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Elezioni. Diritti e dov'eri?

votazioni17aprterdi Isidoro Malvarosa - Il referendum abrogativo del 17 aprile che chiedeva agli italiani se intendessero procedere all'abrogazione della norma che estende la durata delle concessioni per estrarre idrocarburi in zone di mare (entro 12 miglia nautiche) sino all'esaurimento della vita utile dei giacimenti, comunemente conosciuto come Referendum trivelle, non ha raggiunto il quorum.

Si sono fermati al 32.2% i votanti di una consultazione la cui matrice economica e ambientalista è andata nel tempo sfumando. La consultazione, inizialmente voluta dalla Regioni, si è infatti prestata a diverse strumentalizzazioni, da entrambi i fronti (Sì e No), fino a diventare, di fatto, una vera e propria battaglia contro il Governo. Una sorta di reazione all'arroganza del premier che pubblicamente giudicava legittima un'astensione di massa.

Al netto delle valutazioni politiche, anche considerando la quota di astensionismo implicitamente assimilabile al "No" (trattandosi di referendum abrogativo), quello che salta agli occhi è il dato sull'affluenza alle urne in Calabria, 26,7%, quasi sei punti sotto la media nazionale. Terzultimo posto in classifica per una regione che, tra l'altro, è stata una delle promotrici del referendum.

Un dato che riflette il quasi totale disinteresse di molti calabresi nei confronti della consultazione.

Un risultato che, a ben vedere, è in linea con le precedenti tornate elettorali non amministrative. Basti ricordare il 47,34% di affluenza, contro una media nazionale del 64,76%, delle elezioni europee del 2014; o ancora il 50,35% contro il 54,80% nazionale dei referendum abrogativi 2011 su acqua, nucleare e legittimo impedimento.

Percentuali che salgono, ma rimangono comunque basse, inferiori alla media nazionale, nelle elezioni politiche del 2013: 63,11% di votanti calabresi, contro una media italiana del 75,18%; numeri che arrivano su medie nazionali soltanto, appunto, nelle elezioni amministrative. Basti il caso di Reggio Calabria con il 74,67% di votanti nelle Comunali del 2014.

Percentuali di astensione dentro le quali vanno certamente considerati anche i numerosi fuorisede, studenti e lavoratori, che preferiscono – o non riescono – a rientrare per le elezioni.

Percentuali che comunque evidenziano una disaffezione verso la politica ormai ampiamente diffusa, in una Regione investita ogni anno da innumerevoli scandali. Una sorta di circolo vizioso che influenza vita politica e società civile. Cittadini che smettono di esercitare il proprio diritto di voto, che lentamente si disinteressano alla cosa pubblica; rappresentanti politici che con le loro azioni confermano, quando non aumentano, la sfiducia nelle istituzioni.

Una situazione certamente molto fluida, in cui cause ed effetti spesso si mescolano; una cittadinanza – questo è certo – sempre meno interessata, meno consapevole, meno attiva.

È una questione sociale e culturale, un'atavica assenza di senso civico.

Calabresi, cittadini, che, nei fatti rinunciano a un potere decisionale, un diritto.

L'ennesimo di una corsa al ribasso sempre più preoccupante.

Rimane, in ogni caso, la sensazione che i calabresi si scomodino ormai soltanto e soprattutto per tornaconto personale. Per partecipare alla vita politica locale, quando magari in lista c'è qualcuno – un parente, un amico, qualcuno che promette – da votare.

Pensando male: quando c'è un interesse personale da tutelare, qualcosa da ottenere.

Un favore, una concessione edilizia, un amico al Comune che non fa mai male, um figlio da sistemare.

Magari un posto di lavoro su una trivella in mezzo al mare.

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