava conducendo una vita nuova e diversa nelle varie località che il servizio di protezione aveva scelto per lei in attesa che anche i suoi tre bambini la raggiungessero. Ma la famiglia e gli avvocati, con la regia della cosca Bellocco, glielo hanno impedito e l'hanno costretta a rientrare a Rosarno. E proprio a Rosarno Cetta ha trovato la morte. Una morte su cui ancora si stanno svolgendo le indagini e che grida giustizia sempre più forte. In questo grido è racchiusa la voglia di riscatto delle giovani madri e figlie calabresi che invocano di liberarsi dalla 'ndrangheta, la stessa 'ndrangheta che le ha rese schiave e che ne ordina la morte sia del corpo che dell'anima.