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La depandanza, l’omofobia e gli altri orrori di un sogno chiamato turismo in Calabria

smsnogayanimalidi Isidoro Malvarosa - All'inizio dell'estate una collega che stava organizzando una vacanza per sei persone in Calabria mi chiese consiglio su come arrivare, dove alloggiare e come muoversi in quello che si prospettava un tour jonico-tirrenico di 10 giorni nella nostra splendida regione ad agosto.

"Non so dove mettere mano – mi disse – da dove iniziare. Trovo o tipiche ville dei boss nell'entroterra o case al mare arredate con i mobili della bisnonna. Aiutami."

Imbronciai leggermente il mento e mandai giù, conscio della missione che avevo davanti, la salivazione nel frattempo si era azzerata.

Chi mi conosce sa che sono abbastanza parco di complimenti verso la mia terra, quantomeno amo mettere in guardia i miei interlocutori, tenerli al riparo da future e probabili delusioni, ma la situazione che avevo davanti era più tragica del previsto.

Dopo le frasi di rito "preparati ad un viaggio avventuroso, in una terra stupenda ma disorganizzata", "aspettati spiagge bianchissime e immense senza lidi e, a volte senza lungomare e senza servizi essenziali" "vedrai scogliere mozzafiato e colate di cemento" "portati sempre l'acqua appresso dal b&b, non è detto che in spiaggia poi trovi bar e chioschi", mi ero messo all'opera per incrociare sistemazione e spostamenti.

Il programma era chiaro: 5 giorni sulla tirrenica e 5 giorni sulla jonica. Le accoppiate possibili Tropea-Soverato oppure Palmi/Bagnara/Scilla-Siderno/Gioiosa. Partire dal più turistico e organizzato ovest per poi proseguire – in una specie di viaggio dell'anima – verso l'est selvaggio e brullo.

Un viaggio che non poteva nella maniera più assoluta essere demandato ai traporti locali, meglio affidarsi ai mezzi propri. D'altronde la mia collega confermava: "Avevamo trovato un volo a prezzi assurdi per Lamezia, ma comunque il noleggio auto chiude dall'una alle quattro. Arrivando a pranzo, avremmo perso mezza giornata di ferie, quindi abbiamo deciso di partire con la nostra macchina". Alla lingua secca iniziavano ad unirsi tremori alle mani e ai piedi.

Fremiti che si acuirono interessando completamente le estremità alla vista degli alloggi: era tutto vero. Nei dintorni di Tropea si passava dalle 1000 euro di prezzo medio a coppia per 5 notti con sistemazione in hotel a strutture private fatiscenti, da affittare OBBLIGATORIAMENTE a settimane.

La galleria delle immagini era impietosa: cucinini con bombole a vista campeggiavano davanti a pareti intonacate a secco, stupendi mobili in truciolato risalenti alla terza Guerra di Indipendenza, lampadari finto rococò ottimo contorno di una seduta spiritica e brande assemblate alla bell'e meglio sotto copriletti già maggiorenni durante lo sbarco sulla Luna.

Davvero: cosa ci mettono i calabresi dentro le case-vacanze? Pensiamo di poterci infilare di tutto? Di arredarle con gli scarti dei nostri appartamenti?

Pensiamo davvero di fare turismo in questo modo?

Chiudendo i negozi per andare a fare la pennichella e affittando appartamenti buoni per ospitare i partecipanti di un reality ambientato negli anni Cinquanta?

Nella mia spasmodica ricerca, mentre gli occhi mi uscivano definitivamente dalle orbite (eppure li ho abbastanza abituati agli scempi e alle brutture architettoniche), dentro quella galleria degli orrori, tra prezzi esorbitanti e improbabili ville in collina 'a due passi dal mare', il tenore delle foto non cambiava selezionando una zona diversa. Anzi, se possibile, sulla Jonica la situazione peggiorava.

Tra arredamenti lugubri e impersonali, mobili piazzati alla rinfusa senza gusto estetico e massetti di cemento per arrivare in spiaggia, c'era anche da chiedersi dell'effettivo accatastamento degli immobili.

Di sicuro c'era – o c'era stato – il bisogno di condonare.

La sensazione, neanche troppo latente, era ovunque di presa in giro. Dietro quelle immagini aleggiava uno spirito approfittatore di fondo: massimizzare i guadagni senza curarsi della clientela. Lo dimostravano i televisorini a tubo catodico (esistono ancora?) nelle sale da pranzo, le sedie di plastica nei soggiorni, le fodere usurate buttate sui divani, gli ambienti in penombra. Fotografie scattate senza cura né gusto estetico. D'accordo, gli appartamenti sono spesso solo un appoggio per andare a mare. Ma basta il mare a sopportare tutto questo?

E mentre cercavo, continuando a farmi del male, provando a proporre qualcosa di accettabile, via Whatsapp nel frattempo mi arrivavano i messaggi della mia amica. Erano link di strutture siciliane: il paragone era impietoso. Patii in legno, divani colorati (magari stile Ikea, ma comunque nuovi), cucine componibili e non angoli cottura con bombole a vista, tende da sole, arredamenti curati, foto luminose, asciugamani pulite sui letti, battiscopa, scendiletto, phon, accessori, facciate rifinite e aiuole curate.

Perché tanta differenza a pochi chilometri di distanza?

La situazione peggiorava di ora in ora: sul gruppo Whatsapp della mia collega erano tutti d'accordo: meglio la Sicilia, viriamo sulla Sicilia!

E non c'era da stupirsi se chi non è legato da vincoli sentimentali e affetti autoctoni, chi è abituato a viaggiare, chi non vuole scendere a compromessi, semplicemente chi vede le cose oggettivamente senza gli occhi del cuore, preferisca senza indugio altre mete e altre regioni.

"C'è un grande buco nero sulla Calabria", me lo ripetono spesso a Roma. "Non sappiamo dove mettere mano: dove cercare casa, in che spiagge andare, come muoverci. Non sappiamo da dove partire".

Manca un piano di promozione territoriale, questo ce lo diciamo da anni.

In questa situazione drammatica poi, qualcuno, scrivendo in un italiano approssimativo, si è preso pure il lusso (economicamente parlando) di rifiutare la prenotazione di una coppia omosessuale, qualcun altro ha pensato bene di difenderlo "ognuno a casa sua ospita chi vuole" (peccato fosse un b&b con regolare licenza e 'obbligo' di non discriminare) e molti altri sono stati zitti.

Hanno abbozzato, come spesso dalle nostre parti.

Li mandiamo indietro i turisti, noi! Il paradosso.

Ce lo possiamo permettere in effetti.

Così tra omofobia e trascuranza viene ancora una volta rimandato – o sfuma per sempre – il sogno turistico calabrese.

Ci vorrebbe una totale inversione di marcia, una presa di coscienza collettiva che non sia basata sul solito piagnisteo del belli e dannati, non venite peggio per voi, ne possiamo pure fare a meno, non sapete cosa vi perdete.

Il mito della spiaggia incontaminata, sconosciuta al mondo e per questo orgoglio da esibire e difendere, deve definitivamente tramontare.

Serve confrontarsi col mercato, aprirci al nuovo, copiare, osservare e prendere appunti dai nostri dirimpettai, oltre lo Stretto. Da chi fa rete (se in Sicilia trovi un b&b pieno, è lo stesso albergatore a suggerirtene un altro; accade in Calabria?), da chi riesce a trasformare frazioni abbandonate (Marzamemi: letteralmente 4 case e un forno) in borghi incantati e conosciuti a livello internazionale, da chi dà nomi e forme a insignificanti scogli in mezzo al mare organizzandoci intorno escursioni in barca, da chi ristruttura e arreda modernamente ruderi per affittarli, semplicemente da chi fa turismo.

Dovremmo cambiare testa, estirpare una per tutte questo fottuto e consolatorio piangerci addosso.

Se le spiagge dal 26 al 4 agosto sono vuote è anche colpa nostra: di chi pensa di affittare bettole con dentro i mobili della bisnonna, di chi difende l'esistente, non emargina omofobi o speculatori che siano, e pensa siano i turisti a doversi adattare.

E mentre sotto i miei occhi e nonostante i miei sforzi, sei persone – sei italiani del centro Italia, non sei fuorisede di ritorno – prendevano la via della Sicilia, prenotando comodamente una vacanza su misura, io assistevo all'ultimo smacco: la foto del nome del gruppo Whatsapp che da "Destination Calabria" diventava scherzosamente "Vaffanculo Calabria".

Quel vaffanculo di rabbia che era un po' anche il mio.