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Il retroscena. Grasso e i 5 Stelle sventano l’inciucio che avrebbe salvato Caridi

caridi sisenatoarrestodi Claudio Cordova - Fosse per il Pd e i partiti tradizionali di centrodestra, il senatore Antonio Caridi sarebbe già in vacanza, lontano dal carcere di Rebibbia dove, invece, si è dovuto consegnare, ancor prima che il Ros dei Carabinieri eseguisse l'ordinanza di custodia cautelare in carcere per 'ndrangheta nell'ambito dell'inchiesta "Mammasantissima", che ha svelato l'esistenza della cupola segreta della criminalità organizzata calabrese, capeggiata, tra gli altri, dagli avvocati Paolo Romeo e Giorgio De Stefano. Il piano di Pd, Nuovo Centrodestra, Forza Italia, Verdiniani e altre marmaglie assortite era chiaro: rinviare il voto sull'arresto a settembre, dopo circa un mese e mezzo di vacanza (bontà loro) dai lavori parlamentari. Questo in attesa, magari, di qualche bislacca decisione giurisprudenziale, non tanto del Tribunale della libertà di Reggio Calabria, quanto della Corte di Cassazione (si ricordi, per esempio, il caso di un altro campione della politica calabrese, il senatore Gianni Bilardi) che potesse togliere dalle mani del Senato la patata bollente.

E' tutto nei fatti: i ritardi nella Giunta per le autorizzazioni, la scelta di arrivare all'ultimo giorno utile, la concomitante presenza del ddl sull'editoria al vaglio di Palazzo Madama. Insomma, Caridi, in nome di quel virus letale che si chiama garantismo, doveva essere salvato. E non in maniera palese e quindi "onesta": votare no a una richiesta d'arresto per 'ndrangheta sarebbe stato troppo anche per la disgustosa classe politica italiana. Il metodo era molto più subdolo: quello del rinvio, in attesa che la piena passi.

A settembre Dio avrebbe visto e previsto.

I protagonisti del grande inciucio, anzi, di quello che ieri mattina chiamavamo "accurduni", non avevano calcolato due variabili. La prima piuttosto scontata: il Movimento 5 Stelle, che, da settimane ha ingaggiato una battaglia di principio e di moralità per consentire alla giustizia di fare il proprio corso. Senza le insistenze e le pressioni dei grillini, probabilmente non sarebbe arrivata quell'accelerazione necessaria per giungere alla decisione su Caridi prima della pausa estiva. E questo nonostante il fatto che nell'ordinanza firmata dal Gip di Reggio Calabria, Domenico Santoro, vi siano accuse gravissime di connivenza con la 'ndrangheta.

Caridi avrà modo di dimostrare eventualmente la sua estraneità ai fatti, ma già solo il sospetto di vicinanza ai clan lo doveva e lo deve collocare fuori dalle Istituzioni e dentro alle patrie galere. Del resto, le intercettazioni su Caridi (è stata una delle obiezioni a Palazzo Madama) sono abbastanza datate. Ma a lor signori andrebbe spiegato che se Caridi è effettivamente entrato nel sistema 'ndrangheta come ipotizza il pm Giuseppe Lombardo, non lo ha fatto con un "contratto a tempo determinato" e quindi la sua vicinanza è da considerarsi viva, concreta e attuale, anche ora che – dopo una scalata istituzionale da antologia – era passato dagli scranni di Palazzo San Giorgio e Palazzo Campanella a quelli più nobili di Palazzo Madama.

Ma se dai 5 Stelle, unica vera opposizione al Governo Renzi, ci si poteva attendere l'intransigenza e, se del caso, la bagarre, la vera variabile impazzita è stata rappresentata dal presidente del Senato, Piero Grasso. Questi, da ex magistrato, ha spiazzato il suo partito e – anche questo lo abbiamo scritto ieri – ha provato a dare decoro al Senato della Repubblica accantonando di fatto il ddl sull'editoria e invertendo i due ordini del giorno: la richiesta d'arresto per Caridi ha messo alle corde il Partito Democratico, che già pregustava l'ennesimo abbraccio con Alfaniani, Verdiniani e altra gente di questa risma.

E infatti la reazione del Pd è di grande imbarazzo.

Le parole del capogruppo Luigi Zanda: "Prendo atto della sua decisione, avendola appresa nel momento in cui l'ha comunicata. Due sole considerazioni": la prima è quella di riconoscere "all'Aula del Senato la qualità del lavoro svolto in questa fase. Ha lavorato intensamente e con molta responsabilità, non c'è stato neanche da parte delle opposizioni alcun momento di ostruzionismo. La seconda è che sono dei momenti nella vita del Parlamento in cui questo è chiamato a scelte molto difficili, e questo è uno di quei momenti. Sono certo che l'Aula del Senato continuerà a esprimersi secondo coscienza,secondo diritto, secondo senso dello Stato".

La decisione manda su tutte le furie FI-Gal- Idea-Cor-Ncd-Ala e l'intero Pd. Votando prima per il ddl editoria, si sarebbe potuto far saltare il voto su Caridi facendo mancare il numero legale. Un'ipotesi che viene negata con forza dagli ambienti democratici, che ostentano un senso di responsabilità su cui il presidente del Senato ha dimostrato di non riporre alcuna fiducia.

Grasso ha di fatto costretto il Pd a uscire allo scoperto. A quel punto, l'ipotesi "accurduni" era impraticabile e il Pd – sebbene con scrutinio segreto – ha dovuto votare sì alla richiesta d'arresto, lasciando posizioni criminogene ad altri 110 senatori. Caridi, dopo una giornata da incubo, in cui ha prima sperato nel rinvio, poi nella decisione contraria e, infine, al termine di settimane sulla graticola, si è dovuto consegnare nel carcere di Rebibbia, dove ha trascorso la prima notte di detenuto.

Uno strazio per tutti: per il diretto interessato, esposto per settimane al pubblico ludibrio, dilaniato da speranze destinate a cadere miseramente; per i colleghi senatori, che si cospargono di ridicolo nell'affermare le più disparate cazzate per difendere l'indifendibile; per i cittadini, che devono assistere al degrado delle Istituzioni. Qualcuno come il senatore Lucio Barani (sì, proprio quello dei gestacci con allusioni sessuali alle parlamentari del Movimento 5 Stelle), zittito da Grasso, avrà l'ardire di affermare: "Anche Matteotti venne ucciso, vorrà dire che verrò ucciso anche io per aver parlato... visto che lei mi sta minacciando...Ma lei non mi fa paura!".

Tutto frutto e conseguenza dell'iniqua norma che continua a dotare i parlamentari di un immeritato "scudo spaziale" rispetto alle inchieste giudiziarie.