Firme
 

Non siamo tutti "sbirri"

scrittevescovadolocridi Giuseppe Bombino* - È ormai tragicamente retorico ed inverosimilmente patetico ricorrere, quando accade un fatto più o meno eclatante o sconcertante, alla composizione di evanescenti movimenti di protesta, per i quali, di volta in volta, il genere umano si consuma.

Non costa nulla essere solidali con l'una o l'altra vittima, persona, Istituzione o Paese, contro violenze e offese, contro terroristi, terremoti, slavine e ... 'ndrangheta.

Così siamo tutti pronti ad essere Charlie, poi parigini, poi ancora londinesi, amatriciani e ... sbirri.

Ma all'indomani dei raduni ognuno torna al proprio vivere, che spesso è convivere con ciò che si è pubblicamente contestato e ripudiato.

Non cederemo alla tentazione di rimandare ad una sede antropologica la causa del dramma di questa terra. Neanche l'esegesi sulla "questione meridionale" ci appassiona quale motivo del ritardo che frena la nostra geografia. Niente razza, insomma! Né il clima, né la Commedia di Aristofane o la Tragedia di Eschilo accomoderanno la giustificazione di una civiltà che recita il suo passato e che ora attende che qualcuno riconosca i suoi attestati.

Il problema siamo noi. E soltanto noi.

Noi abbiamo alimentato una classe dirigente inadeguata, "educandola" a rispondere ai nostri bisogni elementari ed individuali. Non abbiamo chiesto altro se non una "pensione di accompagnamento", un posto fisso ed una falsa invalidità per uscire dalle farmacie con le buste piene di medicine. La verità è che nessuno, tra quanti abbiamo "promosso alla politica", ha avuto la capacità di cogliere "l'intelligenza di una terra" che ha sempre suggerito qualcosa di diverso e di più alto rispetto a quello che l'ignoranza dei politicanti ha saputo immaginare.

Abbiamo visto sorgere intorno a noi le ville e i palazzi degli 'ndranghetisti, e siamo stati zitti; abbiamo accettato che persone feroci ci passeggiassero davanti con le macchine di lusso, ed abbiamo taciuto; abbiamo voltato lo sguardo di fronte ai portafogli pieni di chi, non avendo mai lavorato, lasciava dieci caffè pagati al bar; ci siamo sorpresi nell'apprendere che la ndrangheta e la politica si cercavano e si volevano, si chiamavano, abituati come siamo a negare i segni di questo sodalizio.

Camminiamo dove vediamo muoversi quelle stesse persone che hanno inflitto povertà, miseria e morte; salutiamo quei traditori che hanno soffocato e piegato l'economia del nostro territorio e mortificato ogni processo di sviluppo desiderabile. Eppure ciascuno sa molto più di quello che vuol far credere.

Non so chi abbia scritto sui muri di Locri. Non sono in grado di stabilire se sia stata la 'ndrangheta o un disperato che non abbia compreso il senso di quelle parole. Ma se quelle frasi nascondessero un grido di protesta o di dolore non sarebbero meno colpevoli e ingiuste. Perché i primi complici di ciò che ci accade intorno siamo noi, con quell'indegno silenzio con cui svuotiamo quando le luci ed i microfoni si sono ormai spenti.

So soltanto che la società, purtroppo, è così intenta nella discutibile arte dell'apparire che ha perso di vista il dato reale, fatto da una quotidianità assai diversa e ben distinta da ciò che si vuole indossare nei veloci e fatui cortei. La Calabria preferisce non vedere le pene e le piaghe di una società vittima di se stessa, delle proprie limitazioni. La Calabria preferisce accompagnarsi a chi ha annientato l'identità di un popolo, dissacrato lo spirito, deturpato il volto, oltraggiato l'unitarietà di quel genio che la compose.

Poi la pelle resta muta ed indifferente allo squallore del vivere quotidiano accanto alle più contrastanti vicende che decidiamo di tacere; quando agli occhi non disgustano l'aria e l'acre odore di miseria di quelli che, ancor più bestie dei più feroci animali, non manchiamo di salutare, e di tollerare.

No, non siamo tutti sbirri.

Saremo sbirri quando scriveremo sui muri di Reggio i nomi degli 'ndranghetisti che ci hanno privato della nostra bellezza.

Saremo tutti sbirri quando toglieremo il saluto alle famiglie criminali che hanno annientato la nostra umanità dall'Aspromonte allo Jonio, dallo Jonio allo Stretto e dallo Stretto al Tirreno.

E ve ne sono di muri e lavagne su cui incidere questi nomi, ché ne sono piene le scuole e le città.

Saremo sbirri quando avremo la dignità di uscire per istrada e sostare di fronte alle caserme, ed applaudire i "veri sbirri" quando arrestano i latitanti e gli sfregiatori del nostro tempo e di speranza.

E sveliamo l'inganno, una volta e per tutte! La 'ndrangheta si avvantaggia di certa storiografia che ascrive la nostra condizione a qualcosa di preordinato, di progettato da uno "Stato patrigno" per condannare la Calabria nell'arretratezza. Tutto ciò non fa che allontanare la ricerca della causa da noi stessi, collocandola nell'invincibile universo degli Dei, spingendola così indietro nella storia da farla apparire come una eredità irrinunciabile. E' così che aumenta la distanza tra il popolo e lo Stato e si restaura il dramma.

E mentre noi cercavamo i colpevoli da un'altra parte, sul nostro disagio la 'ndrangheta e la mala politica accrescevano consenso e potere.

E' venuta l'ora, secondo me, che ciascuno prenda in mano il gessetto rosso, come si faceva a scuola per separare i buoni dai cattivi.

E ce ne sono quaderni bianchi ... ché possiamo finalmente scrivere la vera storia della nostra Calabria.

Il tempo "si misura" e "ci misura" con le azioni che edifichiamo all'interno del quadro sociale che frequentiamo; e lo spazio, invero, è quel piano in cui proiettiamo il nostro atteggiamento dentro la comunità che è il quartiere, la Città, lo Stato e la Nazione, il Continente e il Mondo.

*Docente universitario e presidente del Parco Nazionale d'Aspromonte