Dossier
 

“Don Nuccio Cannizzaro e le ampie e inquietanti relazioni massoniche”

donnuccio cannizzaro600di Angela Panzera - «Il Tribunale ha omesso di considerare come proprio Crucitti fosse intervenuto per osteggiare lo sviluppo dell'associazione che vedeva tra i suoi fondatori il "ribelle" Tiberio Bentivoglio e che tale atteggiamento aveva oggettivamente favorito l'associazione di ispirazione parrocchiale gestita dal Cannizzaro. Peraltro, siffatta associazione si inseriva nel contesto di più ampie ed inquietanti relazioni di tipo massonico, mantenute dal prelato, in uno con i rapporti coltivati con vari esponenti di massimo rilievo istituzionale che facevano di don Nuccio Cannizzaro una delle espressione dei poteri sociali dominanti in città».

È il pm antimafia Stefano Musolino a scrivere così nei motivi di appello della sentenza, emessa il 15 luglio del 2014, dal Collegio presieduto da Andrea Esposito. Un appello che arriva a quasi tre anni di distanza dalla decisione del Tribunale che però ha depositato le proprie motivazioni il 21 dicembre del 2016 registrando, in negativo, un vero "record" considerato non solo che il processo riguardava accuse inerenti la criminalità organizzata, ma anche per il numero "esiguo" di imputati. Il Tribunale reggino è infatti, ben abituato alla trattazione di maxiprocessi antimafia con alla sbarra decine e decine di imputati. Ma questa è un'altra storia. Per il pm titolare del processo "Raccordo Sistema" «il giudicante ha, deliberatamente, scelto di non affrontare il giudizio di responsabilità degli imputati, prendendo posizione sull'impostazione accusatoria, proposta da questo Ufficio». Il Collegio, nonostante le dure richieste di condanna invocate dalla Dda, ha dichiarato prescritto il reato per il parroco di Condera, don Nuccio Cannizzaro, accusato dall'Antimafia di false dichiarazioni al difensore: troppo il tempo trascorso tra il momento in cui il prete avrebbe commesso il reato e i tempi con cui la giustizia reggina sarà in grado di portarlo a processo e giudicarlo. Nel complesso è totalmente crollato l'impianto del processo "Raccordo-Sistema" che vedeva alla sbarra presunti affiliati e concorrenti esterni della cosca Crucitti, operante proprio nel territorio di Condera-Pietrastorta. All'esito del lungo dibattimento è stato però condannato a 4 anni, quello che per la Dda era da ritenere un boss, Santo Crucitti, che sarebbe stato il capo locale della zona: per lui, però, è stata ordinata l'immediata scarcerazione, vista l'assoluzione per il reato di associazione per delinquere di stampo mafioso. Quattro anni sono state inflitti anche ad Antonio Gennaro Crucitti, nipote di Santo Crucitti, ed anche per lui è caduta l'accusa di 'ndrangheta. Assoluzione anche per Francesco Gullì, il direttore di banca accusato di concorso esterno in associazione mafiosa per essersi prestato al volere della 'ndrangheta mentre due sono stati gli anni inflitti a Loredana Barchetta, ma per l'imputata è stata esclusa l'aggravante mafiosa. Sono fioccate anche assoluzioni per Nicola Pellicanò e i tre presunti affiliati alla cosca Tegano, Michele Crudo, Carmine e Domenico Polimeni. Dichiarato prescritto, insieme a quello di don Nuccio, anche il reato contestato a Consolato Marcianò, accusato della stessa accusa rivolta al sacerdote.

«La motivazione del provvedimento non ha tenuto in nessun conto l'impostazione accusatoria di questo Ufficio. Piuttosto, in taluni passaggi motivazionali- scrive il pm Musolino nell'atto d'Appello- il Tribunale ha preferito confrontarsi con quella che era l'ipotesi investigativa proposta dagli inquirenti nel corso delle loro dichiarazioni testimoniali, anestetizzando così la paziente attività di ricostruzione dei fatti proposta dal Pubblico Ministero che, pur muovendo dall'impostazione accusatoria proposta dalla polizia giudiziaria nel corso dell'indagine, l'aveva superata, all'esito del confronto con lo sforzo a confutazione proposto dalla difesa, per giungere ad una ricostruzione dei fatti che, anche all'esito del citato contraddittorio, continuava a dimostrare la responsabilità penale degli imputati. Ma quello della Pubblica Accusa è stato uno sforzo vano; e non già perché il Tribunale non ne sia rimasto persuaso, ma piuttosto perché il Tribunale lo ha indebitamente ignorato». Addirittura nelle motivazioni della sentenza poi, il pm non le manda a dire al Collegio di primo grado che «ha motivato, alle pagine 453 e 454 della sentenza, sulle ragioni che imporrebbero l'assoluzione di soggetti non imputati nel presente procedimento: Aurora, Minniti e Suraci dal delitto di bancarotta, (non si è trattato di un refuso, i succinti argomenti spesi si attagliano perfettamente, benché maldestramente alle condotte accertate in capo ai tre che, infatti, sono menzionati ben due volte quali oggetto della predetta valutazione, nei passaggi della motivazione segnalati). Orbene, chiosa il pm, i tre non erano imputati nel presente giudizio, ma in quello celebrato con il rito abbreviato, laddove sono stati condannati in primo e secondo grado. Ebbene, poche pagine prima di tali conclusioni, il collegio si era profuso in più consistenti argomenti per affermare la responsabile penale dell'amministratore di diritto: Loredana Barchetta, per avere omesso di effettuare i doverosi controlli sulle condotte degli amministratori di fatto indicati in: Suraci, Aurora e Minniti. Insomma, la confusione e contraddizione motivazionale è la cartina al tornasole dell'approssimazione con cui il collegio si è misurato con i temi di prova proposti». Due anni e mezzo per redigere le motivazioni che tra l'altro risultano essere anche errate in una parte considerato quindi, che alcuni soggetti menzionati, e giudicati nel merito, tra gli imputati del dibattimento erano appunto imputati nel troncone abbreviato.

Nelle quaranta pagine dei motivi d'appello quindi l'accusa si rivolge ai giudici di secondo grado e spiega i motivi secondo i quali la decisione sancita dal Tribunale reggino deve essere totalmente ribaltata soprattutto per quanto riguarda le assoluzioni in merito ai reati di associazione mafiosa e al reato contestato a Don Nuccio Cannizzaro. La Dda accusa il prete del reato di false dichiarazioni al difensore rese nell'ambito del procedimento "Pietrastorta". Protagonista della storia anche il commerciante Tiberio Bentivoglio, che negli anni ha subito diverse intimidazioni e minacce, ma anche un agguato da cui si salverà miracolosamente. I fatti riguardano il periodo in cui Bentivoglio, con altri soci, decide di voler dar vita a un'associazione no-profit per l'organizzazione di eventi a Condera e Pietrastorta, la "Harmos". Don Nuccio, infatti, oltre a essere il cerimoniere dell'allora Arcivescovo, Vittorio Mondello, oltre a essere il cappellano dei Vigili Urbani, è anche il parroco della chiesa di Condera. Bentivoglio avrebbe cercato di coinvolgerlo nel progetto, ricevendo, però, un diniego. Si sarebbe rivolto poi a Consolato Marcianò per avere i locali che avrebbero dovuto ospitare la sede dell'associazione. Ma Marcianò, imputato del medesimo reato di don Nuccio Cannizzaro, sarebbe stato avvicinato dal boss di Condera-Pietrastorta, Santo Crucitti, che avrebbe posto il proprio veto all'iniziativa. «È evidente- scrive il pm nell'atto d'appello- come le false dichiarazioni volte ad agevolare il Crucitti, siano state l'esito del patto sinallagmatico concluso con questi che aveva anestetizzato con metodo mafioso le possibilità d crescita e sviluppo dell'associazione fondata dal Bentivoglio, agevolando il dominio culturale e degli interventi sociali di quella riferibile al prelato che aveva avuto così garantito il suo ruolo dominante sul quartiere di cui intendeva mantenere il ruolo sostanziale di referente sociale, in concorrenza con quello del Crucitti e degli altri esponenti di spicco della 'ndrangheta che lo presidiavano. In sostanza, nelle condotte poste in essere dai due vi era la necessitò di mantenere lo status quo messo in pericolo dalle iniziative del Bentivoglio, per le comuni finalità di garanzia del sistema di potere dominante, in cui entrambi avevano un ruolo di rilievo. Ma nulla si leggerà in proposito nella sentenza impugnata che, ancora una volta glissava gli argomenti, scegliendo percorso motivazionali autonomi che non si sono confrontati con l'impostazione accusatoria». La Dda continua a porsi una domandaed è lo stesso pm a citare uno stralcio della propria requisitoria ossia da dove nasce «la decisione di Don Nuccio Cannizzaro in testa e di Marcianò Consolato di fare false dichiarazioni nella circostanza che è descritta in imputazione, da che cosa è determinata? Questa è la domanda che l'ufficio di Procura... a cui l'ufficio di Procura vi chiede di rispondere e l'ufficio di Procura dà una risposta. E questa risposta non può che partire da quello che è emerso essere Don Nuccio Cannizzaro, C'è qualcosa di... ma non è una battuta, eh, intendiamoci, non è una battuta, perché noi dobbiamo porci le domande, perché potrebbero essere... ci sono stati anche preti che, coraggiosamente, si sono posti in una relazione apostolica con la 'ndrangheta, che io non critico e non contesto, fa parte del loro magistero, scegliere di individuare soggetti che loro, giustamente, ritengono essere bisognosi della parola del Signore e andare là e mettersi in relazione con loro, talvolta con il rischio, in queste relazioni vischiose che la 'ndrangheta tipicamente è capace di ricostruire, di, come posso dire, eccedere o finire di sconfinare in un'ipotesi di reato. Però questa impostazione non tiene conto di chi è Don Nuccio Cannizzaro, per quello che in maniera inequivoca c'è emerso nel corso delle intercettazioni che vi abbiamo portato(...)Qui abbiamo un soggetto che, attraverso una serie di ordini stranissimi di natura... alcune intercettazioni sono inequivoche, eh?, alcune intercettazioni proprio si parla di maestri, di fratelli, si parla in termini strettamente massonici, con un gergo che è tipicamente massonico. In altre conversazioni si fa riferimento ad ordini, la cui esistenza e legittimità è messa in discussione persino all'interno della chiesa; si parla di sistemi di protezione, di ordini strani e in questo, e in questo sistema relazionale, al centro di questo sistema relazionale, Don Nuccio sistema a tutti. Cioè, abbiamo un soggetto che è al centro di una serie di relazioni, parla con tutti, politici, funzionari, parla con dirigenti delle forze dell'ordine di primissimo livello, svolgendo anche le funzioni di cappellano». La Dda continua dritta sulla propria strada: Don Nuccio «è al centro del sistema di potere che governa una comunità. Ricordatevi, e lo sapete questo per notizie giornalistiche, che nonostante tutte queste cose fossero note, l'arcivescovo che ha preceduto il precedente, è andato ai suoi 35 – 40 anni non di che cosa, di sacerdozio a Condera, di fronte a una platea grandiosa, a ringraziarlo per l'opera che ha svolto, con una platea adorante. Ma se non è un centro di potere questo, ma di che cosa stiamo parlando? Non è un centro di potere una persona che si relazione così. E allora, la risposta a quella domanda che vi dà l'ufficio di Procura è che i centri di potere si intersecano tra loro esattamente come avete visto finora, esattamente come avete visto finora. La necessità di salvaguardare, attraverso quella falsa dichiarazione, Santo Crucitti non deriva da una relazione appassionata che hanno tutti e due, non deriva da una volontà di salvare la pecorella smarrita, deriva dalla necessità di salvaguardare gli equilibri tra sistemi di potere che governano il territorio. Questa è la radicale esigenza che sta alla base della necessità di Don Nuccio Cannizzaro di tutelare lo 'ndranghetista Santo Crucitti, perché Don Nuccio Cannizzaro è là da una vita e sa esattamente chi sono le persone e si è mosso in un processo in cui quella era la questione e al centro ci stava un fatto di libertà costituzione minima: ognuno è libero di creare associazioni e di riunirsi in associazioni a piacere, anche a Condera! Ma sembra che a Condera non si possa, perché a Condera c'è un incrocio, invece, di centri di potere che devono decidere cosa si può fare e cosa non si può fare». E adesso questa domanda il pm Musolino la porge ai giudici della Corte d'Appello che quindi dovranno giudicare nuovamente gli imputati del processo "Raccordo-Sistema". Una domanda che aspetta da anni una risposta. E una risposta veloce la meritano gli imputati, la giustizia, i fedeli per anni schierati con il prete, che hanno anche organizzato una mega-festa a suon di fuochi d'artificio per la prescrizione, e no assoluzione nel merito, ma la risposta la merita soprattutto la città di Reggio Calabria.