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Una nuova unità tra Reggio Calabria e lo Stato per vincere la ‘ndrangheta

reggiocalabria alto500di Giuseppe Bombino* - Come l'acqua!

Essa, infatti, non è altro che una tale moltitudine di particelle, sebbene ciascuna delle quali non ha legamento né unione con le altre, se non di pura approssimazione e di contatto, di prossimità, di vicinanza, come una cosa che accostandosi ad un'altra la sfiora, la tocca.

Come l'acqua, che implica, in un tempo, interrelazioni e correlazioni, singolarità e unità complessiva.

Reggio è liquida, poiché si è sempre raggruppata in alleanze di sistemi adiacenti; con essi si inverò il successo di una civiltà con cui parlammo l'unica lingua in Europa e nel Mediterraneo capace di creare un legame, un genio.

Comprendete, allora, come la "vicinanza" è grandiosa e drammatica allo stesso tempo.

E' grandiosa perché fece nascere un sistema antico e codificato di simboli che anticiparono financo la parola. E' drammatica perché codici e simboli nati da quelle adiacenze di popoli, storie e culture, furono utilizzati per realizzare un alto grado di coerenza interna con cui comunicare "messaggi", gestire silenzi, formare legami spirituali, manipolare a proprio uso un inventario di segni. Un "metalinguaggio" deteriore, insomma, utilizzato "per dire e non dire", "essere senza apparire", "infettare".

Allora occorre avvertire appieno la sua pervasività, accorgersi distintamente dello spostamento dei confini nei rapporti umani, identificare, cioè, i significati dei silenzi e dei messaggi, e sviluppare un sentimento di identità contrapposta. Sono due mondi che si toccano e si accostano. E' quello criminale, più interessato a realizzare alleanze e individuare spazi di azione, a cercare un contatto; si avvicina senza dare riferimenti, come un virus che muti forma per non farsi riconoscere dall'organismo che lo riceverà. Eppure noi abbiamo gli strumenti del discernimento per separare linguaggi e atteggiamenti, anticipare i vocaboli di chi ci sussurra all'orecchio la "variante" di una regola, di un comportamento. Sappiamo tutto, abbiamo sentito e visto ogni cosa in questa Città! Ma abbiamo taciuto preferendo i cortei, dove la nostra faccia si nascondeva dietro la bandiera di una folla senza volto!

Quando la 'ndrangheta si prendeva Reggio, noi eravamo li! E ci siamo messi gli occhiali per leggere bene gli atti delle inchieste pubblicate sui giornali, dove abbiamo conosciuto i nomi di quelle famiglie e dei loro capi, degli affiliati e dei sodali, che sono quelli che da 50 anni annientano le speranze e l'economia della nostra Città.

E coi secchi pieni d'acqua e cogli stracci scendemmo in strada per togliere il sangue dall'asfalto e lavare i marciapiedi, ché i nostri figli non dovevano vedere la mattanza. Mentre in un'altra via del centro i compari della 'ndrangheta accendevano l'insegna di un altro negozio, ché quello accanto l'avevano fatto saltare con il tritolo, noi sapevamo. Con la nostra viltà abbiamo riempito il silenzio di questi anni. Con esercizi dialettici ed esegetici ci affanniamo ancora a dimostrare che i nostri limiti sono i lasciti dei Coloni Calcidesi e delle dominazioni Aragonesi, del Risorgimento e di quel progetto ancora incompiuto dell'Unità d'Italia, della questione meridionale e delle ingiustizie storiografiche. Intanto la 'ndrangheta ci fotteva la libertà, frequentava i salotti buoni e ordinava le graduatorie dei concorsi, decideva gli appalti e imponeva il pizzo, inaugurava negozi, sceglieva chi ci doveva governare, curare e persino farci il funerale.

Ora i nostri bambini sono cresciuti! Hanno studiato fuori, consegnando alle capitali e alle città del mondo intelligenza e professionalità; svuotando Reggio, che li vide nascere e partire! E mentre noi seguitiamo a cercare altrove colpe e colpevoli, la 'ndrangheta accresce se stessa, si avvantaggia delle contrapposte correnti del pensiero, della diversità di idee e di vedute sul suo conto, delle parabole, degli assiomi e dei teoremi sulla sua origine e sulla sua fine, di quanti argomentano tenendo la fiaccola della protesta in mano. La 'ndrangheta vuole creare una nuova distanza tra il Popolo e le Istituzioni, alimentare la sfiducia, il panegirico, per confondersi.

Ecco perché dobbiamo stare Tutti Uniti. Per lacerare il velo dei ragionamenti astratti, delle ambiguità; perché pensiamo che sia giunto il momento finale del massimo impegno dello Stato e, quindi, anche Nostro.

Adesso noi siamo dove mai siamo stati: al punto in cui, cioè, la nostra scelta di cultura e di civiltà determina l'esito della sfida. Occorre muoversi sul piano dell'intelligenza, consapevoli che i nostri drammi attuali possono risolversi soltanto nel linguaggio d'un'opera comune, d'una solidarietà tra Cittadini e Stato.

Ognuno compia la propria azione; ognuno sia disposto a impastare con le proprie mani un pensiero, come si impasta il pane, con l'acqua e la farina, in quell'unica contiguità che invera il più antico e vitale dei miracoli della storia umana.

Forse vale la pena di dirci veramente cosa vogliamo. Nella discutibile arte dell'apparire rischiamo di perdere di vista il dato reale, perché Reggio preferisce non vedere le pene e le piaghe di una società vittima dei suoi silenzi e delle sue rinunce omertose.

In tale contesto la solitudine di un Magistrato è la virtù che si richiede alla Istituzione come opportunità critica per elaborare e comprendere ogni cosa nella giusta forma, senza ambiguità, che è il pericolo a cui i singoli cittadini vanno incontro. Perché il rischio è quello di precipitare nel tormento di quegli anni bui in cui si contrapponeva il Cittadino allo Stato senza capire che "lo Stato non ha volto"; perché la tentazione è quella di distrarci da quell'unico comune nemico che uccide lo sviluppo e la nostra dignità, e si vuole e ci vuole confondere.

Bisogna capire chi siamo, cosa vogliamo, a quali sensibilità e moti d'orgoglio accondiscendere. Siamo Uomini e Donne, Cittadini, Amministratori e Professionisti. Siamo Madri e Padri, Mogli e Mariti, Impiegati e Artigiani, e sappiamo che non è facile rimanere, lavorare e vivere in questa terra che dà tanto e tanto toglie, che ti impone sacrifici e rinunce.

Vorremmo, invece, poter distinguere la vittima dal carnefice; e ciò sarà possibile soltanto abbandonando i sofismi e le argomentazioni ontologiche, avendo cura che resti inalterato il significato e il valore che le Istituzioni debbono avere per ogni cittadino, quale coordinata di riferimento dei propri diritti e dei propri doveri.

La 'ndrangheta che soffoca Reggio, muta di continuo forma e costume, come un gigantesco mostro; cerca nuove interlocuzioni e diversi riferimenti. Ma non sarà sconfitta se non reagiamo sentendoci Tutti lo Stato e assimilando lo Stato in noi stessi. Se così non sarà, se Noi non saremo con gli Uomini dello Stato un Tutto Uno, la 'ndrangheta, al contrario, continuerà a muoversi tra le vie di una Città senza più fiducia, a incontrare una collettività spenta e ferita e, quindi, più fragile.

*Presidente del Parco Nazionale d'Aspromonte