Dossier
 

I principali appalti di Locri nelle mani della 'ndrangheta

locritribinale600di Angela Panzera - Dal polo archeologico di Locri Epizephiri al ripristino e sistemazione della rete idrica a Natile, dalla risistemazione della tratta ferroviaria a Condofuri, all'adeguamento della statale 12, per poi passare dalla costruzione del collettore fognario in diversi paesi alla realizzazione del centro di solidarietà Santa Marta della Diocesi Vescovile di Locri-Gerace. Sono decine gli appalti e le opere su cui i clan della Locride avevano diramato i propri tentacoli. Tutto questo emerge dall'operazione "Mandamento jonico", compiuta stamani dai Carabinieri del Ros centrale e dai militari del comando provinciale di Reggio Calabria retto dal colonello Giancarlo Scafuri. Su ordine dei sostituti procuratori, Antonio De Bernardo, Simona Ferraiuolo e Francesco Tedesco sono state fermate 116 persone. Stando alle carte dell'inchiesta non c'è cantiere su cui i clan non siano intervenuti, condizionando i soggetti che partecipavano i bandi, raggiungendo accordi preventivi o attraverso ditte intestate a prestanome. Ma ce ne sono due in particolare che hanno destato l'attenzione degli inquirenti. Si tratta dell'appalto relativo al nuovo Palazzo di giustizia di Locri e quello delle nuove sedi dell'Istituto d'Arte ed Alberghiero sempre ubicate a Locri. L'edilizia scolastica è sempre stata al centro della diatriba fra i clan Cordì e Cataldo, ma dopo il raggiungimento della pax mafiosa con la classica regola della spartizione degli appalti le 'ndrine gestivano di volta in volta i vari bandi di edilizia pubblica e tra questa anche quella scolastica, così come recentemente emerso dall'indagine "Euroscuola" messa a segno sempre dai Carabinieri reggini. L'appalto del nuovo palazzo di giustizia superava i dodici milioni di euro. Il progetto è stato aggiudicato con delibera del Consiglio comunale di Locri datata il 30.05.2001 e finanziato con fondi del Ministero, della Regione Calabria e del Comune di Locri. Già la Prefettura reggina nel luglio del 2006 aveva bloccato, con decreto, la procedura di aggiudicazione dell'appalto poiché era emerso "il concreto il rischio di condizionamento e d'infiltrazione mafiosa". E dopo oltre dieci anni nulla è cambiato a quanto pare.

La 'ndrangheta quindi è sempre apparsa sullo sfondo della gara d'appalto del nuovo palazzo di giustizia: quello che invece, doveva essere il simbolo per eccellenza della riaffermazione della legalità sul territorio

"Le numerose attività intercettive sono incentrate prevalentemente- è scritto nel decreto di fermo emesso oggi dalla Dda dello Stretto- sull'infiltrazione nell'esecuzione dell'opera da parte della famiglia Orlando di Locri (e non solo) - espressione sul territorio della cosca Cordì - alla quale risulta legata da affinità di parentela per il tramite di Massimo Orlando - che rappresenta uno dei principali soggetti coinvolti nelle investigazioni". Anche le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, forniranno una prima ed importante base di partenza riconducendo l'operato imprenditoriale della famiglia Orlando agli interessi

criminali nutriti dalla cosca Cordì nello specifico settore economico.

Ma a fungere da collante tra la rappresentazione dei fatti emersa dalle prime intercettazioni e

quella, ritenuta "fuorviante" dagli investigatori, risultante agli atti della stazione appaltante contribuisce l'attività di acquisizione documentale, integrata dall'escussione ì figure cardine in ordine alla

conduzione dell'appalto, come il direttore dei lavori D.S. e il responsabile unico del procedimento F.V; acquisendo le testimonianze dei due professionisti e tutto il carteggio relativo all'impianto la Dda è riuscita a comprendere come, al di là dell'effettiva titolarità dell'appalto assunto dalla ditta aggiudicatrice, di fatto c'era una galassia di imprese che lavorava alla realizzazione del nuovo Tribunale, molte elle quali appannaggio delle cose. Se la 'ndrangheta non poteva entrare dalla porta, a "causa" delle disposizioni impartite dalla Prefettura in tema di interdittive antimafia, decideva quindi di entrare dalla "finestra" con aziende e società che comunque arrivavano a lavorare per la realizzazione dell'opera, magari in subappalto con il conseguimento arricchimento illecito dell'organizzazione mafiosa. È come quanto avvenuto alla ditta Capparelli che di fastto si "serviva" dell'impresa riconducibile agli Orlando, ritenuti vicino alla cosca Cordì.

"La filiera di intercettazioni (corroborata da accertamenti cartacei)- è scritto nelle carte dell'inchiesta "Mandamento jonico"- rovescerà la situazione dei fatti rappresentata da Caparelli, facendo emergere, invece, fitti e costanti rapporti da questi intrattenuti con Massimo Orlando in ordine alla realizzazione del nuovo Palazzo di Giustizia, riconducibili ad una vera e propria collaborazione "imprenditoriale",

che risulterà quantificabile in relazione all'esecuzione di una buona parte dei lavori da

parte di quest'ultimo (...). La EDIL MASTER S.A.S. DI ORLANDO

MASSIMO & C. [volutamente], chiosano i pm, non era stata mai sottoposta ad "informativa" Antimafia,

specificamente richiesta nel bando di appalto stipulato da Caparelli". Il gioco insomma era fatto. Stessa cosa per i lavori realizzati dalla ditta riconducibile ad Lina Ursini, ma di fatto, secondo gli inquirenti gestita dal figlio Gianluca Scali, ritenuto vicino alle 'ndrine locridee.

Quando la 'ndrangheta però non riesce ad infiltrarsi negli appalti pubblici ricorre, storia insegna, al vecchio "metodo" delle richieste estorsive. Il vecchio "pizzo" in buona sostanza. Stando al decreto di fermo i fratelli Antonio e Francesco CATALDO avrebbero estorto del denaro alla ditta "Scali srl", appaltatrice dei lavori per la realizzazione dell'ostello della gioventù di Locri. Il progetto, finanziato attraverso il PON Sicurezza, doveva essere realizzato su una superficie confiscata proprio al clan CATALDO. L'immobile sorge sulla via Garibaldi di Locri lungo la quale sono ubicate le abitazioni dei fratelli Antonio e Francesco Cataldo, ritenuti dall'Antimafia elementi di vertice dell'omonima cosca di 'ndrangheta. In merito alla realizzazione dell'opera, il 28 gennaio del veniva registrata una conversazione ambientale che avrebbe svelato alcuni retroscena circa il ruolo ricoperto da Francesco Cataldo nelle attività di costruzione dell'infrastruttura. In particolare emergeva dalle rivelazioni dei dialoganti un'attività estorsiva posta in essere dal "Professore" nei confronti della "SCALI s.r.l." impresa aggiudicataria dei lavori. Protagonisti della conversazione in argomento erano Antonio Cataldo, alias "Papuzzella", sua moglie Annamaria Pittelli, il cognato Giuseppe Pittelli, e la zia Teresa Rodi, quest'ultima vedova del capocosca Giuseppe Cataldo detto "Don Pepè". Era proprio la zia Rodiche "non si capacitava del fatto che l'ostello era stato realizzato sull'immobile confiscato ai Cataldo: «... non si è mai sentito in tutta la Calabria che hanno buttato una casa... si, proprio ... io non so come hanno fatto a buttare quella vostra Totò ...» e a riguardo incitava il nipote Antonio "Papuzzella" a farsi restituire, quantomeno, il corrispettivo del valore del terreno, visto che era stato lecitamente acquistato da sua madre Paola Paola. «... Però il terreno era di tua mamma ... eh se avevate i soldi di andare ... incompr ... e li dovevano dare i soldi del terreno ... i soldi della terra glieli dovevano dare ... incompr... lo devono pagare. Lì era Parrotta Paola e non Nicola Cataldo ...».

Teresa Rodi, che ben conoscendo le dinamiche criminali della propria famiglia, intuiva che la ragione della passività del "Professore" era da ricondursi al soddisfacimento di un tornaconto personale, che si era tradotto in una richiesta estorsiva, «... la mazzetta ...», nei confronti della ditta appaltatrice «... Perché si prendevano ... si è preso la mazzetta dei lavori che hanno fatto ... questo gli dovete ... gli deve dire a suo fratello (si riferisce a Cataldo Antonio, ndr) ... si è preso la mazzetta, perché si è preso la mazzetta del lavoro, ecco perché non ha voluto ...»".

Le due donne quindi convenivano che alla base della superficialità dei due fratelli nell'affrontare la questione dell'ostello, c'era stata sicuramente l'imposizione di una "mazzetta". E per la Dda avevano ragione. Anzi per la precisione " i fratelli Cataldo" avevano ricevuto dall'impresa aggiudicatrice dei lavori per la realizzazione dell'Ostello della Gioventù - la SCALI s.r.l. - una somma ammontante tra gli ottanta e i centomila euro come "pizzo" dovuto ai referenti mafiosi della zona". Quel luogo che doveva essere la riaffermazione dello Stato sul territorio, considerato che l'immobile era stato proprio confiscato alla cosca, è finito per essere, ancora una volta, centrale nel business della consorteria.