Dossier
 

La Falange Armata: quell'abbraccio tra mafie e servizi segreti

gelliliciodi Claudio Cordova - La vicenda della Falange Armata, collegata a centinaia di minacce, rivendicazioni, illecite inframmettenze nello svolgimento di funzioni pubbliche di governo, ha generato lo svolgimento di approfondite e complesse investigazioni in diversi Uffici Giudiziari.

Va detto, è questo è un dato giudiziariamente accertato, che, mai, seppure ipotizzata, è stata trovata prova dell'esistenza di una vera e propria cellula terroristica-eversiva, inquadrabile in una fattispecie associativa – con una sua gerarchia interna, con una sua struttura, con un sua logistica, con armi, con dei suoi mezzi economici, delle sue basi - che rispondesse al nome Falange Armata. Essa è stata una sigla con la quale si sono, per un verso, rivendicati stragi, delitti ed attentati fra il 1990 ed il 1994 organizzati e materialmente eseguiti da soggetti non inquadrabili nella sedicente struttura in questione (mafie, delinquenti comuni, ecc) e, per altro verso, anche, minacce, pressioni, intimidazioni, calunnie, commesse in danno di esponenti istituzionali con telefonate, missive, queste si confezionate da chi era intraneo alla sedicente Falange.

Dietro questa sigla, ovviamente vi erano persone. Più esattamente, un gruppo - o forse, più di un gruppo - di soggetti che la utilizzavano per raggiungere proprie finalità di natura politica e di destabilizzazione. Le rivendicazioni avevano oggettivamente un fine chiaro ed evidente: colorando della natura politico/terroristica fatti che non erano tali e la cui vera finalità non poteva essere apertamente dichiarata (quella di ricattare le istituzioni) servivano a creare un certo clima nel paese, evidentemente favorevole alle finalità di chi poneva in essere le azioni criminali e dello stesso gruppo che si nascondeva ed aveva intentato la sigla stessa. E il clima che voleva crearsi era un clima di terrore.

Dunque, più nel dettaglio, l'intenzione di attribuire ad una organizzazione terroristica la responsabilità di una serie di fatti anche gravissimi di sangue, aveva un duplice ordine di ragioni: la prima, scontata, ragione (strumentale alla seconda) – che è inevitabile conseguenza degli atti terroristici - era quella, come si è detto, di creare paura nel paese. Che già conosceva il terrorismo e ne temeva la ferocia.

Tutto ciò per ottenere qualcosa.

Falange Armata – o almeno quel gruppo che aveva inventato la sigla e la utilizzava secondo un preciso disegno – da un punto di vista materiale, si limitava a rivendicare, minacciare, calunniare. La falange armata, insomma, utilizzava le stragi e i gravissimi delitti commessi da altri per rivendicarli (o farli rivendicare con tale sigla), per circonfondersi di un alone di misterioso terrorismo, in grado di atterrire, intimidire, condizionare e perseguire, per questa via, proprie finalità. Finalità che, stando alle risultanze investigative, sarebbero esclusivamente di natura politica, quale espressione di una (sordida) lotta per il potere.

C'è un inquietante filo rosso che lega le vicende stragiste. Alla fine del 2013, Tullio Cannella, le cui dichiarazioni sono importanti con riferimento alla ricostruzione dei rapporti anche di rilievo politico intercorrenti fra Cosa Nostra siciliana e 'Ndrangheta, dichiarava :

"...A questo punto della lettura del verbale si richiede al Cannella se è in grado di meglio precisare cosa ebbe a sapere, nel contesto mafioso, degli attentati del 92/93 . Il Cannella dichiara : era il Luglio del 93, Leoluca Bagarella era con me al villaggio Euromare di Buofornello. Era ora di pranzo ed era accesa la televisione. Andò in onda il tg e diedero la notizia degli attentati di Roma e Milano. A questo punto Bagarella che era proprio vicino a me ad ascoltare il tg, disse con soddisfazione e con ironia:"vedi che ora queste cose le "appioppano" alla falange armata" poi disse ancora con tono compiaciuto : "..vedi ora come gli brucia il culo a questi politici !". Io gli dissi " ma perché tu hai a che fare con i terroristi?". Bagarella rispose : "...Diciamo che abbiamo avuto qualche contatto". La sera ricordo che Bagarella era di ottimo umore. Gli avevo offerto i suoi sigari preferiti, i Barmorall. Se ne stava compiaciuto a fumare. Ad un certo punto ritornò il discorso sugli attentati e disse con tono serio "il "mio amico" ci ha a che fare con questi terroristi. Ma devono fare quello che diciamo noi. Se sgarrano gli tagliamo la testa". Quando Bagarella parlava con me del "suo amico" si riferiva univocamente a Provenzano Bernardo. Di ciò sono certo. In particolare lui, come ho già detto, quando doveva prendere una decisione importante mi diceva anche che ne doveva parlare con il "suo amico". Capivo, intuitivamente, che l'unico amico che era al di sopra di Bagarella, all'epoca ( siamo dopo la cattura di Riima) era Provenzano. Poi ne ebbi la certezza. Una volta, in quel periodo, mi disse che dovevo risolvergli un problema del "suo amico" o meglio della moglie del suo amico e mi diede dei documenti, non ricordo ora di che genere, che riguardavano Saveria Palazzolo, moglie di Provenzano Bernardo. Insomma quando parlava del suo amico era chiaro fra noi che si riferiva a Bernardo provenzano. Quando con me parlava dei Graviano, diceva : " quei cornuti dei Graviano". Diceva ciò in quanto sapeva del mio rapporto conflittuale con i Graviano stessi.

ADR : dalle notizie che in quel momento passava il tg, mi riferisco a quello di ora di pranzo che sentii con Bagarella, non si faceva alcun riferimento alla Falange Armata. Dunque fu sicuramente Bagarella ad introdurre il discorso sulla Falange Armata....omissis"

Cannella è stato il soggetto più vicino al boss di Cosa Nostra Leoluca Bagarella nel periodo delle stragi. E' colui che, in quell'epoca agevolava la latitanza del Bagarella, e, dunque, è colui che meglio e più di qualsiasi altro collaboratore di giustizia è in grado di riferire le reazioni, le frasi, i contatti, avuti dal Bagarella nel periodo della stragi continentali.

In primo luogo, dalle dichiarazioni di Cannella emergeva che lo stesso Bagarella aveva affermato di avere rapporti con gli estremisti di destra. E che tali rapporti, in particolare, erano riferibili (oltre che a lui stesso) a Provenzano ( il suo "amico" ). In ogni caso gli estremisti dovevano fare quello che dicevano "loro". Le carte dell'inchiesta "Ndrangheta stragista" si soffermano sul fatto se i legami fra Cosa Nostra e la destra estrema - davvero esistessero, in quanto gli ambienti deviati da cui derivava la sigla Falange Armata, erano collegati e connessi alla destra eversiva. Nota la convergenza fra Cosa Nostra, la destra eversiva di Stefano Delle Chiaie, la massoneria controllata da Licio Gelli ( i cui rapporti con la destra eversiva sono pure stati ampiamente dimostrati) che si realizzò nei movimenti autonomisti-separatisti, nei quali non a caso, proprio Bagarella e il suo uomo, Tullio Cannella, ebbero ruolo significativo.

E in effetti la sera del 14 Maggio 1993 e nella notte/mattina del 15 Maggio 1993, alcune ore dopo l'attentato di via Fauro (che aveva come obbiettivo il giornalista Maurizio Costanzo) vennero effettuate telefonate di rivendicazione "Falange Armata"; la mattina del 27.5.1993, dopo la strage di via dei Georgofili a Firenze, più telefonate all'Ansa rivendicarono l'attentato a nome Falange Armata; dopo gli attentati di Roma e Milano del Luglio 1993, furono effettuate rivendicazioni a nome Falange Armata. E, tuttavia, il fatto che le gravissime attività stragiste in esame, poste materialmente in essere da Cosa Nostra nel continente, fossero poi rivendicate "Falange Armata", non sembra sia stato il frutto di un caso, di una serie d' iniziative eterogenee e scoordinate fra loro che, però, hanno portato ad un risultato omogeneo.

Appare dimostrato, sulla base di convergenti (e perfettamente sovrapponibili) dichiarazioni dei collaboratori di Giustizia, Salvatore Grigoli e Pietro Romeo, che Cosa Nostra, in persona di un uomo dei Graviano, Giuliano Francesco detto "Olivetti", ebbe a rivendicare (anche se non in tutti casi) con la sigla Falange Armata, gli attentati continentali. Questo spiega agevolmente la ragione per la quale Bagarella sapesse di tale imminente rivendicazione. E, come vedremo, si pone in perfetta coerenza e continuità con quanto, già anni prima, Cosa Nostra, e prima ancora la 'Ndrangheta, avevano concepito, programmato ed attuato.

In particolare, Grigoli, il 26.3.2015, nel riferire degli intensi rapporti fra la famiglia di Brancaccio ed i calabresi, dichiarava:

"...A.D.R : Giuliano Francesco detto Olivetti - durante un incontro a cui eravamo presenti io, il predetto, Spatuzza, Cosimo Lo Nigro e forse altri, incontro durante il quale stavamo preparando, in un sito di Palermo dalle parti di Corso dei Mille, l'esplosivo per lo Stadio Olimpico - ad un certo punto, ci disse che era stato proprio lui a fare le rivendicazioni "Falange Armata" relative ai precedenti attentati sul continente. Se non erro disse che queste rivendicazioni le faceva da Roma. Ma non sono sicuro.

A.D.R : il Giuliano Francesco, di carattere è un po' chiacchierone e a volte dice cose che non dovrebbero dirsi secondo le regole di Cosa Nostra. Io ad esempio delle rivendicazioni al suo posto non ne avrei parlato.

A.D.R Ovvio che tale iniziativa, quella della rivendicazione, era così delicata che il Giuliano (che seppure era chiacchierone non era bugiardo) non poteva che averla presa se non a seguito di un ordine superiore che non poteva che venire da Giuseppe Graviano (più che da Filippo). Questo il Giuliano non lo disse espressamente o meglio non ricordo se lo disse o no, ma è certo, in base alle nostre regole interne, che dovesse essere stato Graviano Giuseppe che coordinava in modo puntuale tutta l'attività stragista a dare questo ordine.

A.D.R Effettivamente non so neanche io - e certamente neppure lo sapeva il Giuliano - cosa fosse esattamente la "Falange Armata". Io ritenevo fosse una sigla terroristica tipo Brigate Rosse ovvero altra sigla anche di estrema destra, per me era lo stesso. Prendo atto ed informazione dalla SV , che si tratta di una sigla che venne usata per la prima volta in Spagna in epoca franchista. Se è così, e non ne dubito, si tratta di una cosa molto raffinata e neppure Graviano Giuseppe, aveva una simile cultura. Direi che in Cosa Nostra quello che aveva più cultura era Matteo Messina Denaro che io ho personalmente conosciuto .

A.D. R : Io ho sempre pensato che fosse scontato che la rivendicazione Falange Armata servisse a depistare le indagini e sono convinto sia così anche in considerazione della vicenda Contorno. Non bisognava capire, o almeno non doveva apparire una immediata riconducibilità degli attentati di Roma, Firenze, Milano e dell'Olimpico a Cosa Nostra, mentre era inevitabile pensare che l'attentato a Contorno era riconducibile a noi. Per tale ragione, mentre facevamo uso di tritolo per gli attentati precedenti e fra questi l'Olimpico, per l'attentato a Contorno usammo della gelatina ed un esplosivo bianco, granuloso che noi chiamavamo dash, assai diverso dal tritolo. Preciso a sua richiesta che, ovviamente, qualcuno doveva capire che c'entravamo noi con questi attentati continentali , altrimenti che li facevamo a fare, ma non doveva essere immediatamente visibile la nostra presenza, la nostra mano. Chi di dovere doveva capire e venirci incontro riducendo il carcere duro e le altre misure contro il crimine organizzato. Erano discorsi che facevamo sempre all'interno del gruppo di Brancaccio che si occupava di queste vicende. Dovrei avere parlato di questi fatti anche con Nino Mangano.

A.D.R :Vidi di persona, per una delle ultime volte ( o forse era anche l'ultima volta, ma a distanza di anni non posso essere sicuro) Giuseppe Graviano a Roma più esattamente lo vidi in una villetta vicino al mare in una località nei pressi di Roma che si chiama Torvajanica. Era un giorno o forse due giorni (propendo più per due giorni) prima dell'attentato fallito dell'Olimpico. Non ricordo esattamente l'ora in cui arrivò il Graviano ma era buio, forse era sera o pomeriggio inoltrato. A vostra domanda escludo di essere stato presente, sempre in quel giorno o anche il giorno prima o il giorno dopo, in un locale di via Veneto a Roma di nome Donnay unitamente al Graviano Giuseppe e allo Spatuzza. Escludo di essere mai stato con Graviano in locali di Via Veneto. A sua domanda non posso escludere che prima o dopo il suo arrivo a Torvajanica il Graviano si sia visto con lo Spatuzza nel predetto locale. Non conosco la circostanza. Nel villino di Torvajanica quella sera iniseme a me e Giuseppe Graviano c'erano Spatuzza, Giuliano, Lo Nigro, Benigno Salvatore, Giacalone e forse altri. Forse, ma non sono sicuro, vi era anche Vittorio Tutino ovvero Cristoforo, detto Fifetto, Cannella, unitamente al Graviano quali suoi accompagnatori. A sua domanda preciso che non posso assolutamente escludere che il Graviano giunse a Torvajanica anche insieme allo Spatuzza o con lo stesso. Dato il tempo trascorso, di questi dettagli non ho ricordo preciso. A vostra ulteriore domanda rispondo che non ricordo che nel villino, ovvero in altre circostanze legate all'attentato alla FFOO dello Stadio Olimpico, si sia fatto riferimento a vicende calabresi più o meno simili.

ADR : Ricordo che nel corso dell'incontro nel villino in questione Giuseppe Graviano nel dire che bisognava concludere e portare a conclusione, immediatamente, l'attentato all'olimpico da subito (già il giorno dopo o forse quello ancora successivo) disse che bastavano quattro persone per fare l'attentato, per cui invitò me e se non sbaglio il Giuliano a ritornarcene in Sicilia. In effetti la mattina successiva partimmo per la Sicilia io e probabilmente come ho detto il Giuliano..

ADR : Era il Lo Nigro che aveva stretti rapporti con la 'ndrangheta come la vicenda del traffico di "erba" con la 'ndrangheta e la sua partecipazione a cerimonie che si svolsero in Calabria, tipo matrimoni, dimostrano (sono fatti di cui ho ampiamente già parlato). Ricordo che in questa occasione di viaggio in Calabria il Lo Nigro venne anche fermato dalla polizia. Può darsi, non posso escludere, che pure i Graviano avessero questi rapport in Calabria, ma non sono in grado di dire fatti specifici.

ADR : Non sono in grado di riferire di viaggi dei Graviano in Calabria. Ricordo, invece, che Giacalone nel corso del 93/94, talora andava a Milano, presso un Ristorante di cui non ricordo il nome su diretta richiesta di Giuseppe Graviano e/o di Mangano per consegnare delle lettere al proprietario di questo ristorante che non so dire chi sia. Forse potrebbe essere anche un calabrese come la SV mi chiede. Giacalone che era mio socio in una rivendita di auto e che era con me in grande confidenza, mi raccontava di questi viaggi milanesi o spesso partiva organizzando proprio davanti a me il viaggio . Mi disse che una volta si era trovato in mezzo ad una sparatoria in un bar o comunque in un locale milanese in cui casualmente si trovava nel corso del viaggio che aveva fatto per recapitare queste lettere. Non conosco il contenuto di queste lettere .

ADR : La mia conoscenza dei fatti stragisti si limita a ciò che avvenne in Cosa Nostra nel gruppo in cui operavo quello del mandamento di Brancaccio in cui era inclusa la famiglia di Corso dei Mille cui io appartenevo. Non so dire se vi furono condivisioni della strategia stragista con entità criminali diverse da Cosa Nostra...."

A sua volta, il collaboratore di giustizia, Pietro Romeo, il 26.3.2015, anche lui rimarcando i rapporti fra la famiglia di brancaccio ed i calabresi, riferiva :

"....A.D.R. Mi chiedete se nel contesto della mia partecipazione ai fatti stragisti continentali ho avuto informazioni sulle rivendicazioni "Falange Armata" . Vi rispondo di si. Premetto che io sono uscito dal carcere tra la fine del 1993 e gli inizi del 1994. Quando uscii dal carcere – ero detenuto per delle rapine che avevo fatto - non ero uomo d'onore e, per la verità, non lo sono mai diventato. Tuttavia partecipai alle attività del gruppo di Brancaccio. In pratica quando, dopo la mia scarcerazione incontrai Giuliano Francesco, che io conoscevo come appartenente a Cosa Nostra, che faceva capo a Tagliavia Francesco di Corso dei Mille/Via Messina Marina, figlio di Giuliano Salvatore, esponente di rilievo della famiglia di Corso dei Mille. Del gruppo del Tagliavia facevano parte anche il Cosimo Lo Nigro ed il Barranca Giuseppe.

Ebbene il Giuliano Francesco mi propose di entrare nel gruppo di fuoco guidato all'epoca da Nino Mangano. Si tenga presente che all'epoca erano in carcere sia i Graviano ( capi di Brancaccio ma molto legati alle famiglie di Corso dei Mille e via Messina Marina ) che il Tagliavia. Io accettai e cos' andai dalle parti di Roma ad aggregarmi al gruppetto che in quel momento doveva fare l'attentato a Contorno in località Formello, vicende tutte su cui ho reso ampie dichiarazioni.

Venendo alla sua domanda le dico che il Giuliano che era persona molto loquace, di sua iniziativa, non solo mi parlo degli attentati precedenti (quelli di Roma, Firenze e Milano) ma mi raccontò anche che era stato proprio lui a telefonare, dopo gli attentati, rivendicando gli stessi a nome Falange Armata. Non ricordo a chi telefonò per fare le rivendicazioni. Mi disse, comunque, che così gli avevano ordinato di fare e lui così fece ed anche se lui non mi ha detto chi gli diede questo ordine, io penso che a darlo possano essere stati solo i Graviano o il Tagliavia perché Giuliano prendeva ordini da loro e comunque non poteva prendere una iniziativa così importante senza che i capi lo autorizzassero.

Il Giuliano mi spiegò che, seppure le stragi erano state volute per affievolire il regime di carcere duro contro la criminalità organizzata e per avere, più in generale, dallo Stato, un migliore trattamento, tuttavia non si voleva – evidentemente da parte chi gli aveva dato l'ordine di fare le rivendicazioni in questione (e quindi da chi stava sopra a chi gli aveva dato tali ordini) - che fosse immediatamente ricollegata la strategia stragista a Cosa Nostra. Insomma queste rivendicazioni servivano a "depistare". Per la verità io dissi a Giuliano : ma tu pensi che facendo così lo Stato si arrende ? Non ricordo la sua risposta ma certo non mi disse nulla di significativo se no lo ricorderei, almeno penso.

A.D.R : Giuliano, come ho detto era un chiacchierone. Dunque parlava spesso di questi argomenti. Non posso dirle dove esattamente mi disse queste cose. Direi sia in Sicilia che in Continente quando eravamo insieme.

A.D.R .: Era Cosimo Lo Nigro, che aveva rapporti privilegiati con i calabresi. Ricordo che il Lo Nigro addirittura andava a dei matrimoni o battesimi o comunioni, non ricordo, di questa famiglia di 'ndrangheta che si celebravano in Calabria, non ricordo dove. La cosa me la disse lo stesso Lo Nigro. Inoltre come ho già ampiamente raccontato (su questi fatti sono stati celebrati dei processi) Lo Nigro faceva affari di ogni genere, sia nel settore della droga che delle armi, con i calabresi ed, in particolare, con la famiglia di questo Peppe presso cui era anche andato in occasione delle ricorrenze sopra indicate. Ho partecipato in prima persona e quindi rinvio alle dichiarazioni rese an suo tempo in quanto ovviamente ricordavo meglio i dettagli, a queste operazioni di traffico di droga e armi svolte insieme ai calabresi. Il fatto più eclatante che ricordo fra i tanti è che il Lo Nigro, sotto i miei occhi, mise 500 milioni in contanti all'interno dello sportella della sua vettura smontando un pannello. Tali soldi li portò in Calabria da Peppe o dai suoi amici per investirli in un ulteriore carico di droga. Erano i calabresi che avevano i contatti con i produttori e dunque a loro ci si rivolgeva . Tutto ciò avveniva subito dopo i fatti di Formello fra il 1994 ed il 1995. Ricordo anche di avere visto con i miei occhi il Peppe a Palermo vicino la casa di famiglia di Cosimo Lo Nigro, con una Renault Clio Williams blu . Era una vettura particolare dunque la ricordo. Portammo noi di Cosa Nostra, nel 94, dal Marocco, "fumo" dei calabresi fino a Palermo. In cambio avemmo una parte del carico ed il restante lo consegnammo alla famiglia di Peppe. Ricordo che tale carico lo portarono a Milano, con un camion, Piero Carra e Cosimo Lo Nigro. Nel traffico era implicato un altro calabrese, Giovanni detto "Virgilio", calabrese.

A.D.R : Non sono in grado di dire come il Lo Nigro avesse stretto in modo così significativo i rapporti con i calabresi. Mi chiedete se si trattava di amicizie dei Graviano ed io vi dico che non sono in grado di rispondere.

A.D.R : Non sono in grado di riferirle se la strategia delle stragi continentali ebbe un consenso anche da parte di altre organizzazioni di tipo mafioso. Io non avevo rapporti con i capi di tali organizzazioni. Neppure il Giuliano era all'altezza di avere questi rapporti i vertici di altre entità criminali....omissis"

La sigla Falange Armata, che Cosa Nostra decise di adottare ad Enna e che, quasi contestualemente (leggermente prima) la 'Ndrangheta decise di adottare, richiamava coordinate e conoscenze storico/politiche piuttosto ricercate . Il precedente più vicino (anzi, l'unico, per la verità, nella storia contemporanea, moderna e medievale) ed anche più congruo, era quello dei cd falangisti, della destra franchista spagnola del secolo scorso. In particolare, come è noto agli storici, la "Falange Espanola de las J.O.N.S." fu una formazione di ispirazione fascista fondata nella Spagna della Seconda repubblica da Josè Antonio Primo de Rivera nel 1933. Nel 1937, in piena guerra civile spagnola, si fuse con il movimento nazionalista e diede vita al partito "Falange Espanola Tradicionalista y de las Juntas de Ofensiva Nacional Sindicalista – FET y de las JONS", in cui confluirono le forze legate ai vecchi valori monarchici, clericali e conservatori. Il generale Francisco Franco ne assurse a leader indiscusso e, nel 1939, il "FET y de las JONS" diventa "Movimento Nacional", partito unico franchista. Se vogliamo andare più dietro nel tempo per trovare un altro riferimento alla Falange, è necessario affidarsi alle reminiscenze degli studi classici, evocando la cd Falange Macedone. Si tratta, come si vede, di riferimenti storici che, francamente, stridono con il livello culturale ed il grado di conoscenza della storia e della politica, antica e moderna, di Riina, Provenzano, Bagarella, Filippone, Papalia e compagni.

E allora, forse, vi sono delle menti ancor più sopraffine dietro.

Squarci di luce arrivano, ancora una volta, dalle dichiarazioni messe nero su bianco in fase di indagine. A cominciare da Filippo Malvagna, nipote del noto Giuseppe Pulvirenti detto "'u malpassotu" . Egli, nel corso dell'interrogatorio del 9 maggio 1994, confermava un dato fondamentale riguardante la genesi della strategia terroristica di cui Cosa Nostra fu massima artefice: la riunione, meglio, le riunioni "strategiche" di Enna della fine del 1991, in cui venne decisa la necessità di dare uno scossone allo Stato, innescando una spirale del terrore. Fatto di cui aveva riferito Leonardo Messina. E tuttavia, Malvagna, disvelava un particolare di non secondario rilievo relativo a tali riunioni:

"...Girolamo Rannesi mi riferì della disponibilità offerta da Santo Mazzei a partecipare ad attentati da eseguire in Toscana e a Torino. Questi attentati rientravano in un grande programma di "guerra allo Stato" che cosa nostra per volontà di Totò Riina stava ponendo in essere.........

A D.R. Come ho già dichiarato io ero bene a conoscenza dell'esistenza di una strategia di Cosa Nostra volta a colpire lo Stato sia in Sicilia che fuori dall'isola. Infatti, ritengo nei primi mesi del 1992, di aver saputo da Giuseppe Pulvirenti che qualche tempo prima e ritengo pertanto verso la fine del 1991 si era svolta in provincia di Enna, in una località che non mi venne indicata, una riunione voluta da Salvatore Riina alla quale avevano partecipato rappresentanti ad alto livello di Cosa Nostra provenienti da varie zone della Sicilia. Per Catania vi aveva partecipato Benedetto Santapaola che aveva poi riferito ogni particolare dell'incontro al Pulvirenti. Il Pulvirenti non mi raccontò chi fossero gli altri partecipanti alla riunione alla quale comunque era presente Salvatore Riina in persona. Ricordo che mi spiegò che la provincia di Enna veniva scelta di frequente per questi incontri perché era una zona non molto presidiata dalle forze dell'ordine. Ciò su cui il Pulvirenti fu più preciso riguardò l'oggetto della riunione. Il Riina aveva fatto presente che la pressione dello Stato contro Cosa Nostra si era fatta più rilevante e che comunque vi erano dei precisi segnali del fatto che alcune tradizionali alleanze con i pezzi dello Stato non funzionavano più. In pratica erano "saltati" i referenti politici di Cosa Nostra i quali, per qualche motivo, avevano lasciato l'organizzazione senza le sue tradizionali coperture. ..................

A D.R. Quanto alle ragioni dell'attacco allo Stato voluto da Riina e su cui si erano trovati pienamente d'accordo Santapaola e gli altri partecipanti alla riunione in provincia di Enna, il Malpassotu mi riferì solo una frase che sarebbe stata pronunciata da Riina: "Si fa la guerra per poi fare la pace" ( N.d.PM : si tratta esattamente della ricostruzione operata nelle sentenze fiorentine sulle stragi). Successivamente ebbi modo di discutere ancora con il Pulvirenti riguardo alle finalità di questa strategia di Cosa Nostra. Secondo il Malpassotu, ora che molti accordi con il potere politico erano venuti meno bisognava fare pressione sulle Stato per altre vie sia allo scopo di indurre gli apparati dello Stato anche a delle trattative con la mafia sia, quanto meno, per allentare la pressione degli organi dello Stato su Cosa Nostra e sulla Sicilia.

Non posso essere più preciso su ciò, ma ricordo che il Malpassotu mi raccontò che si era deciso che tutte le future azioni terroristiche di Cosa Nostra venissero rivendicate con la sigla "Falange Armata"...."

Malvagna, quindi, veniva nuovamente escusso il 20.5.2015 :

"....A.D.R : Secondo il racconto di mio zio Malpassotu, furono i Corleonesi - ed in particolare Totò Riina - a dire, ad Enna, che tutti gli attacchi allo Stato dovessero essere rivendicati "Falange Armata" . Quando mio zio disse questa sigla in compresi che si trattava di un qualcosa che doveva rappresentare un riferimento ad una qualche organizzazione terroristica. Poi mio zio mi spiegò ancora meglio. Mi disse che bisognava confondere le acque. Non bisognava fare capire all'opinione pubblica e allo Stato che eravamo noi mafiosi a sviluppare questa strategia terroristica ma dovevamo gettare sconcerto e scompiglio fino ad indurre lo Stato a cercare una interlocuzione con noi. Mio zio mi disse per farmi comprendere a cosa alludesse che bisognava fare come in Colombia dove i trafficanti di cocaina quando erano stati duramente attaccati dallo stato colombiano che veniva supportato dalla DEA e dagli americani, iniziò a porre in essere, sotto mentite spoglie, una strategia di attentati terroristici che indussero lo Stato a scendere a compromessi con loro. Non so dire se questo esempio storico di mio zio sia corretto ma così mi disse. In ogni caso mio zio mi spiegò che bisognava da subito attivarsi anche con atti soltanto dimostrativi . Bisognava creare da subito un clima di paura. Fu così che immediatamente presi la palla al balzo e chiesi a mio zio se potevo fare giungere delle minacce all'allora sindaco di Misterbianco a nome Antonino Di Guardo che era un sindaco "antimafia" che ci dava fastidio denunciando pubblicamente il nostro sodalizio. Mio zio assentì e così io incaricai un giovane di mia fiducia tale Alfio Adornetto che faceva parte del gruppo che io dirigevo di telefonare a casa di questo sindaco e minacciarlo, rivendicando le minacce con la sigla Falange Armata. La cosa avvenne ( siamo nella primavera del 1992) e se non sbaglio questo Sindaco è stato pure ascoltato come teste nel processo per la strage di Capaci nella quale pure io sono stato escusso. Ricordo anche che venne fatto un attentato dimostrativo davanti alla Caserma di Piazza Verga dei Carabinieri e anche in questo caso facemmo la rivendicazione Falange Armata. Di questo attentato si occuparono gli uomini di D'Agata. In quello stesso periodo erano in preparazione ma non ricordo se andarono ad effetto altre minacce o atti intimidatori con le stesse modalità ai danni del giornalista Claudio Fava, dell'avvocato Guarnera che difendeva i collaboratori di giustizia e il Sindaco Bianco ( non ricordo se all'epoca fosse o meno in carica). Tutto ciò avveniva nello stesso periodo in cui il Santo Mazzei dava la disponibilità a fare attentati in continente. A proposito di ciò ricordo che mio zio il Malpassotu diceva che se il Mazzei fosse riuscito davvero ad eseguire gli attentati che si riprometteva di compiere avrebbe fatto una carriere fulminate superandoci nella gerarchia mafiosa. Ovviamente diceva ciò con preoccupazione in quanto temeva che noi perdessimo potere.....omissis.....

Le affermazioni di Malvagna, trovavano, poi, conferma nelle convergenti dichiarazioni di altro collaboratore di Giustizia catanese, Maurizio Avola, che aveva già parlato della riunione di Enna del 1991 nella quale i vertici di Cosa Nostra siciliana avevano deciso di attaccare lo Stato con atti terroristici in quanto i suoi rappresentanti non erano più affidabili con la conseguente necessità di creare una situazione di panico diffuso che avrebbe agecolato rivolgimenti politici favorevoli alle mafie.

E tuttavia, anche Avola, peraltro in piena consonanza con sue pregresse dichiarazioni, nel corso dell'interrogatotio reso a questo Ufficio, in data 14.4.2015, dichiarava :

"....ADR : Furono Aldo Ercolano e Marcello D'Agata che dissero a noi della famiglia Santapaola, quando già Santo Mazzei era divenuto un esponente di rilievo di Cosa Nostra catanese, in mia presenza, che laddove fossero stati eseguiti gli attentati contro lo Stato che avevano deciso i corleonesi, bisognava ricorrere a delle rivendicazione "di comodo" che non dovevano consentire di collegare gli attentati a Cosa Nostra, che, infatti, non rivendica mai le proprie azioni. Dissero che bisognava utilizzare la sigla Falange Armata. A vostra domanda vi dico che non sono in grado di dire come sia stata "inventata" questa sigla. Io pensavo che fosse una rielaborazione delle "Falangi" con cui si denominavano gli ultras del tifo calcistico. Ma si tratta di una mia ricostruzione e di una mia ipotesi. I miei capi non spiegarono l'origine della sigla. Faccio presente che allorquando nel 1992 venne collocato a Piazza Verga un ordigno di fronte ad una caserma dei CC da parte di Pippo Ercolano, venne fatta una rivendicazione Falange Armata. L'atto intimiditario venne posto in essere dall'Ercolano perché all'epoca i CC indagavano su di una sua impresa. A vostra domanda preciso che non posso né escludere né affermare che fosse stato Santo Mazzei ad inventarsi questa sigla Falange Armata....".

Oscuri e inquietanti gli interrogativi su chi inventò la sigla Falange Armata, l'esatta individuazione e collocazione nel tempo delle modalità attraverso cui Cosa Nostra (e, soprattutto, la 'Ndrangheta) decisero di utilizzare la rivendicazione "Falange Armata" in occasione di eventi stragisti ovvero di delitti che, comunque, avevano come bersaglio figure istituzionali o politiche, e la individuazione del momento in cui le mafie, e non altri, iniziarono ad utilizzare concretamente la stessa. Oscuri e inquietanti gli interrogativi sui suggeritori esterni. L'idea di rivendicare minacce, attentati, delitti contro figure istituzionali con la sigla Falange Armata è stata il parto di alcuni appartenenti a strutture deviate dello Stato – il cui nucleo forte era costituito da una frangia del SISMI e, segnatamente, da alcuni esponenti del VII Reparto cd "Ossi" che, fino alla caduta del muro di Berlino (o, fino a pochi mesi dopo) si occupava di Stay Behind – che, evidentemente, volevano destabilizzare il paese creando un nuovo allarme terroristico; costoro – che non scordiamolo avevano operato per anni agli ordini di Licio Gelli, suggerirono alla criminalità mafiosa e segnatamente, per primi, agli uomini della 'Ndrangheta, di rivendicare un omicidio di un funzionario dello Stato con la sigla "Falange Armata". Pochi mesi dopo, l'idea di usare questa rivendicazione, venne fatto proprio anche da Cosa Nostra, nel corso della riunione Enna.

L'idea delle mafie di rivendicare le stragi con la sigla Falange Armata non era una trovata bislacca e cervellotica dei capi delle mafie, ma rispondeva perfettamente alle loro esigenze strategiche; era stata approvata da Cosa Nostra, nel lontano 1991, ad Enna, nello stesso periodo storico in cui Cosa Nostra e le altre mafie iniziarono a dare sostegno, con Gelli e l'estrema destra, alle cd liste autonomiste; il loro concreto atturarsi in occasione delle stragi continentali era noto e gradito al reggente di Cosa Nostra nel 1993 (Leoluca Bagarella) prima ancora che tali rivendicazioni fossero note. In tal senso, non è affatto secondario il rilievo di quanto, sempre sul conto di Bagarella, riferiva un collaboratore di giustizia siciliano, Emanuele Di Filippo, alla fine del 2013:

"....A.D.R. Ho fatto parte, originariamente, del gruppo di fuoco di Ciaculli nel corso dei primi anni 80'. Ero uomo d'onore ma non ritualmente "punto". Il mio capo, all'epoca, era mio cognato Marchese Antonino. Dopo il suo arresto avvenuto credo nel 1982, cominciai a prendere ordini da Giuseppe Lucchese detto "lucchiseddu" con il quale ho commesso numerosi omicidi per i quali sono già stato giudicato. Intorno alla metà degli anni 80', precisamente intorno al 1985, riuscii a "sganciarmi" dal ruolo "ingrato" di killer ed iniziai ad operare nel settore degli stupefacenti, delle estorsioni e del contrabbando di sigarette. Come ho già ampiamente spiegato, per svolgere tale mia ultima attività, nella quale sono stato impegnato fino al mio arresto nel 1994 ( ho iniziato a collaborare nel 1995, e grazie alle mie indicazioni e dichiarazioni venne catturato Leoluca Bagarella ) seppure rimanevo "inquadrato" nella famiglia di Ciaculli, operativamente mi sono "spostato" nella zona di Brancaccio/ Corso dei Mille, dunque, in tale contesto, facevo riferimento ai fratelli Graviano anche se costoro, ovviamente, non erano i miei capi.

ADR : Io avevo rapporti risalenti nel tempo e consolidati con Leoluca Bagarella dovuti a motivi di parentela. In particolare mia sorella si era sposata con Marchese Antonino che era il fratello della moglie di Leoluca Bagarella che si chiamava Vincenzina. A ciò si aggiunga che i rapporti fra i Graviano e Bagarella erano assai stretti e che io stesso facevo da tramite fra il mio predetto cognato, detenuto a Voghera, e Totò Riina – notoriamente vicinissimo a Bagarella di cui era cognato – facendogli pervenire dei pizzini di Riina stesso, pizzini che mi venivano consegnati, chiusi e sigillati, da Filippo Graviano.....

ADR : Cesare Lupo era persona inserita in Cosa Nostra, molto vicina ai Graviano, anche se operava principalmente con la famiglia di Corso dei Mille ( il cui territorio peraltro è limitrofo a quello di Brancaccio ). Ho conosciuto il Lupo da libero nei primi anni 90', ma si è trattato di incontri occasionali. Mio fratello Pasquale, che pure collabora, ha avuto, invece, con il Lupo, rapporti più intensi e penso possa dirle su di lui qualcosa in più. Di seguito , in ogni caso, ebbi modo di rivedere ed incontrare il Lupo presso il Carcere dell'Ucciardone. Mi sembra alla sezione seconda. Eravamo nel 1994.

ADR : Mi si chiede se confermo quanto riferito alla DDA di Firenze nel già citato interrogatorio, sul fatto che il Lupo mi parlò di collegamenti fra il Leoluca Bagarella ed ambienti istituzionali deviati. Rispondo che lo confermo. In pratica il Lupo, proprio mentre ci trovavamo all'Ucciardone e parlavamo di pentiti, mi disse che Leoluca, prima o poi, li avrebbe individuati grazie ad informazioni che riceveva da qualcuno dei servizi segreti ....omissis"

Se, quindi, come risulta, vi erano rapporti o contatti fra il Bagarella ed esponenti dei servizi si ha una ulteriore traccia - coerente rispetto alle altre fonti di prova che consente di individuare in alcuni esponenti deviati dei Servizi di Sicurezza, suggerì a Cosa Nostra - in epoca antecedente e prossima alla riunione dell'estate 1991 ad Enna in cui la sigla venne adottata dal sodalizio mafioso - di utilizzare, per la rivendicazione delle stragi, la sigla Falange Armata. Specie se si considera che proprio il Bagarella era ben consapevole della funzione e delle finalità della strategia di rivendicazione delle stragi da parte di Falange Armata.

Ed in questo ambito è ben possibile, oltre che coerente, che in più ampio quadro pattizio e, quindi, in un ambito in cui si erano individuati obbiettivi di comune interesse, si fosse proceduto ad una divisione di impegni e compiti fra i diversi partners, nel quale, le mafie, per la loro parte, si erano impegnate a "fare rumore". E, ovviamente, si badi bene, non deve affatto pensarsi che Cosa Nostra (e la 'Ndrangheta) avessero preso questi impegni controvoglia, sottomettendosi ad altri. Anzi. Le Mafie intendevano ricattare ed atterrire lo Stato con il terrorismo. Anche favorendo un ricambio della classe politica. In particolare, è noto che anche Licio Gelli – ed un suo vasto entourage - avevano preso parte, con ruolo di primario rilievo, al disegno di disgregazione del panorama politico istituzionale della Prima Repubblica.

Ma tornando alle intelligenze fra Cosa Nostra e servizi deviati un importante elemento cognitivo, pienamente convergente rispetto a quelli fino ad ora evidenziati e che rafforza, quindi, la ricostruzione fino ad ora prospettata, proviene dalle affermazioni del collaboratore di Giustizia Armando Palmeri, legato alla mafia di Alcamo, che fin dall'inizio della sua collaborazione (nel 1998) aveva segnalato un episodio davvero inquietante. In particolare all'inizio del luglio 2016, Palmeri riferiva:

".....ADR : Sono entrato in Cosa Nostra nel 1991. Nel 1995, avendo già preso le distanze da Cosa Nostra, con la quale era però rimasto in contatti, ho iniziato a collaborare informalmente con gli inquirenti, facendo in buona sostanza l'informatore e, poi, nel 1998 ho formalmente iniziato collaborare con la AG ottenendo il programma di protezione.

ADR : All'interno di Cosa Nostra non ero uomo d'onore ufficialmente, ma ero persona "riservata" di Milazzo Vincenzo, capo-mandamento di Alcamo. Mi spiego meglio : ero inizialmente e sono rimasto amico personale di Milazzo fino a quando non è stato ucciso nell'estate del 1992. Eravamo amici da alcuni anni , un paio circa. Io ero persona di fiducia del Milazzo, anche per gli affari di mafia del predetto. Spesso lo spostavo . Tenete conto che da quando io ebbi a conoscerlo era già latitante. Preciso che non ero stipendiato ma semplicemente molto legato al Milazzo. Ovviamente se e quando chiedevo dei soldi in relazione alle mie necessità, Milazzo me li dava. Ma in quel contesto più dei soldi contava la sincera amicizia. Io all'epoca ero istruttore di nuoto presso la piscina Camping El Baira di S.Vito lo Capo e alle Terme Segestane.

ADR : Con riferimento a contatti fra il Milazzo ed esponenti di apparati statali o sedicenti tali, posso dire che nel 1991 e, comunque, alcuni mesi prima dell'omicidio del Milazzo ( non so dire se 1 anno, 6 mesi, 8 mesi prima o altro è passato troppo tempo) e comunque prima della strage di Capaci accompagnai il Milazzo ad un incontro che si tenne nelle campagne di Castellammare (svincolo che va a Scopello) in una villetta di pertinenza di tale Manlio Vesco. In effetti, precisamente, la villetta, era in contrada Consa. Costui, il Vesco, era un imprenditore amico del Milazzo, poi morto suicida, in circostanze molto particolari. Appresi, infatti, che stranamente il Vesco, prima di morire, aveva posteggiato la vettura lungo l'autostrada vicino lo svincolo di Alcamo per poi percorrere chilometri e chilometri a piedi, per poi, infine, lanciarsi nel vuoto. Ricordo che anche i mezzi d'informazione sottolinearono la stranezza del fatto.

ADR : Ricordo che Milazzo in occasione di questo primo incontro in contrada Consa, mi chiese di partecipare allo stesso. Io mi rifiutai, non volevo espormi e preferivo rimanere nell'ombra. Allora Milazzo mi disse di non entrare nella villetta ma di attenderlo fuori, rimanendo defilato ed invisibile, avendo cura di controllare i movimenti che potevano esserci intorno alla villa stessa. All'uopo mi diede anche un binocolo. Vidi arrivare due vetture dopo l'arrivo del Milazzo da cui uscirono, da una, due persone che non conoscevo (si trattava di persone ben vestite di circa 40 anni, che escluderei potessero essere dei "picciotti") accompagnate dal dott. Baldassarre Lauria, medico primario dell'Ospedale di Alcamo che io già conoscevo fisicamente e che li seguiva o precedeva con l'altra macchina. A seguito dell'incontro Milazzo mi apparve molto preoccupato e turbato . Lui aveva molta fiducia in me e senza che io chiedessi nulla (in Cosa Nostra non si chiede) mi raccontò che le due persone venute con il Lauria erano due dei servizi segreti i quali senza giri di parole avevano richiesto al Milazzo di fare una attività di tipo terroristico in continente per loro conto. Se non ricordo male gli chiesero di fare degli attentati in continente. Non sono sicuro se in questa occasione si parlò di Firenze, come uno dei luoghi in cui fare attentati o se invece con riguardo a questo stesso argomento la città di Firenze non venne in considerazione successivamente in quanto luogo ove si trovavano dei parenti della famiglia Ferro che avrebbero potuto fare da appoggio per la commissione dell'attentato. Su questo vi dirò in seguito procedendo con ordine. E' certo che, comunque, questi attentati andavano fatti in continente e in tale contesto in effetti, mi disse il Milazzo, che il dott. Lauria che partecipò alla discussione con quelli dei servizi, tirò fuori l'idea di procedere anziché con attentati dinamitardi con l'avvelenamento delle acque, a mezzo ii batteri. Insomma secondo il Lauria era più agevole avvelenare l'acquedotto ( ubicato, forse, ma come ho detto non ricordo con certezza, a Firenze ). Il Milazzo mi disse che l'idea del Lauria della guerra batteriologico venne tuttavia subito esclusa e rimase in campo solo l'idea degli attentati tradizionali con esplosivo.

ADR : Secondo quanto mi disse il Milazzo, negli intenti di costoro – e cioè di quelli dei servizi - vi era quello di destabilizzare lo Stato . Non so dirvi perché volessero destabilizzare lo Stato nel senso che Milazzo su questo aspetto nulla disse. Posso invece dirvi che il Milazzo, all'esito di questo primo incontro si riservò di dare una risposta. In ogni caso era davvero preoccupato e già mi disse che tendenzialmente non aveva intenzione di farsi coinvolgere anche se forse lo avrebbe anche fatto – se io non lo avessi dissuaso – perché, diceva di avere molta paura di questi soggetti dei servizi. Ricordo le sue parole testuali : sono loro la vera mafia.

Insomma pur trovando folle il progetto, Milazzo aveva timore di inimicarsi questi agenti dei servizi.

Io, come ho detto, gli spiegai che doveva astenersi e non farsi coinvolgere perché rischiava di mettersi in guai ancora più grandi. Senza contare che afre attentati, uccidendo anche perone innocenti, fra cui donne e bambini, non è da vero uomo d'onore. Lui alla fine si convinse a non farsi coinvolgere ma nella consapevolezza che ciò gli sarebbe costato la . vita . Disse : va bene cerchiamo di non farci coinvolgere ma moriremo. In effetti poi sia pure con cautela e con diplomazia riuscì a non farsi coinvolgere.

ADR : Mi chiedete se sono a conoscenza della vicenda del ritrovamento di un arsenale di armi nel 1993 nella villa di due carabinieri, nei pressi di Alcamo. Nulla ne so, anche se ricordo l'episodio che sicuramente non era ascrivibile a Cosa Nostra.

ADR : No so dirvi la ragione per la quale questi sedicenti esponenti dei servizi si rivolsero per questo "affare" proprio al Milazzo. Posso dirvi però che il Milazzo mi disse che questi due agenti sapevano di me , sapevano cioè che io ero legato al Milazzo e che, come dissero al Milazzo stesso, mi consideravano molto scaltro e capace verosimilmente in senso criminale.

ADR : A seguito vi furono altri due incontri fra il Milazzo con questi dei servizi ( erano sempre le due stesse persone) : uno si svolse sempre in contrada Consa ma mi sembra in una casa diversa dalla prima e l'ultimo, il terzo, nella casa di tale Senatore Corrao che si trova sulla cima di un monte che si chiama Bonifato, nei dintorni di Alcamo.In entrambi questi incontri si parlò ancora degli attentati in continente che quei due dei Servizi volevano fossero fatti. In entrambi gli incontri io rimasi fuori a vigilare e in un caso, addirittura, seguii e pedinai la vettura dei due agenti dei servizi fino a Palermo, senza però scoprire nulla in quanto li persi in una rotatoria di Via Belgio.

Fu quindi il Milazzo che mi raccontò lo svolgimento dei due incontri spiegandomi che si era destreggiato nel senso pur senza farsi direttamente coinvolgere come si era ripromesso, non rifiutò mai esplicitamente un suo apporto a tali attentati. Prendeva tempo dando una generica disponibilità . L'importante era non prendere impegni stringenti che potevano costringerlo a dare attuazione al progetto stragista.

Milazzo, tuttavia, immaginava, per come mi disse, che quelli dei servizi potessero sospettare o addirittura ritenere che lui voleva "sgusciare via e fare il furbo".

In proposito proprio l'incontro con Gioacchino Calabrò, che avvenne a seguito di questi tre incontri, in un baglio sito vicino Calatafimi, può trovare spiegazione proprio in questo atteggiamento attendista e ad un tempo apparentemente compiacente del Milazzo nei confronti di quelli dei servizi.

In sostanza successe che io accompagnai il Milazzo a questo incontro e rimasi in disparte mentre Milazzo parlava con il predetto Calabrò che era uomo d'onore di Castellammare del Golfo.

Tuttavia, io trovandomi a breve distanza dai due, riuscii, comunque, a sentire aspetti salienti dei loro discorsi.

In particolare sentii che Milazzo ordinava a Calabrò di dire a Ferro Giuseppe ( allora soldato del Milazzo, ma successivamente divenuto, dopo la morte di Milazzo, Capo-Mandamento ) di ordinare ai suoi parenti che si trovavano a Firenze di "mettersi a disposizione" di Cosa Nostra.

Sul momento non misi a fuoco esattamente il senso di quell'ordine. Quando, però, un anno e passa dopo vi fu l'attentato di Firenze di via dei Georgofili, pensai che l'attentato e l'ordine che aveva dato il Milazzo potessero avere un qualche oggettivo collegamento fra loro ( tenete conto nel frattempo il Milazzo era morto e Ferro era il nuovo capo-mandamento) e, quindi, in via logica, misi anche in collegamento gli incontri con quelli dei servizi, in cui si parlò di attentati in continente, con i due episodi in questione ( e cioè : ordine dato da Milazzo al Calabrò e l'attentato di Firenze).

ADR: I proprietari delle tre abitazioni in cui si svolsero gli incontri di cui ho parlato, non so se abbiano a meno partecipato agli incontri ed alle discussioni con questi agenti dei servizi. Viglio dire che io non li ho visti ma non posso escludere che nel momento in cui accompagnai presso tali abitazioni il Milazzo, gli stessi potessero essere già lì presenti per poi partecipare agli incontri. Preciso tuttavia che nella prime due occasioni il Milazzo aveva le chiavi di casa e preciso che ricordo che il Senatore Corrao di nome fa Ludovico. Ora che ricordo anche questo senatore è morto di morte violenta ucciso dal suo domestico straniero.

ADR : il pedinamento fino a Palermo non ricordo se fu mia iniziativa o se fu il Milazzo a dirmi di procedere in tale senso.

ADR : Ovviamente ho riferito di questa vicenda ai PPMM di Palermo non appena ho iniziato a collaborare. In effetti mi vennero anche sottoposti degli album fotografici ma fra le foto che mi sono state poste in visione non vi erano quelle dei due soggetti dei servizi di cui sopra. Certo è che almeno all'epoca avevo un ottimo ricordo delle fattezze dei due presunti agenti. Non so dire se oggi, dopo tanti anni, sarei in grado di riconoscerli....omissis"

Gli oscuri suggeritori sarebbero allora i Servizi Segreti. La 7 Divisione del SISMI ( si trattava della Divisione dell'ex servizio di sicurezza che manteneva i collegamenti operativi con Gladio), il gruppo che aveva creato la sedicente Falange Armata.

Le prime rivendicazioni "Falange Armata" fatte in Italia erano collegate all'omicidio dell'Educatore Carcerario Umberto Mormile, avvenuto a Lodi l'11.4.1990 proprio per mano della 'ndrangheta.. In particolare varie telefonate venivano effettuate presso sedi Ansa e sedi di Istituti Penitenziari. In un primo momento, nell'immediatezza, il giorno dei fatti, con riferimenti alla riconducibilità ad azioni terroristiche dell'agguato al Mormile e, poi, con riferimenti specifici alla Falange Armata carceraria che diverrà, poi, ancora di seguito, semplicemente Falange Armata .

Interessanti, allora, le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. A cominciare da Vittorio Foschini, escusso a metà 2015:

"...A.D.R : Sono entrato nella 'ndrangheta dopo avere lavorato, pur essendo calabrese, con Cosa Nostra ed i siciliani. Io avevo lavorato nella droga con Biagio Crisafulli, palermitano, e, quindi in collegamento con i Carollo e Luigi Bonanno, all'epoca contrapposti ai corleonesi. I Fidanzati erano invece alleati ai Corleonesi. Fu Antonio Papalia che decise di riunire tutti i calabresi, sia riggitani che catanzaresi, che stavano in Lombardia. Ciò determinò anche il riconoscimento – avvenuto a seguito di specifiche riunioni tenutesi in Calabria a Petilia Policastro fra componenti della 'ndrangheta reggina e "milanese" e catanzeresi – delle famiglie catanzaresi dalla "Madonna dell'Aspromonte" ciò significa l'ingresso ufficiale nella vera e propria 'ndrangheta. Dunque questa riunione dei calabresi lombardi sotto un'unica bandiera – eravamo tantissimi – determinò il sopravvento della 'ndrangheta in Lombardia. Fra i siciliani furono nostri alleati solo i Crisafulli e anche, ma in modo meno intenso, i Carollo/Bonanno.

A.D.R: Al vertice, in Lombardia, c'erano Antonio e Domenico Papalia, poi Coco Trovato.

Con noi c'era anche il gruppo di Anacondia. ....omissis...

A.D.R : Mormile, nonostante sia stato infangato come corrotto, venne ucciso perché rifiutò di fare una relazione compiacente a Domenico Papalia. Anzi nel rifiutare ad Antonio Papalia il favore per Domenico Papalia (che se non sbaglio era detenuto per l'omicidio D'Agostino delitto nel quale secondo quanto appresi da Antonio Papalia erano coinvolti anche i servizi segreti), ancorchè ricompensato, disse ad alta voce, ad Antonio Papalia che che lui "non era dei servizi", alludendo ai rapporti fra Domenico Papalia e i servizi che pure erano veri ed esistenti. Infatti nel carcere di Parma, in precedenza, il Papalia Domenico aveva rapporti e colloqui con i servizi. Ciò mi venne detto da Antonio Papalia che pure aveva rapporti con i servizi come pure lui stesso mi confidò. Proprio questo rifiuto con l'allusione ai servizi fu fatale per il Mormile. Insomma, questa allusione sui rapporti Servizi-Papalia, oltre che al rifiuto di fare il favore, fu fatale al Mormile.

Preciso meglio la sequenza dei fatti come raccontatami da Papalia Antonio : prima Domenico in carcere chiese il favore a Mormile, voleva una relazione addomesticata; Mormile rifiutò. Ciò avvenne in quanto Mormile aveva già bloccato un permesso di Domenico Papalia. Ci fu un diverbio. Domenico comunicò la cosa al fratello Antonio in un colloquio dicendo al fratello di convincere il Mormile. Antonio nei giorni successivi, subito fuori dal carcere, avvicinò il Mormile che si rifiutò di nuovo nonostante la promessa di 20 milioni dicendo che lui non era dei servizi. Dio seguito Antonio riferì al fratello Domenico, nel corso di un colloquio in carcere che il Mormile non cedeva e che anzi aveva fatto allusioni ai servizi. Domenico si preoccupò e deliberò l'omicidio.

Antonio Papalia mi raccontò questo fatto subito dopo il colloquio in carcere di cui ho appena detto. Preciso che secondo il racconto fatto a me da Antonio Papalia, lo stesso Domenico Papalia, che disse che, secondo lui, Mormile andava ucciso, precisò anche che bisognava parlare con chi di dovere e cioè con i servizi vista l'allusione che era stata fatta e visto che non si doveva sospettare di loro (cioè dei Papalia). Ne seguì che Antonio Papalia, come ci disse ( a me a Flachi, a Cuzzola, a Coco trovato ed altri) parlò con i servizi che, dando il nulla osta all'omicidio Mormile si raccomandarono di rivendicarlo con una ben precisa sigla terroristica che loro stesso indicarono. Ecco la risposta alla domanda che mi avete fatto con riferimento alla rivendicazione "falange armata" dell'omicidio Mormile. Fu Antonio Papalia allora che ordinò a Brusca Totò (persona che comunque potrei riconoscere) di telefonare ad un giornale e fare la rivendicazione a nome di questa presunta organizzazione terroristica . Ciò avvenne sotto i miei occhi addirittura prima dell'omicidio. Il Papalia Antonio, infatti, disse a questo Brusca che appena eseguito l'omicidio, lui doveva fare la telefonata di rivendicazione. ....

A.D.R : La 'ndrangheta era contraria alla strategia stragista dei corleonesi, e lo erano anche i Papalia e Coco Trovato. O meglio divennero contrari quando si accorsero delle conseguenze che questa strategia comportava. Papalia Antonio si mostrava preoccupato. Per la verità Antonio Papalia brindò in occasione delle stragi, ma, lui e gli altri , poi, si sono preoccupati per le conseguenze. Si cominciò a vedere e a temere che lo Stato avrebbe svolto una azione repressiva assai dura......omissis"

Foschini svela che era stato lo stesso Antonio Papalia, mandante del delitto, a ordinare la rivendicazione di tipo terroristico "Falange Armata". Ma di più, Foschini chiariva che l'indicazione di utilizzare la sigla in questione veniva dai servizi di sicurezza, o meglio dagli appartenenti ai servizi che erano in contatto con i Papalia ( Domenico ed Antonio). Dunque, i casi sono due: o Papalia ebbe ad inventarla, a crearla, o qualcuno lo imbeccò. La prima ipotesi è del tutto implausibile. Papalia era persona scarsamente scolarizzata ( aveva frequentato le scuole dell'obbligo) e del tutto priva di strumenti culturali adatti a questo compito. Pensare che potesse avere concepito una simile rivendicazione equivale a formulare un periodo ipotetico del terzo tipo. Salvatore Pace, escusso dalla Dda, afferma: "... ADR : .......Papalia Antonio era molto ignorante, rozzo, ma come ho detto un capo...."

E allora il suggeritore era in una posizione che, per qualsivoglia motivo, dobbiamo ritenere sovra-ordinata rispetto a Papalia, tale da poterlo determinare a seguire delle strategie che il suggeritore stesso riteneva necessarie in quel momento.

Un contributo, ancora più significativo sia sulla causale del delitto che soprattutto, per ciò che rileva in questa sede, sulla sua rivendicazione, veniva da altro soggetto che aveva partecipato alla esecuzione del delitto agli ordini dei Papalia, Antonino Cuzzola:

"....A.D.R : Sono stato detenuto dal febbraio 1992 al febbraio 1993. Sono stato nuovamente arrestato a Giugno 1993. Ho iniziato a collaborare nel 2004 da detenuto. Sono stato ininterrottamente detenuto dal 1993 al 2007. Quando sono uscito dal carcere nel 1993 (essendo stati arrestati Antonio Papalia e Franco Coco Trovato nel settembre 1992) il reggente della famiglia Papalia, in Lombardia, era Musitano di cui non ricordo il nome comunque era il nipote di Antonio Papalia, figlio della sorella, all'epoca aveva 25/30 anni. Durante la rilettura del verbale si da tto che il collaboratore ricorda il nome di Musitano : Antonio. Più importante di lui era Domenico Paviglianiti che però era latitante e stava all'estero. Tenete presente però che Papalia Antonio era un "re" a San Vittore. Dava ordini da lì. E comandava dal carcere. Passava gli ordini a Musitano che andava a colloquio con lui. Le stesse guardie carcerarie avevano soggezione del Papalia Antonio. Gli facevano fare quello che voleva. Ad esempio teneva in carcere un congelatore tutto per lui. Cosa che non aveva nessuno.

A.D.R : In effetti come ho già detto in altri processi, Domenico Papalia, fratello di Antonio, aveva rapporti con i Servizi Segreti con i quali aveva colloqui nel carcere di Parma. Ciò appresi da Antonio Papalia in occasione della preparazione dell'omicidio dell'educatore carcerario Mormile. Mormile, a dire di Antonio Papalia, venne ucciso proprio perché si fece sfuggire con un detenuto di questi colloqui fra Domenico Papalia e i Servizi Segreti.

Cuzzola ricostruisce nel dettaglio la dinamica dell'omicidio Mormile: "Mi fate il nome Falange Armata. Vi dico, ora che ci penso che è proprio il nome della formazione terroristica che avrebbe dovuto rivendicare l'omicidio Mormile. Penso di averlo detto anche sul processo Mormile. Ora mi sfuggiva il nome. Prendo atto che la prima telefonata fatta all'Ansa di Bologna in cui si parla di "terrorismo" risale allo stesso giorno dell'omicidio. Prendo atto che sono seguite altre telefonate di rivendicazione e che solo qualche mese dopo si fece per la prima volta il nome Falange Armata. Vi dico, allora, che escludo ancora che l'incontro al bar di Buccinasco si sia verificato il giorno stesso dell'omicidio. Sono certo. Ritengo, allora, le possibilità sono tre : o quando Papalia parlò della rivendicazione al bar di Buccinasco avrà detto che già aveva fatto la stessa ed io ho capito male, oppure disse che aveva fatto la rivendicazione ed io ricordavo male, oppure, ancora, disse, non so per quale ragione, che avrebbe fatto la rivendicazione ma in realtà già l'aveva fatta. Quanto alla sigla Falange Armata io ricordo di averla sentita fin dall'inizio. Può essere che sia stata ideata all'inizio e poi utilizzata in concreto, solo in un secondo momento, oppure può essere che io ricordi male sul momento esatto in cui si fece per la prima volta il nome di questa formazione. Sono certo, però che fu proprio Antonio Papalia a dirmi che le rivendicazioni sarebbero state fatte, per depistare, dalla Falange Armata. Ricordo che fra i Papalia e Cosa Nostra vi era un rapporto molto stretti. Posso dire, ad esempio, che con i Madonia ed i Fidanzati i rapporti erano molto stretti. Dopo l'omicidio di Corollo, eseguito su mandato di Riina o comunque di Cosa Nostra – Corollo era uno che gestiva per Cosa Nostra il triffico di stupefacenti in Lomabardi – tutto il traffico di stupefacenti che veniva gestito dal predetto Corollo venne affidato ai Sergi per richiesta di Cosa Nostra stessa. Ciò a dimostrazione della particolare vicinanza fra 'ndrangheta e Cosa Nostra. I Papalia diventarono i responsabili della 'ndrangheta per la Lombardia con l'avallo di tutta la 'ndrangheta calabrese. Si sapeva che i Papalia e, in particolare, Domenico papalia era in rapporti con i servizi segreti. Pino Piromalli me lo disse in carcere a Cuneo nel 2000. Mi spiegò che la sua cosca era entrata in possesso di documenti che comprovavano questo rapporto. Tuttavia nessuno contestò, all'epoca, questa circostanza al Papalia. Posso presumere che la cosa fosse gradita ai vertici della 'ndrangheta... Mi chiedete se il nome "Falange Armata", particolarmente inconsuete, fosse "farina del sacco" di Papalia Antonio. Rispondo che effettivamente Antonio Papalia non ha una grossa cultura. Io lo conoscevo bene. Parlava un italiano molto stentato. Aveva la licenza media inferiore . Il riferimento alla "Falange Armata" è troppo raffinato per lui. Sicuramente qualcuno deve avergli suggerito questo nome. Anzi le dirò di più : ricordo che Coco Trovato gli chiese, al Papalia, cosa fosse questa "Falange Armata". Papalia disse "Mi hanno detto di fare questo nome". Non specificò chi suggerì questa sigla.....

ADR : In effetti Carmine e Peppe De Stefano dopo la morte del padre, a partire dal 1986/87, stavano più a Milano – con i Papalia e Coco Trovato – che a Reggio Calabria.

ADR : Ricordo che avevamo stretti rapporti anche con i pugliesi e in particolare con il gruppo Anacondia. Ricordo questa stretta frequentazione e alleanza a partire dalla fine degli anni 80'......

ADR : Ho assistito ad una visita fatta, intorno al 1989/90, dai Servizi Segreti a Domenico Paviglianiti a casa sua a Reggio Calabria San Lorenzo. Vidi arrivare queste persone distinte a bordo di una Uno . Non presenziai all'incontro. Quando se ne andarono chiesi a Paviglianiti chi fossero. Mi disse che erano gente dei Servizi mandata da Don Mico Libri. Gli avevano proposto di fare da confidenti in cambio di un aiuto che avrebbe avuto sui processi. Posso anche dire che Barbaro Francesco ha ammesso di avere contatti con i Servizi nel carcere dell'Aquila. Insomma era una cosa assai diffusa nella 'ndrangheta quella di avere rapporti con i Servizi Segreti....omissis"

Lo stesso Antonio Papalia, persona non istruita e non in grado di escogitare un nome come Falange Armata, aveva detto che gli avevano detto "di fare questo nome". Dal tenore delle dichiarazioni di Cuzzola e di Foschini, si evince che, seppure il Papalia avesse un proprio interesse a depistare le indagini e a confondere le acque, il suggerimento e, soprattutto, il modo con il quale il suggerimento era stato dato e supinamente accettato (...mi hanno detto di fare questo nome... ) davano conto di uno specifico e convergente interesse dei suggeritori a propalare e diffondere la sigla in questione come collegata ad una campagna terroristica che si andava avviando e di una sorta di subalternità dei Papalia ai suggeritori.

Ancor più inquietante è collegare Falange ai servizi deviati e, in particolare, ad una frangia della 7 Divisione del Sismi, era quella che aveva rapporti operativi con Gladio e, quindi, con Stay Behind. Agli atti dell'inchiesta "Ndrangheta stragista" c'è la deposizione resa dall'ex Ambasciatore Paolo Fulci che era stato, dopo una lunga e brillante carriera in diplomazia, Segretario Generale del Cesis – organismo di controllo e coordinamento dei due servizi d'informazione "operativi" dell'epoca ( il Sisde ed il Sismi ) - fra il Maggio 1991 e l'Aprile del 1993 e poi, dalla DNA. Poi veniva acquisito un articolato carteggio, composto da informative della Digos e documenti forniti alla AG dai servizi d'informazione e dal Cesis, che riguardano il medesimo oggetto.

Fulci, come risulta dall'ampio carteggio in atti, poco dopo avere informato ( in modo non dettagliato) il Comandante dell'Arma dei carabinieri dell'epoca e, ben più sommariamente, i suoi referenti politici – vale a dire i Presidenti del Consiglio in carica e quelli che gli avevano dato il mandato ( il Presidente Andreotti con l'avallo dell'allora Presidente della Repubblica Cossiga ) dopo che nell'Aprile 1993 lasciò l'incarico si recò a svolgere funzioni diplomatiche oltre-oceano. Vennero sentiti, il suo capo-gabinetto – Generale Nicola Russo – e altri collaboratori, dalla Digos di Roma su delega della locale Procura.

In buona sostanza, da quelle escussioni, emerse che il Fulci, dopo accertamenti interni fatti svolgere da personale di sua fiducia, avesse richiesto, al Comandante Generale dei CC, di dare impulso ad attività d'indagine su circa 15 funzionari del Sismi, che prestavano servizio presso il nucleo OSSI, una sorta di gruppo di elite della 7^ Divisione del Sismi, in quanto a suo giudizio probabili o possibili appartenenti alla sedicente Falange Armata (che pure aveva minacciato il Fulci ) sorta di struttura occulta dei servizi deviati che svolgeva una campagna di "intossicazione", disinformazione e aggressione ad esponenti istituzionali, che si poneva in continuità con la politica piduista dei vecchi apparati Sid/Sifar.

Il Generale Russo, in particolare – che in tutta evidenza non aveva partecipato alle attività di accertamento in questione, promosse da Fulci – in via generale, nel corso della escussione del 3.7.1993 alla Digos di Roma, ribadiva che il Fulci legava le attività di minaccia, rivendicazione ed intimidazione della Falange, al tentativo di infangare e intimorire tutti i soggetti di rilievo istituzionale o pubblico che avevano evidenziato perplessità sulla cd Operazione Gladio individuando, anche legami fra, questa e la P2.

Fulci riferirà di avere svolto interamente la sua carriera – fino al momento della nomina al Cesis – in diplomazia, dove da ultimo, prima era stato ambasciatore in Canada e, poi, rappresentante italiano presso il Consiglio Atlantico (dove erano rappresntati tutti i paesi Nato ; che nel contesto di tale incarico, dopo che Andreotti nell'autunno 1990 aveva confermato l'esistenza di Gladio, aveva brillantemente ricucito lo strappo fra il nostro paese e i partners atlantici, causato proprio dalla pubblica ammissione dell'esistenza della struttura, riuscendo ad ottenere una non-smentita delle dichiarazioni di Andreotti da parte della Nato; he a seguito di ciò venne contattato dall'allora Presidente Cossiga, che gli rappresentava che lui era pienamente d'accordo con Andreotti che lo voleva nominare a capo del Cesis; che dopo qualche riluttanza accettò la nomina; che senza ancora che la sua nomina avesse avuto una qualche risonanza mediatica ( in realtà, anche in seguito ne ebbe poca) mentre occupava ancora il suo vecchio incarico diplomatico, ebbe a ricevere la prime minacce Falange Armata; che tale attività intimidatoria nei suoi confronti ebbe a proseguire. Inoltre nei primi mesi si accorse che all'interno dell'abitazione dei servizi che lo ospitava a Roma era intercettato da impianti e microspie di tipo ambientale che avevano lasciato gli stessi servizi (Sismi) nonostante avesse chiesto una bonifica; che la sua gestione si caratterizzò per particolare rigore in quanto per la prima volta utilizzò i poteri del segretario generale di Cesis che permettono di bloccare nomine e promozioni dei servizi e soprattutto di bloccare fondi, cosa che fece in modo puntuale e sollecito; che continuando le minacce nei suoi confronti e imperversando, comunque, le minacce, le rivendicazioni e l'inquinamento informativo da parte di Falange Armata, delegò un suo dirigente di massima fiducia, il De Luca (deceduto) a svolgere penetranti accertamenti sulla provenineza di tali rivendicazioni/minacce Falange Armata; che all'esito di tali indagini svolte sui tabulati che tracciavano la cella di provenienza delle telefonate Falangiste, De Luca gli presentò due lucidi che contenevano due mappe d'Italia. In una erano localizzate le celle di provenienza delle minacce falangiste e nell'altra i luoghi d'incontro e le sedi periferiche ove operava il Sismi; che effettivamente aveva segnalato al Comandante Generale dei CC la vicenda in questione evidenziando che sulla base degli accertamenti svolti dal suo staff i soggetti che, all'interno del Sismi, potevano avere maggiore collegamento con le attività falangiste erano quelli inseriti nel Nucleo OSSI della Settima divisione del Sismi.

Un dato di evidente interesse e di significato indiziario univoco è dato dalla circostanza che Fulci ebbe a ricevere le prime minacce Falange Armate nel Maggio 1991 quando ancora non solo non aveva preso servizio al Cesis, ma neppure era nota al pubblico la nomina. Evidente che solo un soggetto che avesse un qualche interesse a fare la minaccia e, al contempo, avesse l'informazione della nomina di Fulci, poteva essere l'ignoto falangista. Il filone investigativo sul Sismi consente di precisare che la struttura deviata si annidava all'interno della 7^ Divisione (sciolta nel 1993) del Sismi. Si trattava della Divisione che si occupava di Gladio e che, non diversamente dalle mafie, vedeva messa in discussione la sua mission nel nuovo periodo storico che si andava ad aprire nei primi anni 90. Non sappiamo chi, all'interno di tale divisione abbia in concreto operato a tale fine, ma le tracce processuali che si aveva il dovere di seguire portano fino a quella porta. Questi soggetti, legati alle vecchie strutture dei servizi in mano a Licio Gelli, che non a caso tutelavano, concordavano – fra il 1990 ed il 1991 – con le principali mafie, Cosa Nostra e 'Ndrangheta l'utilizzazione della sigla falange Armata nella rivendicazione di efferati delitti e stragi.

Negli anni successivi, ci sarebbero stati sia le stragi che le rivendicazioni. Il contatto e l'accordo in questione era parallelo a quello politico che vedeva, ancora una volta, protagonisti Gelli e le mafie, nel lancio delle cd liste autonomiste ed andava oltre.

Con riferimento agli attentati ai Carabinieri sul suolo calabrese, uno degli esecutori materiali, Consolato Villani, avrebbe ricevuto dal complice Giuseppe Calabrò l'incarico di rivendicare gli atti contro i militari dell'Arma per darne una coloritura di tipo terroristico.

Una traccia di rilievo che consentiva di chiudere il cerchio e collegare gli assalti ai carabinieri, non solo alla strategia delle stragi continentali eseguite dai Graviano, ma più complessivamente alla strategia delle rivendicazioni falangiste, iniziate, a livello nazionale, proprio con il delitto Mormile commesso, non a caso, dalla cosca dei Papalia-Coco Trovato che era anche quella che, più delle altre spingeva, per appoggiare la strategia stragista di Cosa proveniva da scrupolosi accertamenti svolti nell'ambito dell'inchiesta. Almeno tre rivendicazioni erano state effettuate in occasione degli attacchi ai carabinieri del periodo dicembre 1993 – febbraio 1994 a Reggio Calabria. In particolare: una rivendicazione telefonica pervenuta ai CC di Scilla in data 20.1.1994 ( in cui il telefonista prometteva altri agguati); una ulteriore rivendicazione telefonica ai CC del Rione Modena di RC in cui si parlava di fare "una strage" ; infine quella più significativa, a firma Falange Armata, inviata con missiva scritta con normografo ai CC di Polistena. Particolarmente di rilievo in quanto non solo, per l'appunto, vi era la rivendicazione Falngista ma perché inviata presso una Stazione dei CC che si trovava nella giurisdizione della 'Ndrangheta tirrenica che tanta parte aveva avuto nelle oscure vicende oggetto dell'inchiesta.

In particolare, con riferimento a quest'ultima, si trattava di una lettera inviata tramite servizio postale ai Carabinieri della Stazione CC di Polistena (spedita da Polistena il 2.2.1994 e pervenuta in data 4.2.1994) e firmata "Falange Armata", in cui si esprimeva compiacimento per la morte dei due carabinieri e si auspicava che la stessa fine potessero fare tutti i militari in servizio presso la citata Stazione. Si riporta il testo della missiva: "Quanto ci siamo divertiti per la morte dei due carabinieri bastardi uccisi sull'autostrada è un inizio di una lunga serie e mi auguro che a Polistena facciate tutti la stessa fine cornuti e bastardi e figli di gran puttana".