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Non è un Paese per trivelle

trivelledi Claudio Cordova - Aberdeen non è un posto qualunque in Scozia. Affacciata sul Mare del Nord, viveva di pesca e attività tessile fino agli anni '70 dello scorso secolo. Poi, la scoperta dei giacimenti petroliferi sottomarini l'ha trasformata in uno dei principali centri di estrazione del greggio, fino a farla assurgere a vera e propria "capitale del petrolio". Città tra le più ricche del Regno Unito, vive, da circa un anno, con grande preoccupazione il crollo dei prezzi del greggio. Alcune delle principali aziende petrolifere operanti sul Mare del Nord hanno prima annunciato e poi effettuato moltissimi licenziamenti, causando gravi danni alla florida economia del Nord Est della Scozia.

IL REFERENDUM

Se, quindi, il principale centro petrolifero d'Europa soffre il crollo del prezzo al barile del petrolio, appare curioso che il prossimo 17 aprile l'Italia debba scegliere se proseguire o no le trivellazioni in mare, anche alla luce delle particolari conformazioni morfologiche e ambientali del territorio, che, oltre ai potenziali danni di natura ecologica, potrebbero comportare anche un sensibile rialzo dei costi delle estrazioni rispetto ad altre zone del mondo. I prezzi al barile, infatti, sono sotto i 40 dollari per il petrolio WTI, estratto negli USA, appena sopra per quello Brent, del Mare del Nord.

Nel 2008 il costo per entrambi si aggirava appena sotto i 150 dollari.

Il 17 aprile l'Italia sarà chiamata a decidere. Se vince il no (o non si raggiunge il quorum), le estrazioni off shore esistenti entro le 12 miglia continueranno "ex lege" per un tempo indefinito, fino all'esaurimento del giacimento: se vince il sì, invece, cesseranno alla scadenza della concessione. Il Governo, per bocca del primo ministro Matteo Renzi, si è schierato per l'astensione, avendo orientato la propria strategia energetica verso gli idrocarburi. All'articolo 38 del decreto "Sblocca Italia" si legge infatti: "Le attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi e quelle di stoccaggio sotterraneo di gas naturale rivestono carattere di interesse strategico e sono di pubblica utilità, urgenti e indifferibili. I relativi titoli abilitativi comprendono pertanto la dichiarazione di pubblica utilità, indifferibilità ed urgenza dell'opera e l'apposizione del vincolo preordinato all'esproprio dei beni in essa compresi..." .

Il che, unito alla scelta di puntare sugli inceneritori, mette l'Italia in palese contrapposizione con ogni trattato di riduzione degli inquinanti, su tutti, quello di Kyoto.

IL RISCHIO AMBIENTALE

Gli aspetti di natura ambientale sono al centro del dibattito verso il 17 aprile. Le trivelle, infatti, vengono viste come uno spauracchio, non solo dagli ambientalisti, ma anche dal cittadino medio, terrorizzato da eventuali disastri che potrebbero verificarsi a qualche miglio nautico di distanza dalle coste. Sono temi importanti, perché vanno a incidere sulla salute pubblica, ma anche sulla salvaguardia degli ecosistemi presenti nel Mar Mediterraneo.

Già, il Mediterraneo.

A differenza di altri bacini marini dove esistono i giacimenti petroliferi, il Mediterraneo è un mare "chiuso". Oltre che piccolo. Una pozzanghera, se paragonato agli Oceani. Un disastro, causato dagli agenti atmosferici o dalla negligenza umana, potrebbe quindi determinare conseguenze apocalittiche sul territorio, andando a devastare non solo il mare e le specie animali che lo popolano, ma minacciando concretamente anche la popolazione che sul Mediterraneo si affaccia. Il rischio è concreto. Basti citare il disastro ambientale della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, affiliata alla British Petroleum, che causò uno sversamento massiccio di petrolio nelle acque del Golfo del Messico: lo sversamento è iniziato il 20 aprile 2010 ed è terminato 106 giorni più tardi, il 4 agosto 2010, mietendo 11 vittime e causando danni per certi versi incalcolabili. Un'ipotesi da non sottovalutare, quindi, visto l'alto rischio sismico che interessa praticamente tutte le zone della Penisola.

La questione ambientale, quindi, è fondamentale, ma non è l'unica.

L'ASPETTO ECONOMICO

C'è un carattere di antieconomicità dell'operazione. L'Arabia Saudita (uno dei principali produttori di petrolio al mondo) è alle prese con la peggiore crisi a memoria d'uomo. Nell'arco dell'ultimo anno il prezzo del greggio è sceso fino ai 36 dollari e la situazione non sembra destinata a migliorare; anzi, il futuro appare assai incerto. Il mondo è sommerso dal petrolio. L'Arabia Saudita produce a pieno regime, mentre il petrolio iraniano, grazie all'abbattimento delle sanzioni, si prepara a travolgere il mercato come uno tsunami di oro nero a basso costo.

Non tutti sanno che dall'avvento delle nuove tecniche di fracking (tecnica di estrazione sviluppatasi negli Stati Uniti, che, con l'utilizzo di gettiti d'acqua sotto pressione, estrae il petrolio dalle faglie più remote) si è scatenata una guerra al ribasso nel mercato petrolifero che ha visto i prezzi del petrolio scendere sotto i 35 dollari al barile, rendendo non convenienti le estrazioni dalla Norvegia alla Russia, al Venezuela e al Mare del Nord. Studi della Rystad Energy (grossa società di consulenza nel campo oil e gas) evidenziano un prezzo medio di break even per il petrolio estratto offshore (in mare, come nel caso in questione) intorno ai 65 dollari al barile.

Ci sono, infatti, tre numeri da tenere a mente. Il pareggio fiscale: il prezzo del petrolio che permette al paese di non creare deficit pubblico. Il pareggio contabile (o più comunemente "break even"): il prezzo del petrolio necessario perché un nuovo progetto di estrazione di petrolio sia profittevole. Il costo in denaro: il prezzo del petrolio necessario perché le compagnie petrolifere mantengano operativi i progetti già esistenti.

A CHI CONVENGONO LE TRIVELLE?

Con un dato sul break even come quello ipotizzato, quindi, è ragionevole credere che non sarà facile coprire i costi. Ed è ancor più ragionevole, credere che per farlo si possa ricorrere al consolidato metodo all'italiana dell'assistenzialismo statale, facendo un favore, ancora una volta, alle grandi multinazionali. L'Italia, al momento, importa energia per l'80% del suo fabbisogno. Dalle trivelle, allora, arriverebbe solo una minima percentuale di questo fabbisogno.

Quindi, tralasciando dalla semplice analisi costi/benefici le esternalità di natura ambientale e confrontandoci solo sui costi diretti, la realtà attuale vede il costo di produzione a metà del valore di break even. Eppure, dai dibattiti pubblici, questa realtà economica sembra non emergere. Qual è, quindi, il senso delle trivelle sulla base dell'attuale situazione economica e del prezzo futuro del petrolio? Né è ragionevole obiettare che le trivelle creerebbero posti di lavoro, quando, ugualmente, fonti di energia "pulita" ne potrebbero prevedere in pari numero o forse anche superiore. Nell'ottica delle strategie di approvvigionamento qual è la ratio di tutto questo, quando, invece, si potrebbero dirottare gli investimenti in tecnologie alternative di lunga visione e inserite in un'ottica strategica di direzione? Sarebbe compito del Ministero dello Sviluppo Economico consigliare al governo le scelte di natura strategica da adottare per il lungo termine. Lo stesso ministero coinvolto nel recente scandalo che ha visto il ministro Federica Guidi dimissionario, per scelte di opportunità politica, in seguito alle pubblicazioni delle intercettazioni telefoniche tra il ministro e il convivente, che dal petrolio guadagna milioni. Ma sembra che questi siano solo "affari di famiglia", da tenere lontani dai dibattici politici in un ennesimo esempio di "governance" all'italiana.

Insomma, a chi convengono le trivelle?

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