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Chi conta fino a 11 e chi conosce la solitudine dei grandi uomini

reggiolungomare 500di Ariella Lea Heemanti- Signor Procuratore,

ecco che i piccoli soloni della politica, per dirla con il commissario Ninni Cassarà, nel rimpianto che abbiamo di lui, hanno aspettato di contare non sino a dieci, ma addirittura sino a undici, prima di risponderLe per le rime. Così ci hanno fatto sapere. Succede invece, signor Procuratore, di scriverLe tre ore prima che un ragazzo di famiglia si sposi, a New York, mentre l' uragano Irma imperversa e avanza ma la sposa bellissima ne è al riparo e già prepara il piccolo libro dei Salmi. A meno di un giorno dall' undici settembre, da un anniversario che neanche quest'anno porterà vergini nefaste al sorriso perverso degli assassini, ma un'eternità oscura dove brillano solo le tracce del loro odio mortale, una vasta e terribile alienazione, mentre a noi rimane il grido umano della vita. E quella solitudine di cui lei parla, signor Procuratore, è anch'essa così umana. Semplice. Come la conosciamo! Come ne comprendiamo il senso, che non è affatto quello di offendere, criminalizzare, ciò che ha voluto ancora una volta ritenere l' educato apologeta della città che ha contato prudentemente sino a undici prima di riavviare il mantra dei cittadini perbene, delle eccellenze studentesche, della deontologia forense chiamata a difendere i mafiosi, degli agrumi e degli oleandri che, in verità, sono essi i più stanchi di tutti di ascoltare periodicamente l'orchestrina dei tempi del sindaco Battaglia, dei giornalisti venuti a macchiare l'onore della città, di qualche magistrato ingrato, solingo per natura, che ha la cattiva idea di malignare sul glorioso, locale circolo del tennis. Una pecca, questa di non voler frequentare i salotti dei signori e delle signore della città, tipica di grand'uomini fuori dalla realtà come il generale Dalla Chiesa. Allora vede, signor Procuratore, io che nella città in questione ci ho vissuto qualche anno, dopo aver letto oggi che un gentile signore, filantropo e imprenditore, si è preso la briga di contare sino a undici, invece del classico dieci, prima di mettersi come altri, in genere meno cauti e forbiti, a elencare quei pregi della collettività che nessuno, tantomeno Lei, si è sognato di disconoscere e umiliare, non ho contato neanche sino a tre. Mi sono alzata e sono andata a scartabellare tra quaderni ginnasiali dove a quindici anni trascrivevo dialoghi con la coetanea dolce, graziosa, che mi faceva i complimenti più delicati. E avrei potuto non sorriderle? Avrei potuto non ricordarla con tenerezza anche scoprendo, qualche anno dopo, che c'era il suo cognome, il cognome di un giudice che le era parente, negli annali di una società per azioni con i gangsters laureati della muraglia davanti al mare? Certo che no. Ma che fortuna non aver mai giocato a tennis con lei in quel circolo. Giocare a tennis, una cosa che non è nelle mie corde, dopotutto. Meglio il ping pong. Poi, signor Procuratore, sempre senza contare, e con un orientamento veloce fra le carte del mio tempo di cronista, sono andata a rileggere l'edificante predicuccia borghese che mi fece un professionista della città a vent'anni. Uno il cui nome e cognome ho ritrovato qualche tempo fa tra i firmatari indignati di un manifesto per l'onore della città, contro la Procura e la sua temeraria opera di dire il vero sull' antico male del posto e della collettività in genere: più ancora che la connivenza e la piaggeria, la droga di non smettere di pensare che i gangsters della muraglia davanti al mare, i loro figli e nipoti con lauree oramai multimediali, i loro rappresentanti e contro rappresentanti nei quartieri, debbano avere cittadinanza se non altro nel proprio fastidio e nella propria indignazione ogni volta che se ne parla così come se ne deve parlare, con il rammarico e lo stupore concreto per un figlio di magistrato arroccato anch'egli, per matrimonio, dietro quella muraglia di gangsters laureati che non hanno smesso di depredare, minacciare, inquinare e vezzeggiare l'esistenza complessiva nella città. "Non sono mafioso, ma sono amico di tutti i mafiosi della città. Che devo fare? Mi devo far proteggere. E che devono fare loro? Devono uccidere per vivere. Sei fissata con queste cose. Lascia perdere". Fu questo l'edificante ammonimento che l'affermato professionista fece alla giovane cronista, avendo cura di aggiungere che però la stimava. "Un sacco", disse. Quindi, signor Procuratore, sono passata, con la rabbia e la desolazione di sapere di che cosa lei parli, mentre i garbati sindaci della provincia aspettano di contare sino a undici prima di esprimere il loro dissenso centrato sui soliti argomenti, a sfogliare un quaderno con la copertina di Fendi. In esso, tra i passaggi del Procedimento penale n. 211/A 86 G.I. contro Albanese Mario + 190, che avevo ricopiato in quella stagione da cronista, ho riletto un altro brano indicativo di quanto Lei, signor Procuratore, dice oggi senza che le cose siano cambiate poi tanto: " Un episodio particolarmente significativo è quello concernente le modalità del ricovero di Serraino Francesco e del figlio Alessandro presso gli OO.RR. di Reggio Calabria. Si accertò che l'anziano boss era anch'egli destinatario di un trattamento di tutto riguardo, avendo ricevuto all'atto del suo ricovero, dal primario del reparto dell'epoca, le chiavi d' ingresso del reparto, dello studio del primario e del telefono sito all' interno di detto studio, così da poter godere di una particolare libertà di movimento e di comunicazione con l'esterno incompatibile con la condizione di detenuto ammesso al regime degli arresti ospedalieri. Non c'è da stupirsi se il Serraino potesse disporre, come fossero suoi dipendenti privati, degli infermieri addetti al reparto nel quale era ricoverato... Certo non può ascriversi a mero caso se il Serraino si trovasse allora nella situazione di prossimo consuocero del presidente pro- tempore del comitato di gestione dell'Usl... Fu accertato che anche dopo la morte del primario dr Mannino, avvenuta il 18.2.1986, l'aiuto facente funzioni, dr Renato Alessi, si guardava bene dal porre fine allo stato di illegittimità instaurata nel reparto, chiedendo la restituzione delle chiavi o segnalando la situazione ai dirigenti dell'USL, né riteneva di dare osservanza al divieto di comunicazioni con l'esterno, disposto dall'Autorità giudiziaria. Dirà il dottor Alessi con non trascurabile disinvoltura: 'Mi risulta che soprattutto il pomeriggio Serraino riceveva molte visite e non solo dei familiari. Dopo la morte del dr Mannino venni a conoscenza dell' ordinanza del tribunale ma non ritenni di modificare la situazione preesistente". Statu quo ante, signor Procuratore. E nessuno vuole offendere alcun altro, metterlo alla gogna, "consegnarlo al giornalista", come se in queste terre fosse il giornalista lo sgherro, e non la mano armata di chi le ha divorate, saccheggiate, devastate dentro e fuori con l'inchino e al massimo qualche storcimento di naso per il cattivo gusto alla pulp fiction da parte degli habitué dei circoli di società, dei principi del foro ovviamente obbligati dal codice deontologico a difendere chiunque, sì, voglio vedere se anche un poveretto senza denari né fama di gangster. Nessuno vuole svergognare alcuno, umiliare e svilire l' intellighenzia cittadina giovane e meno giovane, i campionati di matematica e di astronomia, la rinomata facondia, la musica, il cinema, il museo e l'arte, l'economia. Pensi, signor Procuratore, che quando una volta sono andata spedita al Museo, invece che alla Biblioteca comunale, e ho chiesto di vedere, con un linguaggio in effetti dato per scontato, la copia anastatica del Chumash con il commento di Rashi, l' usciere mi ha a sua volta domandato: "Che cos'è, il bar che hanno aperto qua di sopra?". Io ho sorriso di cuore, e ho raccontato all'usciere che no, che il Chumash è un Pentateuco, e che quello stampato a Reggio Calabria da Rabbį Garton, nelle stamperie della giudecca, secoli fa, è il primo esemplare dato alle stampe, prima che gli ebrei fossero cacciati a suono di campane. Che il prezioso testo con il commentario di uno dei più illustri esegeti della tradizione ebraica è stato ceduto dagli amministratori alla Biblioteca palatina di Parma, così che i reggini, in generale, neanche sanno che cosa sia. L'equivoco col bar deve essere nato per via del nome forse un po' rocchettaro e finto americano del " bar che hanno aperto di sopra". Però, signor Procuratore, quella mattina che due personaggi quotidiani in sosta sul corso Garibaldi, intenti a discutere con ardore, con una certa animosità, sono arrivati uno a dire all'altro: "Mi devo rivolgere all'Archi?", com'era chiaro, conosciuto anche all'aria, che l'archi non era il confidenziale, giovanile diminutivo della parola architetto, ma l'assetto in tenuta da padroni, da spartitori dirimenti della città, dei gangsters della muraglia davanti al mare, del palazzo arcoto dove si sanciscono i matrimoni con la crema della città a sfondo soprattutto forense. E se vogliamo poi parlare, scrivere di inchini, processioni, infiorate da cui per cultura e religione sono lontana, ecco che sempre su quei quaderni dalla copertina a fiori è trascritta quella osservazione disgustata che io rivolgevo al professore di filosofia:" E quei mafiosi con la vara sulle spalle, il crocefisso al collo, quella mescolanza corale della città, la padronanza di 'ndrangheta in festa per la patrona". "Hai ragione, bambina, è così". Sono passati gli anni, signor Procuratore, e io quella frase del professore di filosofia gliela giro. Ha ragione, signor Procuratore, è così. E la sua è una ragione semplice, umana. Rigorosa. Quella che guidò la mano di Piero Calamandrei quando egli scrisse: " È arduo certificare l'indipendenza. Occorrono certo la terzietà e l'imparzialiltà, ma occorre anche che terzietà e imparzialità siano assicurate sotto il profilo dell'apparenza. Il giudice ad esempio dovrebbe consumare i suoi pasti in assoluta solitudine". Quell'assoluta solitudine, Giudice, popolata solo dagli affetti, dalla consapevolezza del proprio compito, che non è aliena alla gioia e alla condivisione, ma che rimane vigile nello spazio della coscienza e della morale. Signor Procuratore, io l'ho vista gioire e commuoversi con le lacrime agli occhi per i ragazzi e le ragazze affluiti sulle strade Locri con indosso i nomi delle vittime, anche bambine, della mafia, di questa odiosa 'ndrangheta che oggi si avvale della definizione di cupola segreta, e non è segreta per niente. In nessun modo riesco a vedere nelle sue parole fondate un discredito, una mortificazione della città.

Al contrario, vi vedo rammarico, umiltà, e come un richiamo, una nostalgia che dai rampicanti delle vie del mare ritorna nei luoghi dei giudici biblici dal cui mantello proviene. Mi ricordo, signor Procuratore, quella consuetudine che nella città mi raccontò una giudice in quel tempo da cronista: di non prendere mai neanche un caffè al bar, neanche con i colleghi, per non dare adito a incontri e saluti fuori luogo. Era difficile. Ma lei ci provava con rigore. E con amore. E nessuno vuole offendere, alcuno, signor Procuratore. Nessuno vuole tenere lontano i turisti dalla bellezza della città comunque infangata, avvilita da ben altro che dalle sue parole. Ecco che ho finito di scriverle quando già la festa di matrimonio si è conclusa, a New York. La kalle, la sposa, sorride. Il chatan, lo sposo, trema davanti alla sua bellezza. L'11 settembre è ormai qui, anniversario dove il gelido ghigno degli assassini vaga per un inferno oscuro e inestinguibile. Ho visto la città una sera, ad agosto, signor Procuratore, durante un concerto di Sergio Cammariere. Era bella sul mare di notte. E sembrava nei miei pensieri una piccola New York, con le luci sull'acqua e sull'isola, le canzoni di un uomo, la felicità delle donne, profonda e severa a volte. So che anche lei conosce questo volto della città, in che modo potrebbe volerla disprezzare! Ma ai piccoli soloni della politica diciamo che è una sorta di greca, autentica soloniana seisachteia, uno scotimento del peso della servitù 'ndranghetista, che invece le sue parole richiamano, poiché è questo il debito della città, che ancora grava. Anche se conosciamo gli uomini e le donne che dicono no. Il ragazzo che fa il gelato, quello che cucina da chef e anche lui dice no. Così le ho scritto, signor Procuratore. Altro che contare sino a undici. E i firmatari di manifesti borghesi a difesa dell'onore e del decoro della città, contro la Procura, che non sanno mai restare in silenzio di fronte alle parole di un giudice, che ricorrono subito ai proclami perché non ne vada del loro onore, della loro rispettabilità, mi fanno pensare a come essi non conoscano, nel tripudio cittadino delle infiorate, quella Massima dei Padri del trattato Pirké Avot: "Per tutta la vita sono stato tra i saggi e non ho conosciuto altro di meglio che il silenzio".