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Assunzioni ed estorsioni: così gli Zito-Bertuca comandavano alla Perla dello Stretto

villasangiovanniperladellostretto 500di Angela Panzera - Dal controllo della "Perla dello Stretto" all'imposizione di tangenti per vari tipi di lavori, Villa San Giovanni era soffocata dalle 'ndrine. È il collaboratore di giustizia, Vincenzo Cristiano, a raccontarlo al pm antimafia Walter Ignazitto e al Procuratore aggiunto, Giuseppe Lombardo, titolari dell'inchiesta "Sansone" che ha disarticolato le cosche Condello di Archi, gli Imerti-Buda e gli Zito-Bertuca egemoni nel villese. Cristiano era uno degli "uomini di punta" del boss Pasquale Bertuca. Un'amicizia quella intercorsa con il presunto reggente dell'omonima 'ndrina che gli ha permesso di acquisire importanti informazioni ora divenute preziose per la Dda guidata dal procuratore Federico Cafiero De Raho. Le dichiarazioni di Cristiano adesso sono state rese pubbliche e i verbali stesi con l'Antimafia sono tanti. In quello steso all'esito dell'interrogatorio del 20 dicembre dello scorso anno, il collaboratore di giustizia traccia un quadro desolate: la 'ndrangheta, ancora una volta, mette sotto scacco gli imprenditori. Ma andiamo per ordine.

All'inizio dell'interrogatorio Cristiano delinea la genesi del rapporto instaurato proprio con Bertuca. Cristiano: "ho conosciuto Pasquale Bertuca nel 2007. Avevo preso casa a Cannitello, vicino al bar la nuova Filanda di proprietà del Bertuca. All'epoca Bertuca era semilibero. Avevamo cominciato a frequentarci al bar. Lo conoscevo di nome, sapevo che era un pregiudicato e che aveva partecipato alla guerra di mafia. È nato un rapporto di amicizia e di rispetto. Gli facevo delle cortesie, mi mandava a fare delle "imbasciate". Ad esempio ricordo che Bertuca doveva aprire un centro scommesse a Villa San Giovanni e gli servivano 10 mila euro. Io all'epoca lavoravo presso una finanziaria, prosegue il collaboratore di giustizia, Eurofidi Italia e tramite le mie conoscenze con un'altra società finanziaria ottenne un prestito, grazie ad una busta paga fasulla a nome di Alfio Liotta. Il prestito venne dato al Liotta. Nel periodo 2007-2010, fino al momento dell'arresto di Bertuca Pasquale, mi limitavo a fargli piccoli favori".

Una delle grandi realtà imprenditoriali di Villa San Giovanni è il centro commerciale "La Perla dello Stretto", il primo centro commerciale del vicino hinterland reggino già travolto l'anno scorso dall'inchiesta "Fata morgana" che avrebbe dimostrato come fosse in mano alle 'ndrine reggine ed in particolare di Paolo Romeo, l'ex senatore già condannato, negli anni passati, in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa e da oltre un anno in galera in quanto ritenuto al vertice della cupola masso-mafiosa che governa la città. Adesso il centro commerciale torna al centro dell'interesse degli inquirenti che con l'inchiesta "Sansone" avrebbero dimostrato anche l'interesse delle cosche Zito-Bertuca e Imerti-Buda. Ipotesi investigative che adesso però, trovano riscontro nelle dichiarazioni esternate dal collaboratore di giustizia Vincenzo Cristiano.

Cristiano: "Pasquale Bertuca mi raccontò che voleva somme di denaro o altre utilità alla Perla dello Stretto, mi parlò del lavaggio che era in gestione da tale Repaci (che è il genero di Pietro Araniti), Bertuca riuscì ad estromettere Repaci e si sostituì a lui anche grazie alla collaborazione di Pietro Geracitano. Per questo entrò in disaccordo con Mimmo Zito che voleva convincerlo a lasciare l'attività a Repaci. Bertuca chiamo il genero di Romeo e gli disse che qualsiasi cosa fosse accaduta alla Perla dello Stretto dovevano vedersela con lui. Sempre all'interno della Perla, Bertuca aveva una sala giochi, gestita da Rocco e Alberto Scarfone (prevalentemente da Rocco). Non pagava l'affitto, per come lo stesso Bertuca mi rivelò. Pasquale Bertuca finanziò Alberto Scarfone per aprire l'autofficina, ciò per ripagarlo dei favori che Scarfone gli faceva. In quel periodo nacquero delle discussioni fra Pasquale Bertuca e il genero di Rocco Zito, Paolo Pugliesi che lavorava alla Perla. Gli Zito avevano fatto assumere 17 persone alla Perla. Gli imertiani pretendevano invece tangenti in denaro. Paolo Pugliesi non si comportava bene con Scarfone al lavaggio e si atteggiava a boss del centro commerciale, perché genero di Rozzo Zito. Bertuca gli fece bruciare la machina a Campo Calabro. Mimmo Zito- prosegue il collaboratore di giustizia nelle sue dichiarazioni- è venditore ambulante. Nella "Perla dello Stretto" ha avuto un ruolo predominante, imponendo estorsioni e ottenendo favori. Mimmo Zito aveva l'ultima parola anche in ordine alle assegnazioni delle aree all'interno della Perla dello Stretto. Si è assicurato anche varie assunzioni di parenti e persone vicino alla cosca".

Gli interesse del cartello criminale però, non si limitavano al centro commerciale. Ogni lavoro edile, e non, che valeva la pena "accaparrarsi" doveva essere realizzato da imprenditori ritenuti vicino al clan oppure l'appaltatore doveva pagare, senza alcuna possibilità di diniego, la solita tangente. Vincenzo Cristiano è netto: "Pasquale Bertuca ed i suoi sodali sottoponevano ed estorsione e in modo generalizzato i commercianti e gli imprenditori di Villa San Giovanni. A volte le vittime pagavano sotto forma di prestiti mai restituiti. Pasquale Bertuca aveva l'ultima parola su tutti i lavori che dovevano essere fatti a Vila San Giovanni". Ed ecco che il "pentito" inizia a raccontare episodi specifici. Cristiano: "l'imprenditore Falcone voleva essere prescelto per la ristrutturazione della chiesa del Rosario. Non ottenne l'appalto perché fu assegnato a Vincenzo Marciano detto "U magghiu" ( che ha poi effettivamente realizzato i lavori). Falcone per compensazione voleva fare allora i lavori della clinica Nova Salus e anche in questo caso non ottenne l'appalto e si comportò male rispondendo «cu avi a corda attacca i boi». Ricordo che vi fu una disputa fra i due imprenditori interessati alla ristrutturazione della clinica Nuova Salus: Falcone ed Emilio Firriolo. L'appalto fu assegnato a quest'ultimo. Bertuca poteva scegliere chi dovesse farei lavori, perché faceva terra bruciata intorno agli altri imprenditori non consentendo loro di lavorare". Grazie all'indagine "Sansone" la Dda avrebbe fatto luce inoltre, su almeno venti episodi estorsivi. Lavori piccoli, ma anche grandi opere pubbliche e private che in alcuni casi superavano il mezzo milione di euro, le cosche pretendevano che gli imprenditori si piegassero alle loro richieste. Nell'indagine, condotta dai Carabinieri, furono coinvolti con l'accusa di associazione mafiosa, i cugini Domenico e Pasquale Calabrese, per gli inquirenti gravitanti nell'orbita degli Zito-Bertuca. «Nella loro veste, era scritto nel fermo dell'indagine "Sansone", di soggetti imprenditoriali attivi nel settore dell'edilizia residenziale e non, oltre che nel settore delle pulizie, della disinfestazione, derattizzazione e sanificazione, hanno il compito di scrutare il panorama economico e di riferire al sodalizio di ogni nuova iniziativa affinché i vertici facciano pervenire le richieste estorsive; Inoltre, sulla base di precisi accordi con il capo cosca Pasquale Bertuca si impegnavano a conferire - autonomamente ed automaticamente - parte dei guadagni e degli utili di impresa al sodalizio, senza sottostare ad alcuna forma di imposizione, ricevendone in cambio protezione». Per i pm i cugini Calabrese sono due imprenditori che sono vicino agli ambienti malavitosi tanto da poterli definire «pienamente partecipi degli assetti mafiosi ed assolutamente intranei alla cosca Zito-Bertuca». Anche Cristiano ha riferito sul loro conto.
Cristiano: "quanto ai fratelli Calabrese, per quanto ne so era Antonio Calabrese il più vicino a Bertuca; di Pasquale Calabrese so che lui dava soldi, ma solo per stare tranquillo. Anzi i fratelli Calabrese erano sotto protezione, nel senso che ottenevano dai Bertuca protezione nel corso dell'esecuzione dei loro lavori edili. Quindi versano somme di denaro ai Bertuca ed ottenevano anche un tornaconto.
Ricordo che in un'occasione eravamo io, Vincenzo e Pasquale Calabrese. Vincenzo chiese a Pasquale di un'impresa che stava facendo dei lavori sulla Jonica (verso Platì). Gli disse che doveva interpellare quell'imprenditore affinché si mettesse in regola con la cosca del posto (così come detto da Pasquale Bertuca in carcere). Pasquale Calabrese accettò, dicendo: "me la vedo io".
Mimmo Calabrese detto "u raja", per quanto ne so, durante la guerra di mafia, diede un contributo in un progetto di attentato ai danni di Liotta Alfo: Per questo motivo, Liotta (Alfio ndr) ce l'aveva con lui. Poi però tramite Mico Alvaro ci fu una riconciliazione tra Mimmo Calabrese e Pasquale Bertuca.
Da quel momento Mimmo Calabrese è organico alla cosca e si è preso l'impegno di individuare le imprese, soprattutto nella zona di Porticello; si presentava anche nei cantieri per chiedere il pizzo.
Ad esempio- prosegue Cristiano- in un'occasione si incontrò con Andrea Carmelo Vazzana per concordare un'estorsione ad un'impresa di Delianuova (o comunque della zona) impegnata nella collocazione dei massi a Porticello .
Nella circostanza venne raggiunto un accordo per il pagamento di 30.000 euro. In quella occasione, tuttavia, Alfio Liotta gli fece trovare una bottiglia incendiaria facendo saltare l'accordo. Liotta infatti continuava a non vedere di buon occhio Mimmo Calabrese e cercava di boicottarlo. Anche rispetto ad un'altra impresa che collocava massi (sempre in quella zona) Mimmo Calabrese si era attivato per l'estorsione. L'impresa aveva tentato di aggiustare l'estorsione
con Mimmo Zio, ma ancora una volta Liotta aveva tentato di far saltare l" accordo.
Mico Calabrese ha avuto un ruolo anche nella sottoposizione ad estorsione dell'impresa che effettuò lavori nell'alta fiumara. So che recentemente i fratelli Calabrese hanno dato 5.000 euro a Bertuca per dei lavori di sbancamento per conto dell' Agip. l Condello si sono lamentati per non avere avuto anche loro una parte".
Al di là ei fatti narrati in riferimento alla figura degli imprenditori Calabrese, Cristiano racconta di altri episodi in cui i clan di Villa e dintorni avrebbero diramato i loro tentacoli mafiosi. Soprattutto la 'ndrina dei Condello che dal quartiere di Archi, alla periferia nord reggina, subito dopo la guerra di mafia ha esteso la propria egemonia criminale su Villa San Giovanni in piena sinergia con le cosche locali.
Cristiano: "A proposito di imprenditori edili, mi sovviene inoltre che Viglianisi Saverio sta costruendo 24 villette ad Acciarello. Ha concordato di versare 2mila euro in occasione della vendita di ogni villetta. Tale somma doveva essere equamente divisa tra gli Zito, i Bertuca e i Condello. Nel gruppo Condello i personaggi più influenti, che dialogavano con i Bertuca, sono stati: prima Bruno Tegano, poi Andrea Carmelo Vazzana (che successivamente è stato un po' messo da parte, nel senso che pur rimanendo organico all'associazione ha in arte ceduto il passo al Tripodi), quindi Paolo Tripodi e poi da ultimo Omissis. Vazzana che è titolare di una cava, sottoponeva ad estorsione gli imprenditori, imponendo loro l'assegnazione in suo favore di lavori e la vendita di inerti . Ricordo che per conto dei Condello lavorava su Villa S. Giovanni un ragazzo, mi pare di nome Fabio, che faceva il buttafuori nelle discoteche. Lui si presentava nei cantieri e con fare spavaldo chiedeva soldi a nome degli "Arcoti".
Bertuca, specie dopo l'arresto di Pasquale (e visto che Vincenzo Bertuca non ha la stessa caratura di Pasquale), pur essendo il gruppo dominante a Villa, devono dare conto ai Condello. So di un tale Nino Calandruccio, imprenditore edile, che deve costruire un palazzo a Villa San Giovanni, vicino al panificio Santoro. Vincenzo Bertuca in una circostanza mi disse di convocarlo per sottoporlo ad estorsione, ma lui mi disse che già aveva parlato con gli Imerti. Santo Buda, per quanto mi disse Pasquale Bertuca, poteva vendere materiale edile (imponendolo agli imprenditori), ma non poteva fare di sua iniziative altre attività criminali. Comunque Pasquale Bertuca- conclude infine il collaboratore di giustizia Vincenzo Cristiano- aveva stabilito che nessun altro, all'infuori di Buda, doveva vendere materiale edile a Villa San Giovanni".