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Reggio-Rende: 1 “sistema”+1 “sistema” non fa 0 “sistemi”

reggiorendedi Claudio Cordova - Accade ogni volta che in manette finisce un politico. Se questi è di centrodestra, si scatenano ire e invettive del Partito Democratico et simili, viceversa, quando capita a qualche "Democratico" o a qualche "compagno", tutti garantisti a sinistra e, d'altra parte, dal centrodestra (sì, proprio quelli delle "toghe rosse") si inneggia quasi alla forca.

Si capisce – qualora ve ne fosse ulteriore bisogno – quanto poco importi a questi "signori" di legalità, onestà e vivere civile. Ogni inchiesta della magistratura, ogni arresto, ogni nefandezza, tutto diventa solo ed esclusivamente una carta da giocare nel basso teatrino che la politica calabrese mette in scena quotidianamente.

L'indagine che ha fatto repulisti su un gruppo di potere politico-mafioso che ha controllato ogni respiro a Rende, da sempre roccaforte della sinistra in Calabria, ha ridato fiato a quel che resta degli scopellitiani, che, tra un dolce di Pasqua e l'altro, hanno nuovamente tirato fuori la solita pagliacciata del complotto ai danni di Reggio Calabria, comune capoluogo di provincia sciolto per 'ndrangheta alla fine del 2012, dopo un decennio di amministrazione di centrodestra. L'indagine sul "Sistema Rende" , infatti, ha riportato alla ribalta – stavolta con rilevanza indiziaria tale da giustificare diversi arresti – vicende che erano già emerse un paio di anni fa e che avevano portato a un accesso antimafia presso il Comune a due passi da Cosenza. Una procedura che si era conclusa con la decisione del Governo di non sciogliere l'Ente, poi strappato all'egemonia di sinistra dall'avvocato Marcello Manna, vincitore delle elezioni e attuale sindaco in carica.

Una decisione politica, probabilmente. Sbagliata, sicuramente, visto quello che era già emerso e che, a distanza di anni, è emerso, anche con l'apporto delle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia.

Mettere in correlazione il mancato scioglimento del Comune di Rende con quello, effettivamente disposto, del Comune di Reggio Calabria è corretto. In entrambi i Comuni – nettamente differenti per storia, dimensioni e importanza strategica – era (e, per molti versi, è) presente e operativo un "sistema" che controlla tutto. Un tavolino – ideale e materiale – a cui siedono pezzi della politica, dell'imprenditoria, delle professioni e delle istituzioni deviate, con il collante composto da 'ndrangheta e massoneria.

Denota, invece, scarsa intelligenza o grande malafede associare i due casi, svilendo quella che a qualsiasi persona di sani principi era sembrata una decisione più che doverosa visto lo scempio fatto di Palazzo San Giorgio per anni: lo scioglimento del Comune di Reggio Calabria per contiguità con la 'ndrangheta. Ed è anche doloroso per chi vorrebbe che i palazzi del potere fossero dei palazzi di vetro ricordare le vicissitudini che hanno interessato le società miste di Palazzo San Giorgio, nonché i tanti esponenti politici pizzicati a banchettare e chiacchierare amabilmente con personaggi della 'ndrangheta. Dalle pagine che porteranno al commissariamento (nefasto per tutti i cittadini) emergerà una parte del "Sistema Reggio", un piccolo spaccato dei grumi di potere che governano la città e che sono capaci di rigenerarsi a ogni arresto oppure ogni inchiesta.

Basti verificare dalla relazione di scioglimento quanti siano i soggetti citati che ci ritroviamo nostro malgrado parte attiva nella politica, talvolta anche con importanti ruoli istituzionali.

Per questo è ignobile sotto il profilo intellettuale dire che, siccome per chissà qualche gioco di partiti e potere, Rende non è stato sciolto allora nemmeno Reggio Calabria andava sciolto. Come giustificare il fatto che, siccome un ladro è rimasto impunito, allora tutti gli altri ladri devono restare tali.

Perché – dovrebbero sapere gli scopellitiani – un "sistema"+un "sistema" fa due "sistemi", non zero...

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