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Curia, la “comunità competente” e la “lunga marcia” verso una riforma (vera) del Sistema sanitario regionale

medici21aprdi Mario Meliadò - Questione di feeling, cantavano Mina e Riccardo Cocciante. Ora, il feeling non c'entrerà poi molto, ma nella scelta delle strutture calabresi per l'erogazione di prestazioni sanitarie, possibilmente per quantità e qualità complessivamente di livello ben diverso dallo standard cui ci siamo (colpevolmente) assuefatti in Calabria, c'entra eccome una questione di fiducia: lo scrive a chiare lettere l'ex consigliere comunale e "supertecnico" della Sanità Rubens Curia, top manager che ha guidato l'Azienda sanitaria provinciale di Vibo Valentia e fatto molto altro ancòra.

Una sfiducia che non poggia le proprie fondamenta in questioni irrazionali o voti in qualche Aula, ma piuttosto nei 300 milioni di euro che costa alla collettività calabrese, annualmente, la mobilità passiva evidentemente figlia proprio di questo sentimento di profonda sfiducia.

La chiave di volta di una sequenza d'iniziative volte a tesaurizzare questo rapporto di fiducia e, ovviamente, a non farne in ogni caso un gigante coi piedi d'argilla sta nell'ambizioso proposito di una (vera) riforma del Servizio sanitario regionale, per come enucleato già il 18 dicembre scorso, in occasione della presentazione del libro di Curia Manuale per una Riforma della Sanità in Calabria, nella riflessione corale su «una nuova cultura della tutela della salute».
Di qui le Linee-guida per una riforma della Sanità in Calabria presentate questa mattina a Palazzo Campanella e figlie del precedente Manifesto per una nuova sanità in Calabria, presentato alla stampa già il primo luglio scorso a Lamezia Terme: una sorta di decalogo, articolato però in 8 punti (partecipazione, Osservatorio epidemiologico regionale, prevenzione, medicina distrettuale, prevenzione, salute di donna e bambini, organizzazione a rete, piano pluriennale d'investimenti & piano straordinario d'assunzioni, Sanità digitale), rispetto al quale l'auspicio dei promotori è una mobilitazione di massa per rendere il "sogno" una realtà a portata di mano.

Il 18 dicembre scorso, rammenta Curia, «uno dei nostri obiettivi» era promuovere quanto indispensabile a garantire «eguaglianza nell'accesso ai servizi e nelle cure», considerando la Sanità non solo e non tanto un insieme di presìdi moderni e terapie pertinenti e risorse umane qualificate e management adeguato per mixare e assicurare a tutti questo preziosissimo blend, ma un «fattore di coesione sociale e di promozione del benessere», considerato in primis che «la cultura della salute è trasversale a tutte le azioni politiche, perché la salute si promuove contrastando le povertà economiche e sociali, l'emarginazione, gli incidenti sul lavoro, la disoccupazione, il degrado delle periferie».
Ecco allora "il" quesito: «Siamo troppo ambiziosi nel chiedere alla politica d'approvare una riforma del Servizio sanitario regionale? Credo di no – è la risposta di Rubens Curia –, perché le Grandi Riforme della Sanità nel Paese sono state precedute da movimenti culturali, prese di coscienza collettiva, istituzione di comitati» che alla "180" o alla "833" del 1978 (rispettivamente "legge Basaglia" e legge istitutiva del Servizio sanitario nazionale) «hanno fatto da lievito».
Cioè proprio il lievito che dapprima il volume e adesso le Linee-guida lanciate da Curia intenderebbero incarnare, calamitando l'interesse di «associazioni, Fondazioni, forze sindacali, docenti universitari e singoli cittadini» e aprendo sul tema una nuova fase di confronto coi rappresentanti di partiti e movimenti e col commissario governativo per il megadebito di settore, generale Saverio Cotticelli, «per dare alla Calabria una riforma della Sanità organizzativa ed etica che manca alla nostra Regione da 15 anni» e fondamentalmente chiedendo a tutti questi soggetti e molti altri ancòra di volersi impegnare in questa difficile battaglia, «in qualità di "Comunità competente"».

Molte le «gravi disfunzioni» del Servizio sanitario regionale poste in rilievo: «La vicenda dell'Hospice di Reggio, la mancata apertura dell'Hospice di Siderno e Melicucco, l'assenza di vere Case della Salute nella Regione, il mancato utilizzo dei fondi per l'edilizia sanitaria, la precarietà in cui versa la dialisi in molte ASP, la forte criticità in cui operano i Consultori, Ospedali fuori norma e con apparecchiature medicali obsolete e con una forte carenza di personale, Punti Nascita pubblici e accreditati chiusi, ambulanze usurate», si legge. E a determinare questi scempi, una classe politica che, troppo spesso, «ha scelto manager incapaci e non ha avuto una visione riformatrice, come, invece, è accaduto in altre Regioni». Del resto, guardando ai numeri, parliamo di una terra in cui «il 70% degli ultra65enni calabresi deve attendere più di 48 ore prima d'essere operato per una frattura della testa del femore», solo l'1,4% sempre degli ultra65enni usufruisce di cure domiciliari contro ad esempio il 7,2% dei pari età veneti, mentre «l'aspettativa di vita in buona salute in Calabria è pari a 52 anni, contro i 69 anni della Provincia autonoma di Bolzano».
Le linee-guida e i suoi propugnatori possono essere il «lievito» per cambiare tutto questo: un documento, quest'ultimo, «scritto a più mani, acquisendo pareri e riflessioni» e «frutto di questi sette mesi di viaggio in Calabria con oltre trenta incontri», quelli relativi alla presentazione del Manuale. Fermo restando che «il viaggio è lungo», epperò «nell'interesse dei calabresi non ci scoraggiamo, sapendo bene che il mare della sanità è pieno di tempeste, ma più pericolosi sono i muri di gomma invisibili eretti da coloro che vogliono un falso cambiamento».

Come farcela? «Come "Comunità Competente" – si legge tra l'altro nella sinossi fornita agli operatori dell'informazione – siamo convinti che le continue singole emergenze nella sanità si superano valorizzando i professionisti competenti alla guida delle Aziende Sanitarie e delle Unità Operative e approvando una Riforma che preveda 5 Aziende Sanitarie Territoriali (AST) che si occupino di Medicina Distrettuale, di Prevenzione, di Specialistica Ambulatoriale, di Materno-Infantile, di Veterinaria, di Assistenza Domiciliare Integrata etc... e 3 Aziende Sanitarie Ospedaliere (ASO) che governino tutta la Spedalità Pubblica e Privata Accreditata».

Sul fronte della partecipazione, caldeggiati conferenze annuali e forum aperti agli stakeholder (dai pazienti agli operatori sanitari, dai comitati ai rappresentanti sindacali) e altri strumenti per massimizzare la trasparenza delle Aziende sanitarie e ospedaliere, dalla pubblicazione degli "obiettivi" al potenziamento della Sua (la Stazione unica appaltante varata dalla Regione Calabria nel 2007) «assegnando personale qualificato e strumenti informatici adeguati»: uno strumento che andrebbe valorizzato «con un preciso "Piano di acquisti" sia con l'Anac (l'Autorità nazionale anticorruzione, ndc) che con le Centrali di committenza delle altre Regioni», dal potenziamento del ruolo dei sindaci anche nella verifica sul raggiungimento degli "obiettivi" all'istituzione delle Consulte di Dipartimento, dal varo regionale di protocolli per le Aziende sanitarie « atti a garantire canali che veicolino informazioni organizzative e sanitarie ai pazienti, innovino la comunicazione interna e attivino strumenti di promozione dei risultati raggiunti» all'istituzione del Portale dei servizi sanitari della Calabria, visto come «mappa interattiva dell'offerta dei servizi sanitari che tenga conto della casistica trattata e delle risposte in termini di successo di cura».
Enfatizzato il ruolo della prevenzione che «in Calabria, più che nelle altre regioni, dovrebbe rappresentare una vera e propria strategia primaria di approccio alla salute della popolazione». Biasimata la «desertificazione» della Medicina territoriale, per farne «un verde giardino» vengono indicate proposte concrete (si vedano la Rete regionale territoriale per le demenze; le Case di maternità; le Uccp, ossia Unità complesse di cure primarie) «senza aggravio di spesa, perché i finanziamenti ci sono», si osserva.

D'altro canto, però, c'è un modello organizzativo ospedaliero da cambiare; in particolare, viene sostenuto con vigore il cosiddetto "modello del pendolo", «che prevede lo spostamento dell'équipe medica o di singoli sanitari tra i nodi della rete ospedaliera». Ma soprattutto, appare fondamentale costruire un'organizzazione "a rete", che «concepisce la rete ospedaliera come un insieme di nodi collegai tra loro e prevede un coordinamento tecnico-scientifico tra gli ospedali che ne fanno parte, valorizzando i Dipartimenti ospedalieri delle Aziende sanitarie ospedaliere», con «presìdi ospedalieri di piccole dimensioni che potranno svolgere una funzione mono-specialistica». E questo, in parallelo creando autentiche e autonome "reti" della lungodegenza, oncologica, tempo-dipendente e della riabilitazione, nel contempo potenziando al massimo la Calabria Cord Blood Bank (la Banca del cordone ombelicale, istituita ormai 15 anni fa), con particolare riferimento a numeri e qualificazione delle relative risorse umane, e istituendo la Rete regionale territoriale per le demenze varando specifico Centro per il deterioramento cognitivo e le demenze.
Ma, appunto, è l'intero schema delle «forme aggregative» che andrebbe ristrutturato con la nascita di Aft (Aggregazioni funzionali territoriali) e Uccp (Unità complesse di cure primarie, da intendersi come sistema integrato di servizio e "cuore" del Distretto).

Per forza di cose, di smisurata importanza il Piano pluriennale d'investimenti che dovrebbe avere quali punti-chiave un'accelerazione reale nell'edificazione dei nuovi Ospedali e il varo di un (attesissimo, visti i carichi di lavoro nell'esistente) Piano straordinario d'assunzioni.
Il ragionamento si fonda sul match-ball clamorosamente sprecato costituito dal Programma d'edilizia sanitaria e innovazione tecnologica debitamente/lautamente finanziato: la richiesta, qui, è che il commissario Cotticelli fornisca un cronoprogramma per il già previsto Piano triennale straordinario per l'edilizia sanitaria e per l'adeguamento tecnologico, ma d'altro canto viene ritenuto «fondamentale» procedere a un Piano straordinario d'assunzioni «per rispettare gli standard delle dotazioni organiche previste dalla vigente normativa, per favorire il trasferimento delle conoscenze dagli operatori più anziani ai più giovani, per ridurre l'età media di medici e infermieri – si legge nel documento –, per rispettare le direttive europee sui turni di lavoro, per valorizzare le risorse umane con il superamento del precariato e per adempiere ai LEA», i mitici (e, in Calabria, ectoplasmatici o quasi) Livelli essenziali d'assistenza.