Dossier
 

“Se ha fatto qualcosa, gli stacco le orecchie quando esco”

iamonte giovannibisdi Claudio Cordova - E', in vari punti, un manifesto della mafiosità. 9 settembre 2016, carcere di Viterbo, colloquio in carcere tra il boss di Melito Porto Salvo, Remingo Iamonte, detenuto in regime di 41bis in quella prigione, la moglie Giovanna Ambrogio e il figlio maggiore, Natale Iamonte. Il rampollo minore del casato di 'ndrangheta melitese, Giovanni, è stato arrestato dai carabinieri appena una settimana prima, con l'infamante accusa di essere il capo del branco che avrebbe stuprato per due anni una 13enne del comune dell'area grecanica.

Quello all'interno del carcere di Viterbo è il primo incontro tra il boss Iamonte e la famiglia, con la grande eco mediatica avuta dopo l'esecuzione dell'operazione "Ricatto". Inevitabile, quindi, che l'argomento centrale della conversazione a tre sia l'arresto del giovane Giovanni. Il boss viene reso edotto dal figlio Natale sulla situazione indiziaria: la famiglia Iamonte prima minimizza, parla di macchinazione, poi è il tempo della rabbia: "Non capisco tutto questo accanimento sopra i miei figli, se vogliono arrivare su qualche punto per me si devono fare un mazzo di ferro" dice il boss guardando le telecamere di videosorveglianza e rivolgendosi, evidentemente, verso gli inquirenti.

Il boss chiede informazioni sulla famiglia della giovane e si passa agli insulti: "E'il buttanismo della mamma di questa ragazza e dei parenti di questa ragazza – dice Remingo Iamonte – questi tutti buttane e cornuti quindi". Esce fuori l'argomento sulla presunta relazione che il giovane Giovanni Iamonte avrebbe intrattenuto con la mamma della giovane di Melito Porto Salvo. Il boss Remingo parla più volte di "buttanismo", ma si guarda bene dal menzionare davanti alla moglie la relazione che egli stesso – stando a quanto emergerebbe da alcuni atti giudiziari – avrebbe intrattenuto con proprio con la mamma della ragazzina.

Dimenticanze...

E', però, quando la mente del boss diventa più lucida, con il racconto (in verità non troppo corrispondente alla realtà) del figlio Natale che vengono fuori le maggiori "perle" di filosofia criminale. Emerge, infatti, come il vero problema con cui deve fare i conti la 'ndrangheta non sia il contrasto che viene operato da magistratura e forze dell'ordine, ritenuto in un certo senso fisiologico. Ma le scelte – fin qui troppo isolate – dei cittadini di spezzare quel muro di omertà che pervade l'intero territorio. Quando, infatti, il sentimento della famiglia è denunciare tutti – giornalisti e carabinieri, autori della macchinazione che, dice il figlio Natale "devono vendere le mutande" – il boss non perde di vista la situazione. Chi va denunciato è solo e soltanto chi ha spezzato il regime di omertà su cui si poggia lo strapotere mafioso: "Denuncia a chi gli ha fatto la denuncia, prima di tutto a suo padre e a sua mamma, gli altri fanno solo il suo lavoro".

Il colloquio è lungo e, pian piano, il boss Remingo matura un'ulteriore posizione sul figlio Giovanni, definito uno "sporcaccione". E, anche in questo, caso, viene fuori la filosofia mafiosa secondo cui, ora che la vergogna è pubblica, il buon nome della famiglia deve essere mantenuto: "Se lui l'ha toccata se c'è nel fatto dice io cerco scusa della leggerezza che ho fatto [...] se c'è il reato o se non c'è il reato lui gli cerca scusa a questa ragazzina" dice il boss in un primo passaggio. Poi, con toni molto meno concilianti, manda a dire al rampollo arrestato, tramite l'altro figlio, Natale, "di stare tranquillo che non si crei nessun problema se non ha fatto niente ancora meglio se ha fatto qualcosa le orecchie glieli stacco quando esco gli devi dire non è che c'è problema. Come altro che non si crei problema di altri discorsi di altre cose di sua mamma di sua zia ... che non si crei problemi, il problema è questo, altri problemi che non se li crei, ha potuto fare tutto quello che vuole l'importante questo perché le donne più grandi problema suo è".