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Quello che non si può dire...

reggiocalabria alto500di Daniele Castrizio* - Reggio quale esperimento antropologico all'avanguardia: consegnare una intera città all'ignoranza e all'anarchia sociale. Lasciare che tutta l'immensa periferia (corpo troppo grande per una testa tragicamente piccola, posto che esista) si autogoverni nel completo sbando, affidata alla legge della giungla, alla ragione del più forte, alla regola che "vince chi grida più forte", senza alcun controllo statale, è stata una sperimentazione di grandissimo successo. Infatti, abbiamo consumi culturali crollati; centosettantamila persone lasciate in balia degli istinti primari, senza alcuna possibilità di miglioramento sociale o culturale; completo disprezzo delle leggi dello Stato e persino di quelle universali dell'Umanità; SUV e frittole come massimo godimento possibile; cafoni si nasce e cafoni si deve morire, senza alcun riscatto praticabile. E poi, largo a tutti i vizi e gli sfizi: dalle moto più trendy ai cani trattati come bambini (e ai bambini trattati come cani), dai fuoristrada grandi come portaerei (mio nonno diceva: più strette sono le strade, più gli storti comprano macchine grandi) alle domeniche spese nella celebrazione liturgica dei centri commerciali. E, intanto, crolla il numero dei donatori di sangue, la città si riscopre più gretta e meschina, sempre più degna del "Ritratto di Nicola Giunta", che molti di noi Reggini abbiamo vissuto come una condanna più che un dato ineluttabile, un topos da cui affrancarci più che un cromosoma ineludibile.

Dopo quarant'anni di clientelismo selvaggio – che ha generato il "Darwinismo all'incontrario rhiggitano", cioè la selezione del peggiore, mentre i figli più virtuosi emigravano da Reggio – ci troviamo con un apparato amministrativo che si è autonominato Burocrazia, cioè "governo degli Uffici", capace di immobilizzare tutto e tutti, più forte e inesorabile della Politica (e voi che credete ancora ai Fondi Europei: provate a spenderli con questi amministrativi!!). Ci ritroviamo con i peggiori medici dell'Universo (fatte sempre salve le lodevoli e luminose eccezioni), i peggiori infermieri (idem), i peggiori amministratori e politici (ri-idem), la peggior classe dirigente a livello ecumenico (ri-ri-idem). Da chi ripartire? Dalla "società civile"? E quale? Quella che è ormai conosciuta come "zona grigia", che ha accettato qualsiasi angheria dalla andrangheta pur di mantenere i suoi privilegi, di anno in anno sempre più meschini e patetici? Per carità di Patria non prendo in considerazione le altre categorie sociali, che ci rendono la città con uno dei più alti tassi di esoteristi e di satanisti, di massoni deviati e di pseudo-cristiani.

Vi prego di scusare la mia lunga premessa, ma ormai Reggio è diventata la città del politically correct, nella quale non si può più dire la verità. Certamente non posso dire, non sta bene, che abbiano abbandonato la vita basata sul rispetto reciproco e sul sacrificio per amore, che ha caratterizzato i nostri nonni. Certamente non posso dire che siamo vittime del "luogo comune" che ci deve vedere schiavi del topos nazionale e mondiale di "paese di andrangheta". La nostra autorappresentazione è sempre incentrata sulla mafia, spacciata per atavica e congenita: ma non ci sono bellissime storie d'amore a Reggio, non vi nascono poeti e artisti, non ci sono fatti di solidarietà che meriterebbero di essere raccontati, non abbiamo una Storia e un Patrimonio culturale e monumentale che dovrebbero essere valorizzati? Nossignori. Se leggete i giornali (su carta o sul Web), la rappresentazione della città è sempre la stessa, incentrata su ciò che si crede essere il mainstream. Ma ve lo immaginate un giornale che non dia spazio alle dichiarazioni dei politici? Io lo sogno da tempo un giornale depoliticizzato: ma chi se ne frega davvero degli annunci roboanti dei politici, cui segue il nulla eterno? Ma a chi importa se l'assessore Tizio esprima la propria soddisfazione per una cacatina di mosca? Ma davvero a qualcuno sta a cuore l'ennesima discettazione politica sul "vuoto pneumatico" del pensiero dei politicanti?

E, invece, nei giornali di oggi dove trovano spazio le iniziative culturali? E dove si può leggere degli esempi che andrebbero seguiti? Forse queste notizie sono seppellite in qualche pagina/ghetto, impossibili da trovare e certo non valorizzate, ma sono lo specchio più fedele del riscatto di questa povera Reggio. Io, e con me credo moltissimi altri, preferirei essere messo a conoscenza di ciò che si muove di positivo, degli ultimi spettacoli scritti da Reggini e messi in scena da Reggini, delle migliori iniziative, del resoconto del mondo del volontariato, piuttosto che leggere esclusivamente le "veline" dei potenti di turno.

Vedete, parlando con molta calabresità (in italiano si dovrebbe accostare la verità alla "franchezza" o al "papale papale" con un involontario ossimoro, visto che i Franchi e il Papato medievale sono stati i più grandi produttori di inganni, come la "Donazione di Costantino" et similia), devo affermare con forza che da questo impasse si esce solo smettendo di essere una società parassitaria e iniziando a "produrre", creando prodotti culturali, prodotti artigianali, prodotti agricoli. Imponendo un Made in Reggio che dovrebbe essere simbolo di qualità, seguendo ciò che di buono è stato fatto in vari settori.

Salutandovi (e scusandomi per la mia prolissità, davvero congenita), ritengo che saremmo in molti a voler "vivere" questa città, assistendo a ciò che di buono viene prodotto, e ce n'è tanto, credetemi. Invece di chiudermi ogni pomeriggio nella mia casa-caverna (come tanti, come troppi), vorrei poter programmare una vita culturale e sociale fatta di conoscenza e di arricchimento, e non mi rassegno alle poche vetrine che la nomenklatura rhiggitana ogni tanto ci propina, quasi sempre frutto di persone che con Reggio non c'entrano nulla. È certamente facile assegnare premi a eccellenza estranee, ma il lavoro che ripaga dovrebbe essere quello di coltivare le eccellenze locali, come troppo pochi fanno, e per di più nel silenzio dei media che ci assordano con la cronaca politica. Il lavoro appagante dovrebbe essere quello di riappropriaci delle periferie, di portare i consumi culturali là dove c'è solo l'abbrutimento dell'ignoranza. Nella Rhegion greca e romana c'era un teatro per gli spettacoli principali e per le assemblee politiche della città, ma c'erano anche piccoli teatri, per permettere ai cittadini di suonare in pubblico, di tenere conferenze. Di cosa disponiamo adesso noi che abbiamo cessato di essere "greci di Calabria" e ci siamo rassegnati a diventare "americani di Calabria"?

*Docente universitario