Dossier
 

Il pentito Agresta: “Antonio Cordì e Pietro Criaco gli assassini di Massimiliano Carbone”

carbonemassimiliano600buonadi Angela Panzera - "Antonio Cataldo mi ha parlato anche dell'omicidio di tale Massimiliano Carbone che stando al suo racconto aveva avuto una relazione con una donna che interessava ai Cordì; mi disse che a sparare erano stati Antonio Cordì e Pietro Criaco. Preciso che forse mi disse soltanto il nome Massimiliano, tornava da una partita di calcetto, lui lo diceva per criticare i Cordì che se la prendevano anche con persone comuni".

È il 14 gennaio scorso. Uffici della Direzione distrettuale antimafia di Torino. Davanti ai magistrati reggini c'è Domenico Agresta, il giovane, classe 1988, è un neo-collaboratore di giustizia. Il nipote del boss Pasqualino Marando, ucciso agli inizi del 2000, è un vero e proprio asso nella manica per le Dda di Reggio Calabria e Torino. Domenico Agresta, 28 anni, è nato a Locri, ma prima di finire in galera da anni era residente a Volpiano, nel torinese; "Mico McDonald" è il suo soprannome e non perché ami cenare nei fast food, ma per la sua stazza fisica che associata a quella criminale gli ha permesso, seppur giovane, di conquistarsi un ruolo di primo piano nella 'ndrangheta che dalla Locride ha messo sotto scacco il Piemonte. "Mico McDonald" sarebbe entrato nel mondo della 'ndrangheta quando aveva solo 20 anni. Nell'ottobre del 2008 a Borgiallo, piccolissimo comune del Canavese, si consuma una vera e propria esecuzione. Agresta avrebbe sparato un colpo alla nuca di Giuseppe Trapasso, 23 anni all'epoca, piastrellista di San Benigno. Prima lo avrebbe attirato in una trappola, poi lo avrebbe ucciso.

Un complice avrebbe bruciato l'auto con il corpo dentro per cancellare le prove.

Nei mesi scorsi "McDonald" ha vuotato il sacco e il suo legame con la terra natia appare ancora saldo e recentemente le sue dichiarazioni, in riferimento all'uccisione dello zio Pasqualino, sono state rese pubbliche. Ma è negli agli atti a corredo dell'inchiesta dei Carabinieri "Mandamento Jonico"- compiuta nelle settimane scorse contro le famiglie mafiose più importanti della Locride- che adesso vengono rese note gran parte delle sue dichiarazioni riguardanti non solo le dinamiche criminali e omicidiarie delle cosche attive di Platì, suo paese d'origine, ma anche tutte le notizie in suo possesso, frutto di confidenze, apprese nel suo periodo di detenzione. Stando al suo racconto Agresta in galera sarebbe stato a contatto con i principali esponenti della 'ndrangheta calabresi e tra questi i membri della famiglia Cataldo, storica cosca di Locri. Qui, sempre secondo quanto messo a verbale con gli inquirenti, Agresta avrebbe appreso direttamente dalla bocca di Antonio Cataldo, il contesto e gli autori- stando al verbale steso con la Dda- dell' omicidio di Massimiliano Carbone, il giovane locrese morto il 24 settembre del 2004 dopo una settimana di agonia. Le indagini sul suo omicidio, fino a queste dichiarazioni, non hanno portato all'individuazione di un mandante e di un esecutore materiale. Per anni il fascicolo sulla sua morte ha subito "rimpalli" tra la Procura di Locri e la Dda reggina. Adesso il "pentito" Agresta riaccende i riflettori sull'omicidio del giovane freddato nei pressi della sua abitazione mentre stava facendo rientro, insieme al fratello, proprio da una partita di calcetto.

La madre, Liliana Carbone, si batte in ogni sede e in ogni luogo, affinché la giustizia faccia il suo corso e da anni non esita a dire che dietro la morte del figlio potrebbe nascondersi la vendetta vigliacca della cosca Cordì. Le parole di "Mico McDonald" quindi si incastrano con le voci che da anni delineano lo scenario in cui è maturato il delitto di Massimiliano Carbone che, secondo il collaboratore di giustizia, quindi sarebbe stato freddato da Antonio Cordì, rampollo dell'omonima cosca, e Pietro Criaco alias l' "africoto". Quest'ultimo venne arrestato, dopo otto anni di latitanza, nel 2008 proprio ad Africo. Tentò di fuggire al blitz degli uomini della Squadra Mobile e del Commissariato di Bovalino, all'epoca diretto da Fabio Catalano attuale capo della Squadra Mobile di Cosenza, in un rocambolesco tentativo di fuga sui tetti delle case di Africo mentre si trovava ancora in pigiama. Un tentativo vano che lo spedì dritto in cella. Il suo nome è conosciuto in tutta la Locride; negli ultimi anni è stato associato a quello del fratello Gioacchino, scrittore e autore del libro "Anime nere" che ha avuto una rappresentazione nell'omonimo film di Francesco Munzi, ma Pietro Criaco per il mondo della 'ndrangheta è "il boss che baciava i cadaveri". Classe 1972, Criaco, per come emerge dalle risultanze del processo "Primavera", si era avvicinato ai contesti mafiosi già nel 1993 in seguito all'omicidio del padre Domenico. Pare sia entrato in contatto, all'inizio, con il boss Giuseppe Morabito, alias "u tiradritto", ma quest'ultimo "rifiutò" il suo ingresso nella 'ndrangheta. Ed ecco allora che fu preso sotto l'ala protettrice di un altro vertice delle 'ndrine della Locride, ossia Cosimo Cordì anche lui ucciso in un agguato mafioso nel periodo in cui la sua 'ndrina era impegnata nella faida con la cosca rivale dei Cataldo. Cosi Cordì, fratello del boss Domenico- freddato nella famosa strage di Piazza Mercato- aveva ereditato la guida della 'ndrina. Cordì venne ammazzato il 13 ottobre del 1997 e, secondo le cronache dell'epoca, il giovane Criaco si fece largo tra la folla, raggiunse il cadavere, si chinò e lo baciò. Come scriveva Giovanni Bianconi, giornalista di punta prima de "La Stampa" e poi inviato del "Corriere della Sera", «quel morto ammazzato da una scarica di pallettoni che gli aveva quasi staccato la testa era il suo "padrino", l' uomo che l' aveva preso con sé dopo che il giovane Criaco da Africo aveva chiesto invano a Peppe Morabito detto "Tiradritto", capoclan del paese, di vendicare suo padre Domenico, assassinato nel 1993».

Nel 1997 Criaco viene inserito nell'elenco dei 30 latitanti più ricercati d'Italia. Nel 2000 si conclude il processo "Primavera", scaturito dall'omonima operazione delle forze dell'ordine dove viene condannato a 19 anni di carcere per associazione mafiosa, omicidio ed estorsione e subito dopo l'arresto viene spedito al 41 bis, il regime del cosiddetto "carcere duro". Adesso il nome dell' "africoto" torna sulla scena della 'ndrangheta della Locride attraverso proprio le parole del "pentito" Agresta. E ancora una volta il suo nome viene associato ai Cordì e a fatti di sangue. Al momento non si conoscono le intenzioni della Dda in merito alle dichiarazioni di "Mico McDonald" che dichiara, di aver appreso, da Antonio Cataldo che ad aver sparato al giovane Carbone sarebbero stati Antonio Cordì e Criaco. Ma sta di fatto che questo verbale potrebbe rappresentare una "svolta" nell'indagine sul delitto del giovane locrese.