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Caro Cafiero de Raho, per Reggio sarà un sovversivo: ma è sulla strada giusta

Cafiero de raho Federicodi Claudio Cordova - Quando, in occasione del primo anno trascorso a Reggio Calabria, scelse di rilasciare un'intervista esclusiva al Dispaccio, il procuratore Federico Cafiero de Raho ribadì la propria promessa alla città, fatta al momento dell'insediamento: la lotta alla zona grigia e al livello più alto della 'ndrangheta. Oggi, a distanza di tre anni dall'arrivo in città, si può senza dubbio dire che il procuratore venuto da Napoli dopo aver lottato contro i Casalesi stia continuando a mantenere la promessa.

Aggredire i comitati d'affari che governano la città, alcuni dei quali da almeno quarant'anni, è la vera sfida per liberare Reggio Calabria dalla presenza delle cosche, non meno oppressiva solo perché, fortunatamente, si spara di meno. Il quadro che emerge dall'ultima inchiesta, denominata "Fata Morgana", consegna infatti una 'ndrangheta nuova, moderna ed "educata", che solo raramente ha bisogno di esercitare in maniera muscolare la propria finalità di assoggettamento del territorio. Questo perché ormai la 'ndrangheta – come afferma la celebre conversazione intercettata del boss Mancuso – si è fatta massoneria e, tramite la propria infinita rete di relazioni riesce a influenzare la vita politica, economica e sociale del territorio di appartenenza.

E la violenza è solo l'extrema ratio per un sistema relazionale che si muove nell'ambito dell'associazionismo segreto, come pensa la Dda, contestando ad alcuni indagati la violazione della Legge Anselmi.

Elemento centrale di questo modo di gestire il potere è l'avvocato Paolo Romeo. Un professionista condannato per concorso esterno in associazione mafiosa e ritenuto un'eminenza grigia dei clan fin dagli anni '70. Non per questo evitato dalla classe dirigente cittadina, che, anzi, avrebbe fatto a gara per avere rapporti con il legale, dominus del Circolo Posidonia. Solo una volta, Paolo Romeo, con riferimento alle offerte da presentare per un hotel, contrariamente a quanto ci si aspetterebbe da una personalità riflessiva e dialettica come la sua, si manifesta nella natura impulsiva e veemente, facendo emergere quel lato del suo carattere, evidentemente, tenuto volutamente oscuro ma, a quanto pare, pronto a palesarsi in tutta la sua interezza nel momento in cui i suoi piani vengono disarmati e stravolti da una decisione altrui, facendo venir meno tutta la sua autorevolezza: "Vi siete stancati forse di camminare, vabbò, va' ciao!" dice alterato al suo interlocutore, riagganciando.

Nel resto dei casi sono i "buoni uffici" a far andare le cose per il verso giusto. Testimonianza del fatto che, da tempo, l'arma preferita dalla 'ndrangheta non sia più il piombo ma la stretta di mano, anche con insospettabili.

Ed è proprio per questo che esiste il concreto rischio che all'azione del procuratore Cafiero de Raho e dei suoi magistrati ben presto mancherà quel consenso sociale che, fin quando si mantiene il livello investigativo su standard "normali" arriva dalle persone "perbene". Già con l'inchiesta "Fata Morgana" si iniziano a vedere i primi nasi arricciati: uomini in giacca e cravatta e donne in tailleur pronti a stigmatizzare la citazione, nelle carte d'indagine, di politici, professionisti, membri delle istituzioni, massoni e mafiosi, tutti uniti appassionatamente. Magari non indagati, ma comunque strumento (inconsapevole?) per la conservazione e l'accrescimento di determinate realtà e determinati soggetti capaci di condizionare l'andamento della vita pubblica. E' la città che rifiuta di guardarsi allo specchio e di guardare in faccia quella che, appena alcuni giorni fa, sul Dispaccio abbiamo definito "melassa" e che è il vero cancro cittadino.

Già è possibile immaginare l'obiezione dei perbenisti e dei tutori dello status quo: "Ma così si criminalizza una città...". Sì, alzando il livello, a Cafiero de Raho e alla Procura mancheranno gli applausi. Viceversa, arriveranno le critiche, i distinguo, i "ma" e i "però". Gli elementi apicali del sistema di potere cittadino forse ora iniziano ad avere davvero paura. E per questo qualcuna tra le menti più raffinate sotto il profilo criminale potrebbe anche iniziare a insinuare, calunniare, delegittimare. E' un copione che si ripete: prima si prova a blandire e, quando l'oscura seduzione del male reggino non attecchisce, chi si discosta dal "Sistema" deve essere eliminato. Ma, anche in questo caso, non in maniera muscolare. Ma attraverso relazioni simili a quelle emerse nell'inchiesta "Fata Morgana", capaci anche di orientare l'opinione pubblica.

La Procura dovrà avere la pervicacia di andare avanti sulla strada tracciata già da qualche tempo.

Le ultime inchieste della Dda hanno senza dubbio alzato il livello di scontro, andando a colpire soggetti da sempre evocati per peso criminale, ma per troppo tempo ignorati sotto il profilo investigativo. Andando a colpire, più volte e su livelli altissimi, quella che, per antonomasia, è la famiglia emblema della commistione tra 'ndrangheta e borghesia: la cosca De Stefano. Tra la fine del 2015 e la metà del 2016, la Procura, infatti, ha arrestato i soggetti che, per conto della 'ndrangheta di Archi, chiedevano la mazzetta a un noto imprenditore per lavori privati su un immobile a due passi dal Corso Garibaldi; poco prima di Natale ha fermato "Il Principe" Giovanni De Stefano, elemento di spicco del clan, per l'estorsione sui lavori del Museo Archeologico della Magna Graecia; poi, nel 2016, ha arrestato l'avvocato Giorgio De Stefano, definito "il Massimo" nell'ambito dell'inchiesta "Sistema Reggio" e Dimitri De Stefano, figlio di don Paolino e fratello del Capo Crimine, Giuseppe De Stefano; da ultimo, prima dell'inchiesta "Fata Morgana", che ha colpito l'avvocato Paolo Romeo, da sempre considerato vicino all'ala destefaniana, con l'inchiesta "Mala Sanitas", la Procura ha scoperto un sistema di copertura degli errori sanitari presso gli Ospedali Riuniti di Reggio Calabria in cui l'elemento principale sarebbe stato il dottor Alessandro Tripodi, nipote proprio dell'avvocato De Stefano, "Il Massimo".

Il corso di Cafiero de Raho si sta spingendo oltre le Colonne d'Ercole, sfiorando – e in taluni casi colpendo – alcuni dei pilastri su cui si poggia il grande imbroglio che da decenni governa Reggio Calabria. Una città interamente colonizzata dalla 'ndrangheta, che adotta dinamiche complesse e pericolose e  che colpisce anche chi non arriva da Bolzano e che, fin qui, non ha di certo giocato con le macchinine. E' il caso, per esempio, dell'imprenditore Immacolato Bonina da Barcellona Pozzo di Gotto che si ritirò dall'affaire Gdm, la cui procedura fallimentare sarebbe stata drogata da torbide dinamiche in odor di 'ndrangheta: "Il territorio reggino è: "...una "repubblica" a parte che "cammina" per i fatti suoi..." dice quando viene ascoltato dai pm della Dda. Emblematico di come la città, con il suo grigiore e le sue commistioni, colpisca anche chi è abituato a operare, in un settore come quello della grande distribuzione alimentare, in territori difficili come la Sicilia. Perché altrove la distinzione tra "buoni" e "cattivi" è più netta e, pur non mancando la promiscuità, non esiste la fluidità di rapporti che caratterizza la vita reggina. Così, infatti, la 'ndrangheta ha infiltrato tutto, con una capacità che l'imprenditore Pino Benedetto, indagato per turbativa d'asta aggravata dall'aver agevolato la 'ndrangheta, descrive perfettamente parlando col collega imprenditore Carlo Montesano: "L'economia è azzerata. Carlo" ...(incomprensibile.) ...è come quando si salinizzano le falde acquifere, se entra il sale non lo cacci più".

Di tutto questo, però, Reggio Calabria non vuol sentire parlare. Perché si conosce bene. E sa benissimo che, indagando su soggetti come Paolo Romeo, nella rete relazionale delle "strette di mano" può capitare quasi chiunque. Perché quasi tutti hanno deciso di non recidere i rapporti malati che, però, aprono facilmente le porte di determinati palazzi del potere.

Per questo, caro procuratore Cafiero de Raho, l'invito è ad andare avanti. La città, presto, potrebbe considerarla un "sovversivo": significa che la strada intrapresa è quella giusta.

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L'intervista esclusiva al procuratore Federico Cafiero de Raho: http://ildispaccio.it/storie-e-memorie/42259-cafiero-de-raho-sfida-la-zona-grigia-di-reggio-ho-una-promessa-con-la-citta