“Stagione stragista a contatto con ambienti massonici”

dibernardogiulianodi Claudio Cordova - "La città di Reggio Calabria aveva un ruolo massonico che in Calabria non aveva nessuno". Triste primato quello che in aula viene raccontato dall'ex Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia, Giuliano Di Bernardo, citato dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo nell'ambito del processo "Ndrangheta stragista", che si celebra a Reggio Calabria contro Rocco Santo Filippone e Giuseppe Graviano, ritenuti i mandanti degli attentati ai carabinieri che negli anni '90 si sarebbero inquadrati nella strategia della tensione messa in atto da mafia e 'ndrangheta per destabilizzare il Paese.

In massoneria dal 1961, diventa gran maestro del GOI (la più importante Obbedienza) nel 1990, ma si dimette nel 1993, quando apprende le gravi risultanze investigative messe insieme dall'allora procuratore di Palmi, Agostino Cordova: "Lo incontrai credendo che stesse infangando l'organizzazione, ma Cordova riuscì a fornirmi documenti sul GOI riguardanti aspetti che non immaginavo". Di Bernardo apprende così di una guerra fratricida all'interno della Fratellanza, anche attraverso l'uso della magistratura: "Cordova sospettava che la 'ndrangheta stesse occupando il Nord attraverso la massoneria". Una tesi che oggi può apparire quasi ovvia, ma che oltre 25 anni fa era devastante: "Oggi posso dire che ero stato eletto Gran Maestro ignorando totalmente le dinamiche locali, su cui peraltro non avevo potere di espulsione".

E così, Di Bernardo inizia a indagare. E ciò che apprende è inquietante: "Il mio vice Ettore Loizzo mi disse che 28 delle 32 logge calabresi erano controllate dalla 'ndrangheta". Loizzo non aveva denunciato per paura di ripercussioni. Di Bernardo, quindi, capisce che la situazione non è risolvibile, abbandona il GOI e fonda la Gran Loggia Regolare d'Italia (GLRI). Va quindi in Inghilterra, a Londra, e si rivolge al capo della massoneria inglese, il duca di Kent: "In Inghilterra già sapevano e in soli sei mesi ritirarono il riconoscimento dal GOI, dandolo alla Gran Loggia Regolare d'Italia". Il Grande Oriente d'Italia cade dunque nella palude delle massonerie irregolari e Di Bernardo viene di fatto "scomunicato", la sua foto viene bruciata (letteralmente) tra le colonne del tempio: "Ancora oggi io per loro sono un traditore, ma io volevo difendere i veri principi della massoneria, per questo ho dato documenti importanti a Cordova". Secondo Di Bernardo, infatti, l'inchiesta condotta dalla Procura di Palmi (poi finita in un'archiviazione a Roma) si stava muovendo nella direzione giusta.

La testimonianza di Di Bernardo tocca alcuni dei passaggi più oscuri della storia d'Italia.

Si arriva anche a Licio Gelli e alla P2, la super loggia segreta che avrebbe controllato il Paese e che verrà sciolta (anche se sul punto Di Bernardo sembra nutrire molti dubbi) con l'emanazione della Legge Anselmi: "Gelli era al soldo degli Stati Uniti, che avevano perso la fiducia nella Democrazia Cristiana e temevano un'avanzata comunista in Italia". Così, dunque, la P2 sarebbe stata foraggiata dall'America, come avamposto in Italia. Ben presto, però, avrebbe assunto connotati eversivi, tanto da portare poi all'inchiesta della magistratura e all'espulsione di Gelli dalla massoneria ufficiale. Ma il particolare che racconta Di Bernardo è inquietante: "Gelli voleva rientrare nella massoneria, perché questo lo avrebbe legittimato nuovamente. Mi propose prima soldi e poi di fornirmi l'elenco vero della P2, che non è quello scoperto dalla magistratura: disse che così avrei potuto ricattare tutta l'Italia. Ovviamente rifiutai".

Quell'elenco, forse, esiste da qualche parte e probabilmente annovera nomi inimmaginabili, che testimonierebbero il legame – di cui possediamo solo alcuni flash – tra massoneria, mafie e pezzi deviati dello Stato. Un ambiente in cui sarebbero potute maturare anche le strategie eversive che, negli anni '90 sarebbero partite da Sicilia e Calabria.

L'infiltrazione delle mafie nella massoneria, infatti, avrebbe riguardato anche la Sicilia: "Seppi che tutte logge del Trapanese erano state occupate dalla mafia". Ma Di Bernardo individua una differenza di grande sostanza tra le due regioni: "In Sicilia c'era un potere frastagliato, in Calabria un potere unitario". E Reggio Calabria avrebbe avuto un ruolo fondamentale: "Era il centro propulsore anche dei movimenti separatisti, tutto ciò che avveniva all'interno delle massonerie calabresi, partiva da Reggio". Nell'impostazione accusatoria, la storia dei movimenti separatisti si intreccia anche e soprattutto con la strategia stragista di mafia e 'ndrangheta e quindi, anche i fatti oggetto del processo "Ndrangheta stragista", gli agguati in cui morirono i carabinieri Antonio Fava e Giuseppe Garofalo e dei tentati omicidi dei carabinieri Vincenzo Pasqua, Silvio Ricciardo, Bartolomeo Musicò e Salvatore Serra, eseguiti da due giovanissimi killer della cosca di 'ndrangheta dei Lo Giudice, Giuseppe Calabrò e Consolato Villani. "La mia sensazione – dice Di Bernardo – è che la stagione stragista fosse a contatto con gli ambienti massonici". Un'affermazione grave, che l'ex Gran Maestro collega a un traffico di armi in cui sarebbe stato coinvolto il GOI: così, di Bernardo racconta di una telefonata ricevuta nel cuore della notte, circa un anno dopo il proprio insediamento, in cui una voce straniera richiedeva armi per la Somalia, facendo riferimento ad affari pregressi e, probabilmente, portati avanti dal predecessore di Di Bernardo al vertice del Grande Oriente, l'ex parlamentare Armando Corona.

Centrale, dunque, il ruolo della 'ndrangheta. Una circostanza che Di Bernardo spiega così: "Il rituale della massoneria e quello della 'ndrangheta hanno punti in comune, ma, soprattutto, lo stesso significato: vincolare al segreto una volta che sei dentro l'organizzazione. Questo forte punto di giuntura credi che ci sia sempre stato".