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Che vi piaccia o no, il femminicidio esiste ed è un’emergenza

violenza donnedi Mariateresa Ripolo - La morte di Daniela Carrasco, conosciuta come la "Mimo" in Cile, è solo uno dei tanti (troppi) episodi di violenza che interessano periodicamente donne impegnate nella lotta per i diritti. Arrestata, violentata, picchiata fino alla morte, appesa ad un recinto per simularne il suicidio: una donna che protesta contro i soprusi di un governo oppressivo viene trattata così in Cile, dalle forze dell'ordine. Una donna che diventa simbolo di una comunità viene trattata nello stesso modo in Siria. È passato poco più di un mese dalla barbara uccisione di Hevrin Khalaf, 35 anni, segretaria generale del Partito Futuro siriano. Violentata e uccisa per aver difeso i diritti delle donne in una realtà, quella dominata dall'estremismo islamico, dove una donna ha meno valore di un capo di bestiame.

Il Paese cambia, siamo in Italia, l'anno è lo stesso, 2019, ma il risultato è l'uccisione di una donna "colpevole" di essere rimasta incinta di un "uomo" sposato. Ana Maria, 30 anni, viene picchiata a bastonate e accoltellata a morte mentre implora il proprio amante e aguzzino di smettere perché aspetta un figlio da lui. Lui, che occulta il corpo in una campagna e va al bar a fare colazione e poi dal barbiere, neanche avesse ucciso una mosca.

In Italia nel 2019, secondo i dati del Rapporto Eures su "Femminicidio e violenze di genere" sono state uccise 95 donne, 142 nel 2018. 95 casi di femminicidio dall'inizio dell'anno ad oggi e l'85% di questi si consuma in ambito familiare. Dal duemila ad oggi sono 3.230 le donne morte in Italia vittime di femminicidio, la maggior parte delle quali uccise dai propri compagni, mariti, amanti, solo per il fatto di essere donne, e perciò considerate inferiori, deboli, inutili senza di loro. E mentre delle donne innocenti periscono sotto la forza fisica di bestie prive di ragione, ci si chiede, limitandosi a sottolineare la bruttura del termine, se sia davvero necessario classificare il fenomeno chiamandolo "femminicidio", se sia davvero necessario considerare il fenomeno un'emergenza.

Sì, lo è. È necessario chiamare le cose con il proprio nome per poterle etichettare, isolare e debellare. È necessario perché se vieni uccisa dal tuo compagno perché hai deciso di lasciarlo, quello non è un comune omicidio. È necessario perché se una donna si sente capita e tutelata avrà il coraggio di denunciare e di salvarsi. È necessario perché se un uomo viene educato in fasce al rispetto dell'altro sesso, forse un giorno non arriverà a sentirsi superiore a una donna, ma esattamente uguale a lei, pari diritti, pari doveri, pari dignità.

Si parte dal linguaggio, dall'educazione, dalla cultura del rispetto; non dal presupposto che bisogna rispettare una donna in quanto veniamo dal grembo materno, né tantomeno dalla ancor più obsoleta finta convinzione che la donna sia un essere "angelico" e "speciale". Niente di più sbagliato e discriminante. Sembra così elementare, eppure c'è ancora la necessità di spiegarlo, di sottolineare che al di là delle diversità tra uomo e donna a livello biologico e psicologico (inutile negare che ci siano), le differenze a livello sociale devono assolutamente azzerarsi. In un mondo fatto dagli uomini su misura per gli uomini la donna è ancora costretta a lottare per imporre il proprio ruolo, così in Occidente come in Oriente. Se il femminismo esiste è perché ce n'è ancora bisogno, eliminiamo la causa per eliminare l'effetto. E forse, un giorno saremo liberi di eliminare dal vocabolario termini brutti ma, oggi, davvero necessari.