Dossier
 

Il terrore di “faccia da mostro” e del passato con le istituzioni deviate: luce sulla fuga e i falsi memoriali di Nino Lo Giudice

logiudiceninofilmato600di Claudio Cordova - La fuga, la ritrattazione, i video, i memoriali in cui infanga magistrati e forze dell'ordine che hanno segnato una svolta a Reggio Calabria. L'inchiesta "Ndrangheta stragista" si propone di fare luce anche sulla fin qui inspiegabile vicenda di Antonino Lo Giudice, ex boss dell'omonima cosca di 'ndrangheta, poi divenuto pentito e protagonista di un voltafaccia che farà discutere per le gravi accuse (totalmente infondate) nei confronti dell'allora capo della Procura, Giuseppe Pignatone, e di altri magistrati e membri delle forze dell'ordine della sua squadra.

Gli accertamenti fornivano significative spiegazioni in ordine alla genesi dei suoi comportamenti culminati nell'abbandono del domicilio protetto e nell'invio delle farneticanti missive in cui ritrattava tutte le accuse. Rendendo così comprensibili condotte, quali la fuga e la ritrattazione, che, altrimenti, si dovrebbero considerare insensati atti autolesionistici, posto che, per un verso, non provocavano (e non potevano provocare ) alcun vantaggio né al dichiarante stesso né ad altri, e, per altro verso, determinavano la certa conseguenza della revoca del programma di protezione e degli altri benefici connessi alla collaborazione (così come si è puntualmente verificato, essendo ad oggi Lo Giudice privo di programma e mero dichiarante) . E ciò in una situazione nella quale Lo Giudice, aveva ottenuto anche gli arresti domiciliari in località protetta, dove scontava la custodia cautelare (e in prospettiva avrebbe potuto scontare le pene definitive che gli sarebbero state irrogate). In particolare da tali successivi interrogatori venivano in rilievo spiegazioni che - sul solco di quanto già evidenziato nella sentenza che si è appena riportata, che riconduceva, come si è detto, ad una situazione di vero e proprio terrore che aveva determinato le condotte scellerate del Lo Giudice – illuminavano ulteriori ed importanti dettagli della vicenda.

Segnatamente il Lo Giudice, nel corso dell'interrogatorio del 29.9.2014 reso alla Dda di Reggio Calabria e alla Procura di Catanzaro, riferiva :

".....ADR : In data 14.12.2012 ero con appartenenti alla Sezione Anticrimine (tale Stefano Meo e tale Gabriele) in quanto ero collaboratore di giustizia e mi stavo recando a Reggio Calabria per partecipare ad una udienza di persona. Arrivati nei pressi di Termoli, Stefano ricevette una telefonata che preannunciava "dei problemi" a Reggio. Ci siamo fermati presso un distributore di benzina e Stefano ricevette un'altra telefonata ma mi disse di stare tranquillo. Siamo poi andati in albergo a Roma e venne tenuta una video conferenza al posto dell'udienza tradizionale di cui vi ho detto; dopo tutto ciò mi dissero che dovevo andare alla D.N.A.. Abbiamo atteso sino alle 17.00 in quanto ero atteso dal Dott. Donadio; il dott. Donadio mi formulò delle domande; non comprendevo cosa volesse apprendere. Mi fece delle domande su tale Giovanni AIELLO; io confermai di conoscerlo ma venni "tirato" nel discorso senza conoscerne il motivo. Preciso che il Dott. Donadio non mi ha costretto a dire nulla; mi ha solo "accompagnato" nel discorso suggestionandomi..

ADR.: Io mi sono spaventato di quanto riferito da Donadio su Aiello, non mi sono fidato, seppi da Donadio che Aiello era uno dei Servizi Segreti, era presente in via D'Amelio e mi sono spaventato.

Il verbale viene sospeso alle ore 15.40

L'interrogatori viene ripreso alle ore 15.42.

ADR.: quando parlava il Donando, io anticipavo le risposte essendo intuitivo e pur non conoscendo l'Aiello ci azzeccavo, come voi mi fate rilevare sulla vicenda del suo addestramento e del fatto che abitasse sulla Ionica calabrese. Io mi sono anche preoccupato dopo l'accadere di diverse situazioni strane che si verificarono dopo il predetto colloquio investigativo; ricordo che una mattina, nel mese di febbraio 2013 e nel luogo di protezione, si fermò una Fiat Punto. Un uomo in borghese che si qualificò come Carabiniere, chiamandomi per nome, mi disse di salire a bordo. Con lui c'era un'altra persona. Mi portarono fuori Macerata presso una Bravo marrone dove c'erano altri due carabinieri, verosimilmente dei servizi, per come io ho capito. In macchina vi erano due persone; quello lato passeggero mi disse di "stare attento" dato che avevo parlato di Aiello di cui non avrei, invece, dovuto parlare. Nel discorso io riferii di avere delle registrazioni che avevo fatto dopo il colloquio con Donadio che dimostravano che io non avevo detto nulla su Aiello; queste persone vennero a casa e presero queste registrazioni che io gli consegnai. Ripeto: in quel giorno, io ero per strada, si avvicinò una Fiat Punto di colore grigio e mi portarono fuori città dove vi era anche una Fiat Bravo di colore marrone. La persona che mi agganciò, si qualificò come Carabiniere; era alto, dall'età apparente di 35 anni. Sul sedile posteriore, ricordo, vi era il lampeggiante. Ho notato, una volta salito in macchina, le due persone che erano armate con pistole Beretta. Voglio rappresentare che 4 mesi fa, a giugno circa, nel luogo di protezione, si sono presentate delle persone dove lavora la mia compagna ed hanno chiesto informazioni sulla mia persona al datore di lavoro di Laila come ho appreso nel corso di un colloquio anche telefonico.....omissis...

Per tornare all'incontro preciso che i due sulla Fiat Punto mi accompagnarono dove vi era una Bravo. Su detta macchina vi era una persona pelata, con accento laziale, che formulava le domande di circa 40 anni . Questi mi disse prima di stare tranquillo. Mi disse che sapeva che io aveva parlato di Aiello e mi disse che dovevo stare attento specie nel futuro a parlare di certi argomenti. Io dissi che a Donadio non avevo raccontato nulla di Aiello; a questa persona io consegnai le registrazioni.

ADR: in quel giorno non avevo registratore e telefonino al seguito. Dopo il colloquio investigativo ho iniziato a registrare perché ero spaventato. Le udienze le registravo per comprendere, nell'immediatezza, quello che avevo raccontato. Mi pare che l'incontro di cui vi ho detto è occorso nel mese di febbraio.

Preciso che in seguito successero altri fatti strani. Vennero delle persone che volevano entrare nella mia casa nella località protetta. Io non li conoscevo e disse che prima avrei chiamato ai miei referenti di zona e loro preoccupati se ne andarono.

ADR: Ho diffidato di Donadio perché ho pensato che il tutto, tutte le sue domande su Aiello, fossero correlate, una specie di ritorsione, alle mie dichiarazioni rese sul conto del Dott.Cisterna pure lui della Dna. Mi voleva mettere in difficoltà.

ADR : Mi chiedete se comunque io avevo mai sentito parlare prima di allora, prima che Donadio mi facesse simili domande di Aiello. Vi dico la verità : Aiello lo sentii nominare all'Asinara; ero stato lì detenuto nel periodo 1992/1995.....omissis....

ADR: Nessuno mi ha detto di scrivere quanto ho scritto nei memoriali contro il Dott. PIGNATONE, PRESTIPINO e CORTESE. Mi sono spaventato dato che, dal mese di giugno 2011 in poi, ai miei figli hanno bruciato la macchina ed a mio fratello il furgone. Volevo ritrattare quanto già raccontato ma volevo, nel contempo, aiutarvi. Nei due memoriali che ho scritto ho cercato di fornirvi degli elementi che possano aiutarvi. Comunque le mie accuse ai predetti inquirenti erano del tutto capziose e dettate dal momento di sconforto.

ADR: I memoriali li ho scritti io. A conferma della falsità di quelle accuse non ho mai confermato a verbale quanto ho scritto su Pignatore e gli altri; ripeto li ho scritti perché avevo perso la fiducia....omissis...

ADR: La mia compagna Laila vive in località protetta; ho appreso da lei, al telefono, che pochi mesi fa a Giugno, si erano presentati dal datore di lavoro della stessa, due persone qualificatesi come Carabinieri. Questi hanno mostrato al datore di lavoro della mia compagna, delle foto che la ritraevano ed hanno chiesto il motivo per il quale lavorava in quel luogo. Per quanto mi è stato riferito, al datore di lavoro, che si intimorì, venne indicato che era la mia compagna e che io ero un appartenente alla 'ndrangheta....omissis....

ADR: non ho raccontato di Aiello, nella prima fase della mia collaborazione, perché avevo paura....... mi è rimasta impressa la sua freddezza. Sembrava non avesse mai emozioni. Spontaneamente : io temevo Aiello ed ho paura anche ora, potrei morire anche in carcere, che ne so.

ADR: io chiesi ad Aiello della bruciatura che aveva in volto e lui mi disse che era stata provocata durante una operazione, dallo scoppio di un'arma, fucile o di una pistola, non ricordo......

ADR: nel terzo memoriale che io stavo scrivendo prima del mio arresto, parlavo di Rocco FILIPPONE; questi è il responsabile, il mandante, dell'omicidio dei Carabinieri eseguito da Villani e Calabrò. Ciò mi venne detto da Villani. Ad Oppido Mamertina, intorno al 1991, così come Villani mi raccontò nell'anno 2000 o 2001, si incontrarono Filippone, Giuseppe de Stefano, Giuseppe GRAVIANO ed altri, per definire che si dovevano uccidere nell'ambito di una strategia stragista, fra gli appartenenti alle FFOO, solo appartenenti all'Arma dei Carabinieri.

ADR: sapevo che Filippone, di Melicucco, era uno dei capi della Tirrenica.

ADR: preciso, a richiesta, che ho timore sia di Aiello che della famiglia dei Condello. Ho più paura di Aiello perché è esponente di un mondo che non conosco. Non so chi ci sia dietro.....omissis..."

Nino Lo Giudice, il "Nano", è un boss della 'ndrangheta pentito. Che, però, scappa. E non lo fa nell'ambito della sua carriera criminale e nemmeno quando, da collaboratore, accusa parenti stretti, ma anche pezzi delle Istituzioni. Scappa quando la Direzione Nazionale Antimafia gli chiede di Giovanni Aiello, il poliziotto dei servizi segreti noto come "faccia da mostro". A quel punto, il "Nano" si terrorizza. Lo Giudice si terrorizza e inizia a svalvolare, quando si parla di Aiello e quando inizia a ricevere una serie di incursioni da soggetti ritenuti nell'orbita dei servizi segreti.

Ora, però, è possibile fare degli ulteriori passi in avanti verso una più completa (anche se non ancora esaustiva) ricostruzione dei fatti che indussero il Lo Giudice a fuggire. Quelle accuse alla squadra di Pignatone erano false e attraverso le indagini sarà possibile comprendere quali ragioni, quali forze, quali intimidazioni condizionarono il Lo Giudice, ma non sarà, invece, possibile individuare e dare un nome ed un cognome a chi materialmente fece sentire il Lo Giudice in una condizione di pericolo imminente.

Il colloquio investigativo svolto nel Dicembre del 2012 alla Dna, fu l'elemento, il fattore, che innescò la spirale che condusse Lo Giudice alla fuga, ma non fu il colloquio investigativo in sé, o meglio, le modalità di conduzione dello stesso da parte della Dna, a spaventare il Lo Giudice - uomo che, deve ragionevolmente ritenersi, per il suo passato e per la sua personalità, per terrorizzarsi, deve essere sottoposto a ben altro che ad un, sia pure serrato, colloquio investigativo.

E invece si terrorizza.

Come si evince dallo stesso tenore delle dichiarazioni di Lo Giudice, lo stesso ruotava intorno a due questioni: la figura di Giovanni Pantaleone Aiello - ex poliziotto in servizio alla Squadra Mobile di Palermo legato al noto Bruno Contrada - sospettato di avere avuto un ruolo in diverse eclatanti vicende stragiste nel contesto di oscuri inquietanti rapporti fra criminalità organizzata (siciliana e calabrese) e apparati statali deviati; le vicende degli assalti ai Carabinieri oggetto dell'inchiesta. Evidente che fossero questi i nervi scoperti di quella che, fino ad allora, era stata, invece, la regolare e apparentemente completa collaborazione di Nino Lo Giudice. Nervi scoperti che venivano colpiti non certo dalle modalità del colloquio investigativo in Dna, visto che Lo Giudice, come si è detto, non solo è stato un incallito criminale, ma aveva vasta esperienza di contro-esami particolarmente incalzanti nel corso della sua non breve carriera di collaboratore, ma, evidentemente, dagli argomenti, del tutto nuovi, che in quella sede venivano affrontati. Invero, il "Nano", fino a quel momento, aveva affrontato interrogatori e contro-esami assai spinosi, non solo su questioni e delitti legati alla sua appartenenza alla 'ndrangheta, ma anche sulla responsabilità ed il coinvolgimento di suoi congiunti in tali fatti, primo fra tutti quello di suo fratello Luciano . Ma non solo. In tale contesto aveva anche riferito dei contatti che lui e suo fratello Luciano avevano con appartenenti alla magistratura ed alle Forze dell'Ordine. Eppure mai aveva ritrattato. Mai aveva smesso di collaborare. E men che meno si era terrorizzato, aveva messo in guardia i congiunti ed aveva tentato di fuggire. Né, mai, aveva manifestato agli inquirenti, non solo espressamente, ma neppure per fatti concludenti, preoccupazione per la sua incolumità e per quella dei suoi cari . Tanto meno, lo aveva fatto in termini così drammatici. Evidente, allora, che Lo Giudice, fra i diversi argomenti "scottanti" da lui affrontati, riteneva davvero pericolosi ( sia per lui che per i suoi cari) proprio quelli affrontati nel colloquio investigativo del Dicembre 2012 alla Dna . E cioè quelli che lo portavano sul terreno delle stragi e dei suoi possibili ulteriori protagonisti e quello dei suoi rapporti (confermati peraltro, non solo dal Villani, ma, anche, da altri elementi indiziari) con un soggetto quale Aiello, che sulla stessa base delle dichiarazioni del Lo Giudice, risultava essere un uomo che agiva nell'ombra, fra un lontano passato nello Stato ed in campi d'addestramento militari, ed un passato più recente ed il presente, al fianco del crimine organizzato e di pericolose entità deviate, non individuate.

E ciò, tuttavia, seppure poteva preoccupare il Lo Giudice in misura fuori dall'ordinario ( per usare un eufemismo) di fatto, non era, ancora, sufficiente a terrorizzarlo e a fargli prendere le decisioni più drammatiche e definitive, cioè la fuga dal luogo di protezioni e l'invio delle missive di ritrattazione. Il turbamento del Lo Giudice, a seguito dello svolgimento del colloquio investigativo, peraltro, lo si comprende appieno, anche alla luce di un ulteriore fattore: la miscela fra gli argomenti trattati nel corso del colloquio investigativo e l'appartenenza del Magistrato che conduceva il colloquio – il dott. Gianfranco Donadio - alla Direzione Nazionale Antimafia . Invero si trattava dello stesso Ufficio del quale, fino a pochi mesi prima, aveva fatto parte il dott. Alberto Cisterna ( che, come il dott. Donadio, era Procuratore Aggiunto della Dna ). Ed il dott. Cisterna, proprio a seguito delle indagini seguite alle reiterate accuse dello stesso Lo Giudice - che attribuiva al Cisterna comportamenti ambigui e collusivi con suo fratello Luciano, indagato per gravissimi reati di criminalità organizzata – era stato trasferito dal CSM, dalla Dna ad altra sede. A ciò si aggiunga che dalle narrazioni di Lo Giudice, Cisterna e Aiello erano, sia pure indirettamente, legati fra loro dal fatto che entrambi erano in rapporti con il Capitano Spadaro Tracuzzi, Ufficiale di pg, condannato per avere concorso, da esterno, nell'associazione mafiosa denominata cosca Lo Giudice. Si comprende, allora la ragione per la quale Lo potesse essere impressionato e suggestionato dal colloquio in questione anche in ragione del timore che Donadio, per motivi di colleganza con il Cisterna e per una sorta di ritorsione contro lo stesso collaboratore, volesse, attraverso il colloquio, esporlo a due pericoli particolarmente gravi: quello derivante dall'evidenziare, dal rendere notori, per la prima volta, in un atto d'indagine, le connessioni del Lo Giudice con entità deviate dello Stato di eccezionale pericolosità, connessioni di cui, però, fino a quel momento, Lo Giudice stesso (pur dovendolo fare) non aveva mai riferito; metterlo nel mirino delle ritorsioni di Aiello e delle entità deviate cui lo stessoAiello era collegato, avendo disvelato, Lo Giudice, circostanze di fatto pericolose proprio per i circuiti deviati in cui, l'Aiello, sarebbe inserito. Lo Giudice spiegava che, non solo, aveva notato presenze inquietanti nelle adiacenze della sua abitazione in località protetta e che vi erano stati dei tentativi di contattarlo da parte di soggetti non meglio identificati, ma che il contatto, infine, vi era stato e che, avvicinato e portato, manu militari, in una macchina da sedicenti carabinieri, verosimilmente in servizio presso qualche apparato di sicurezza, era stato ammonito a non parlare più di Aiello. Lo Giudice, all'esito del colloquio investigativo con il dott. Donadio, si era impegnato a fornire, non appena rientrato in località protetta, per il tramite di Ufficiali di pg delegati, al Procuratore Nazionale Antimafia, una copia cartacea di alcune foto di Aiello "faccia da mostro". Foto che aveva custodito nel suo pc, di cui, a suo dire, disponeva, in quanto consegnategli dal suo affiliato Antonio Cortese sottoposto a colloquio investigativo dal Pna) . Cortese, sempre secondo il racconto di Lo Giudice, aveva avuto, a sua volta, la disponibilità di queste foto, in quanto, lo stesso Lo Giudice gli aveva ordinato di scattarle (all'insaputa di Aiello) durante un pedinamento dello stesso Aiello ordinato, sempre, dal Lo Giudice (che evidentemente non si fidava diAiello, di cui aveva, già allora, un chiaro timore) per avere una traccia dei luoghi e delle persone frequentate da Aiello.

Così, dunque, nascono memoriali e video per screditare il corso palermitano a Reggio Calabria. E tale filmato, girato la sera del colloquio investigativo e cioè la notte fra il 14 ed 15 Dicembre 2012, veniva, poi, inviato, su opportuno supporto informatico, a chi di dovere, alcuni mesi dopo, in uno con i memoriali di ritrattazione. Che, peraltro, se, davvero, nulla avesse avuto a che fare con Aiello, non si capisce perché si sarebbe dovuto preoccupare tanto. Mentre, quella paura, quel terrore, quella concitazione, potevano spiegarsi ed avere una loro logica solo se fossero ricorse due condizioni: l'effettiva esistenza di tali rapporti e, al contempo, la loro straordinaria pericolosità che consigliava di occultarli per quanto possibile.