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Un vero museo

bronzivisitatori 500di Daniele Castrizio* - Nei giorni scorsi, facendo tappa a Praga, mi sono recato alla Skulpturensammlung dell'Albertinum Museum di Dresda, allo scopo di studiare da vicino alcuni reperti archeologici che mi avevano affascinato fin da quando ero studente di Archeologia, e che attualmente mostro ai miei studenti durante le lezioni di Numismatica. Con la ormai consolidata mancanza di fondi, soprattutto per i ricercatori delle Università della Magna Grecia (perdonatemi, ma non posso dire Meridione, perché il Sud è Sud rispetto a un'altra realtà geografica, e non è un Sud in assoluto), ho dovuto intaccare i miei risparmi personali, ma l'operazione di vedere dal vivo, e in tre dimensioni, le opere di cui si occupano i miei studi era per me fondamentale.

Arrivato al Museo, e pagato il biglietto, noto la prima stranezza: in una grande stanza con una vetrata, proprio all'ingresso, vedo accatastate opere che conosco singolarmente, copie romane di sculture greche, sarcofagi romani, il tutto insieme a condottieri a cavallo di epoca recente e altre amenità. Riconosco subito l'Atena Lemnia, la grande e la piccola Ercolanese, e altri capolavori, ma, essendo un ingenuo, mi convinco che si tratti di una sorta di installazione artistica e creativa, una serie di copie messe lì per fare scena. Proseguo. Per non perdere tempo inizio a chiedere a tutti i custodi che incontro dove si trovino le statue che mi interessano, facendo due spiacevoli scoperte: i custodi non parlano inglese (ma non eravamo noi italiani gli ultimi della classe?) e, soprattutto, non hanno idea di dove si trovino i capolavori che sto cercando. Mi fanno entrare, invece, in una grande sala dove sono mostrate opere d'arte moderna, ciascuna con la giusta luce e lo spazio necessario per poter essere viste da ogni angolazione, ma io ero andato a Dresda per studiare, non per visitare. Insisto nel chiedere, e finalmente arriva un gentile funzionario dalla Direzione, parlante britannico, che mi indica dove devo andare: al piano superiore, dopo la sezione "mosaici".

Ve la faccio breve: avete presente le cristalliere della nonna, nelle cui vetrine trovate alla rinfusa pezzi del servizio da tavola "buono"? Ecco: questa era l'esposizione dei pezzi archeologici. Una massa di teste e di corpi in marmo affastellati, sistemati a casaccio, con quelli posti nella parte anteriore che impediscono la visione di quelli dietro. Mi sono sentito male: in quel momento ho compreso che l'ammasso di statue messe alla rinfusa all'ingresso era l'esposizione museale delle stesse, e non una installazione artistica. Nella "cristalliera" riconosco la copia migliore della testa di Atena dell'"Atena e Marsia" di Mirone, un'altra testa di Atena, la "Menade danzante" di Scopas, che da sola avrebbe meritato il prezzo del viaggio e del biglietto, ma era impossibile studiare i segni lasciati dagli attributi iconografici perduti, o apprezzare la stessa tridimensionalità. Vi giuro che ho provato i medesimi conati di vomito di cui avevo sofferto quando il fotografo Gerald Bruneau aveva "sfregiato" i Bronzi di Riace (avviso che io soffro di bronzite, malattia che contrassi quando vidi i Bronzi nel 1982 a Reggio), fotografandoli con un boa di struzzo rosa e una veletta bianca. Ma perché, mi chiedo, l'arte contemporanea deve sempre "oltraggiare" quella antica? Io so apprezzare un Fontana, un Guttuso o quello che volete di moderno, ma, da buon greco di Calabria, pretendo armonia: non avrebbe senso un kouros greco in una esposizione di opere contemporanee. Perché ogni volta che vedo un Museo di arte classica, ci deve essere sempre l'inserzione forzata di opere distoniche? Non è che hanno ragione coloro che credono che l'Occidente anglo-sassone abbia deciso di tagliare le radici greche e romane dell'Europa, in nome di un nuovo pangermanesimo, cancellando gli studi classici e rendendo semplicemente "ridicole" le ricerche sulla Storia dell'Arte greca e Romana (basta leggere gli scritti della Ridgway e della nuova classe di baroni internazionali sulle statue greche, con cronologie assurde e senza uno straccio di prova a conforto delle loro teorie cervellotiche)?

Capisco che sono cose più grandi di me, ma posso fare sommessamente una domanda: se all'Albertinum Museum di Dresda non sanno cosa farsene dei capolavori (sia pure in copia) di Fidia, di Mirone, di Scopas, di Prassitele, perché non ce li restituiscono, giacché in Italia tali opere d'arte avrebbero un trattamento completamente differente e sarebbero valorizzate come meritano?

Scrivo queste parole oggi, dopo l'ennesima stupidaggine relativa ai Bronzi, da inviare in giro per il mondo per curare il complesso di inferiorità dei Calabresi. Non mi dilungo: i Bronzi sono patrimonio identitario di Reggio; i Bronzi sono fragili e non possono muoversi dal MArRC; i Bronzi devono essere visti nel contesto culturale che li ha creati. Tutto il resto sono chiacchiere senza senso ...

*Ordinario di Numismatica, Università di Messina, membro del Comitato Scientifico del Museo Archeologico di Reggio (Calabria)