Dossier
 

I "Cumps": così le nuove leve della 'ndrangheta usavano i social network e terrorizzavano il territorio

armi 600di Angela Panzera - Si sentivano i padroni di Brancaleone ma volevano distinguersi dagli altri 'ndranghetisti e per evidenziare il loro particolare legame si erano dati un nome: Cumps. Una sigla che per loro era sinonimo di forza e violenza e di appartenenza al gruppo tanto da essere presente in sms e post su Facebook. Chiamarsi semplicemente "compari" era troppo "antico" e provinciale ed ecco che il gruppo ha plasmato la parola in un inglese maccheronico che non gli è bastato comunque per allontanarsi dalla gretta mentalità mafiosa e dalla pericolosa attività delinquenziale propria delle organizzazioni criminali. È questa la nuova 'ndrangheta di Brancaleone che ha visto finire in manette questa mattina oltre 50 persone nell'ambito dell'inchiesta della Dda reggina denominata appunto "Cumps-Banco nuovo" condotta da Polizia e Carabinieri. Si sentivano talmente forte sul territorio tanto da essere stati "scelti" come interlocutori privilegiati per intervenire in merito ad alcuni episodi delittuosi registrati in paese. "Buona parte dei cittadini di Brancaleone- tuonai l gip Antonino Foti nell'ordinanza di custodia cautelare- ha dimostrato di preferire di rivolgersi ai "Cumps", piuttosto che denunciare i fatti" ed è per questo che per la Dda è stato in alcuni casi difficile far luce su gravi episodi di violenza accaduti negli ultimi anni. L'avversione per le forze di polizia era all'ordine del giorno. Decine infatti sono le intercettazioni in cui i presunti appartenenti al gruppo criminale stigmatizzavano l'operato di Polizia e Carabinieri "rei" di esercitare il controllo sul territorio: quel territorio di cui si erano auto-impossessati e su cui "non si doveva muovere foglia che i Cumps non vogliano".
Il 20 febbraio del 2012 "approfittando delle concomitanti festività di carnevale", i Cumps – è riportato nelle carte dell'inchiesta- pianificavano, per futili motivi e per puro spirito di aggressione allo Stato, un lancio di arance contro le Forze di Polizia. Un gesto a dir poco stupido che alla fine gli è costato un'ulteriore indizio per finire in galera. Ma questo non sarà la prima e ultima cosa poco intelligente, per usare un eufemismo, che farà finire tutti nei guai. Il loro essere "smart", il loro essere "social" gli costerà davvero caro. I "cumps" infatti, amavano scrivere questa sigla sulle loro pagine Facebook, il noto social network, che però erano costantemente monitorate da Polizia e Carabinieri. Ma non solo. La nuova " 'ndrangheta 2.0" ha commesso una serie di errori talmente banali che gli inquirenti hanno raccolto nel tempo e sommato per contestare le accuse. Come quando è stata appurata la disponibilità di armi del gruppo "grazie" ad una foto postata sul profilo di Alessio Falcomatà "che l'aveva occultata dietro parole apparentemente prive di significato". Falcomatà era ritratto in compagnia di Paolo Benavoli e nella foto "campeggia la dicitura I cumps", ed ecco che attraverso una serie di passaggi digitali i poliziotti ne hanno scovato una in cui erano "ordinatamente riposte su un lenzuolo di colore bianco un cospicuo numero di armi costituito da otto pistole, un fucile ad anima liscia, presumibilmente in calibro 12, del tipo a pompa, un cellulare ed altro. In relazione alle predette armi era possibile, scrive il gip, attraverso un'attenta comparazione con i modelli di cui al catalogo nazionale delle armi e le immagini internet ricavate dai vari siti specializzati nel settore, rilevare con un buon margine di certezza che quelle fotografate erano delle armi vere, ben individuabili per: marca, calibro e modello ad altre in commercio sia in Italia che all'estero. Ma queste non erano le uniche armi a disposizione del gruppo. Gli inquirenti parlano di un "cospicuo e variegato arsenale" in possesso dei Cumps. Alcuni di essi infatti, giravano addirittura armati per le vie del paese come se fossero gli attori di fiction sulla mafia. Ma di finto non c'era niente. Quelle armi erano vere. Per paura di essere pizzicati dalle forze dell'ordine il gruppo ne ha nascoste alcune, interrandole in tubi di plastica. In un colloquio in carcere i presunti sodali lamentavano infatti, che Paolo Abenavoli, ritenuto il "gestore" delle armi per conto dei "cumps" in qualche caso avesse dimenticato il luogo dove le aveva interrate.

C'è un episodio poi ritenuto "indicativo della tracotanza dei "CUMPS", che si ritengono dominatori incontrastati del territorio e non esitano ad effettuare azioni eclatanti pur di affermare il loro predominio". È quello avvenuto il 21 settembre del 2001 quando, secondo le carte dell'inchiesta, "Nicola Falcomatà e Fortunato Ferraro, viaggiavano armati a bordo della Fiat 500 ed esplodevano anche alcuni colpi. Al momento dell'esplosione il sistema di rilevamento GPS, installato sull'autovettura rilevava che la vettura si trovava a Brancaleone in via Iofrida, nei pressi della via Ettaro, e, quindi, in pieno centro abitato del comune di Brancaleone". Una sera poi, lo stesso Nicola Falcomatà avrebbe confidato a un amico "di aver sparato di avere sparato agli infissi di un immobile di proprietà di una non meglio precisata persona. Verosimilmente l'episodio non è stato neanche denunciato, in ragione del clima che si era instaurato a Brancaleone". Oltre alle armi poi i Cumps non i facevano mancare neanche i traffici di droga sempre in nome dei soldi facili.

Il leader dei Cumps, secondo la Dda, era Nicola Falcomatà. Il suo gruppo, è stato registrato nell'indagine, in alcuni casi si era interfacciato con soggetti appartenenti alle comunità Rom, affermando il predominio sul territorio di Brancaleone. Addirittura sarebbe arrivato a lanciare pesanti minacce di morte per un furto di quattro uova di Pasqua che i Rom avrebbero osato compiere senza la loro autorizzazione.

"Vi sono più conversazioni- è scritto nell'ordinanza di custodia cautelare- da cui si arguisce che più persone si sono rivolte a Falcomatà Nicola per ottenere protezione e "giustizia" rispetto a reati patiti e asseritamente posti in essere da esponenti della comunità nomade. In detto contesto, Falcomatà Nicola parlando con un nomade di nome Patrizio indirizzava al suo cospetto gravi e pesanti minacce, manifestandogli di essere determinato a compiere anche gesti di estrema violenza nei confronti degli autori del reato, come spararli e gettarli in un pozzo per farne sparire i cadaveri. Il nomade conosceva bene Nicola e lo temeva, dichiarandosi disposto a collaborare, ben sapendo che quest'ultimo era capace di mettere in atto ciò che diceva. Anche in questo caso, l'intervento del Falcomatà non era dettato dall'entità del furto "4 uova di Pasqua", ma dal gesto compiuto dai nomadi che si erano permessi il diritto di compiere un atto delittuoso senza chiedere l'autorizzazione al referente del "locale" . In buona sostanza, il messaggio che Falcomatà ha voluto lanciare anche agli appartenenti alla comunità ROM è quello che a Brancaleone non si deve muovere foglia senza che " i Cumps" lo vogliano" (...) Si tratta di manifestazioni sintomatiche dell'esistenza di un nuovo e giovane gruppo criminoso che intende affermarsi sul territorio di Brancaleone; anzi, deve aggiungersi che per i reati commessi dai nomadi, nessuno risulta essersi rivolto alle Forze di polizia, valutando più efficace ottenere la protezione dei Cumps e ritenendo che questo gruppo criminoso fosse in grado, a dimostrazione della sua forza prevaricatrice e criminale, di mantenere l'ordine sul territorio". In buona sostanza i cittadini piuttosto che denunciare i reati commessi presumibilmente da soggetti della comunità Rom, per lo più furti, andava a chiedere protezione e "giustizia" ai Cumps che erano diventati quindi, il punto di riferimento criminale sul territorio. Lo stesso Filippo Palamara intercettato, parlerà proprio della nascita di un gruppo autonomo di ragazzi che si "contrapponeva" a quella degli Alati che imponeva, anch'essa, il proprio volere criminale a Brancaleone e dintorni.
Vecchia e nuova 'ndrangheta quindi a confronto, in accordo e in disappunto, che traffica in armi e in droga, che pretende la gestione degli appalti che usa la violenza come metodo principale ma, che alla fine fa sempre la stessa fine: in galera.