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Renzi lascia: il Pd si ricompatta nel segno di Maurizio Martina. E in Direzione Minniti e i calabresi “non toccano palla”

martinadi Mario Meliadò - Il Pd non "rinasce dalle sue ceneri": si ricompatta, piuttosto, intorno alla virtuale urna cineraria che racchiude le spoglie di quello che fu il Partito democratico di Matteo Renzi.

A far da collante, in larga parte, proprio il gesto dell'ex presidente del Consiglio dei ministri e ormai anche ex segretario nazionale dèm, che («ben consigliato», evidenzia un calabrese renziano di lungo corso) lascia in maniera decisamente meno sfumata e meno progressiva di quanto aveva lasciato trasparire inizialmente.
Lascia, il politico di Rignano, ma in Direzione non si fa vedere, annunciando anzi di voler spiegare le ragioni del suo gesto in sede d'Assemblea nazionale (e dunque attaccarlo in contumacia sarebbe suonato assai sgradevole, specie in ore delicatissime come quelle che il Pd sta vivendo). E lascia nelle mani di un luogotenente fidato come il ministro uscente alle Politiche agricole Maurizio Martina, vicesegretario nazionale del partito, «uno che va bene a tutti anche perché non dà fastidio a nessuno» sibila un significativo esponente del Partito democratico reggino; e dunque, identikit vivente del miglior "reggente" possibile (e pure quest'avvicendamento, a dispetto del tremendo risultato elettorale, non ha sicuramente incoraggiato toni da "resa dei conti"; anzi. Specie considerando che Martina ha esordito nel nuovo ruolo promettendo di tenere la barra dritta «con il massimo della collegialità e con il pieno coinvolgimento di tutti»).

«Mi dimetto da segretario del Pd com'è giusto fare dopo una sconfitta. Io non mollo», avrà poi modo di dire Renzi, tramite la sua newsletter, rispondendo a un ragazzo malato di sclerosi laterale amiotrofica: un giovane renzianissimo che nella sua, di missiva, rivolgendosi all'ex sindaco di Firenze non s'è risparmiato una battuta al veleno contro «quei franchi tiratori dei finti amici, che pur di fare un dispetto al comandante della nave hanno forato lo scafo, dimenticandosi che c'erano a bordo anche loro».
...E quanti mozzi poco accorti si sono contati in campagna elettorale in Calabria? Certamente la riflessione post-voto dovrà occuparsi anche di questo.

Per la verità, ci si attendeva che qualcuno ne parlasse sin da sùbito, si ipotizzava qualche spunto degno di nota già in Direzione nazionale. E per la verità qualche calabrese tra i 58 iscritti a parlare c'era anche; ma nei lavori dipanatisi dalle 15 in avanti nessuno tra i componenti calabresi della Direzione piddina ha effettivamente preso la parola. Oltre alle già citate ragioni che certo ormai sconsigliavano prese di posizione particolarmente nitide, c'è anche un altro motivo: vista la situazione, il "palcoscenico" è stato tutto per Martina e per qualche decina di big del partito.
A intervenire, tra gli altri, Andrea Orlando («Chiedo al reggente di chiamare, come primo atto, quelli che non sono stati candidati senza sapere neanche il motivo») e Piero Fassino, Graziano Delrio («Staremo dove ci hanno messo gli elettori: all'opposizione») e Gianni Cuperlo, tra i pochi a fare almeno un passettino avanti verso un'autocritica meno larvata: «Va azzerato non solo il segretario, ma tutta la segreteria» insieme all'intero asset dirigenziale (che, ha osservato pacatamente ma con grinta Sandra Zampa, «è un pezzo del problema»), come rivendicato dallo stesso ministro della Giustizia Orlando. Tema sul quale inevitabilmente sarebbe interessante ascoltare qualche parola dell'unica calabrese in segreteria nazionale, la fin qui abbottonatissima Angela Marcianò.


E a proposito di silenzi eloquenti, presente in Direzione ma forse unico tra i "vip" del Pd a non prendere la parola il ministro dell'Interno uscente Marco Minniti.

E se il tema della sconfitta elettorale sarà sviscerato davvero in altra sede ( "prova del nove", l'approvazione a voti unanimi del documento finale, con soli 7 astenuti capitanati da Michele Emiliano), gli altri macrotemi che emergono sono sostanzialmente due: non parte alcun "nuovo inizio" con tanto di Congresso e primarie, come invece si dava per scontato fin dalle prime ore del dopo-voto, ma una "Commissione di progetto" volta alla riorganizzazione del partito; e quanto alla formazione del Governo «i cittadini vi hanno votato per governare, ora fatelo. Cari Di Maio e Salvini, prendetevi le vostre responsabilità», ha scandito il neoreggente dèm. Poco di più di un esercizio di stile, visto che quasi contemporaneamente, il leader leghista Matteo Salvini "chiudeva" a ogni eventualità d'ingresso di ministri piddini in un possibile nuovo Governo a trazione-centrodestra, ma soprattutto alla luce dei contenuti del documento licenziato alla fine...

La Direzione nazionale del Pd, vi si legge, «prende atto delle dimissioni del segretario e lo ringrazia per il lavoro e l'impegno appassionato di questi anni alla guida del Partito, nella sfida politica e di governo intrapresa sempre con grande determinazione; assume come avvio del confronto la relazione del vicesegretario che svolgerà le funzioni di Segretario fino all'Assemblea nazionale convocata – come da Statuto – dal Presidente, e condivide le proposte avanzate sulla gestione collegiale dei prossimi passaggi politici; riconosce l'esito negativo del voto, garantisce il pieno rispetto delle scelte espresse dai cittadini» ma al contempo, raffinatissima prova d'equilibrismo politico-istituzionale, assicura «al Presidente della Repubblica il proprio apporto nell'interesse generale». Un passaggio da Harlem Globetrotters della politica, che depotenzia al massimo quello successivo in cui si sancisce che il Pd «s'impegnerà dall'opposizione, come forza di minoranza parlamentare, riconoscendo che ora spetta alle forze che hanno ricevuto maggior consenso l'onore e l'onere di governare il paese». Non un caso, in ore in cui si riesuma perfino l'ipotesi di un "governo del Presidente", insomma di un esecutivo di solidarietà nazionale, appunto assai malvisto dal centrodestra.


A chiusura di documento, la chiamata delle federazioni regionali e provinciali e dei seimila circoli piddini – che già da venerdì fino a domenica prossima, nelle intenzioni di Martina, dovrebbero fare sfoggio di profondità e coralità realizzando altrettante "assemblee aperte" –, allo scopo di «promuovere a ogni livello il più ampio confronto d'analisi e proposta per individuare insieme il percorso da seguire per il rilancio del Partito democratico nella società italiana».