Dossier
 

"I figli sono lo specchio della famiglia e se i figli sono bravi vuol dire che la famiglia era brava..."

intercettazioni500bisdi Angela Panzera- «Sull’inserimento di Marcello Pesce nell’associazione mafiosa non vi possono, dunque, essere dubbi». È così che gli inquirenti esordiscono negli atti dell’inchiesta “Revenge” che ieri ha portato al fermo di undici persone. Tutto nasce infatti, dalle ricerche del “ballerino”, l’unico dei fermati che sfuggì al blitz dell’operazione “All inside” e catturato dalla Polizia nel dicembre scorso. Ma se Marcello Pesce è riuscito a darsi alla macchia per sei anni è stato grazie, secondo gli inquirenti, a una fitta rete di fiancheggiatori che per mesi e mesi hanno gestito la sua latitanza. Tra questi il figlio Rocco Pesce, finito in manette ieri con l’accusa di far parte dell’omonima cosca. Per la Dda è lui il “rampollo” della ‘ndrina. «Le indagini finalizzate alla cattura del latitante- scrive il pm Luca Miceli nel decreto di fermo- erano partite dall’osservazione dei suoi più stretti congiunti come il figlio di prime nozze Rocco Pesce, classe 1988, sul presupposto che costui, in qualità di primogenito, fosse il soggetto cui spettasse il compito di gestire gli affari criminali della famiglia, laddove non poteva intervenire direttamente il padre. Rocco Pesce, infatti, dopo un periodo di soggiorno a Milano, luogo dove frequentava un corso di studi universitario, era rientrato a Rosarno dove gestiva un centro scommesse denominato “All Gaming”, ubicato a Piazza Duomo, intestato fittiziamente al cugino Angelo Tiziano Porretta. Infatti, come emerge dalle conversazioni, il giovane rampollo di casa Pesceera l’effettivo titolare della predetta agenzia di scommesse, fonte di parziale sostentamento della famiglia». Che questo centro scommesse fosse di fatto appartenente a Rocco Pesce la Dda lo desume non solo da una serie di intercettazioni telefoniche, ma anche da una serrata attività di video-sorveglianza del centro scommesse dalla quali l’Antimafia ha avuto «la conferma della costante presenza di Rocco Pesce all’interno dei locali». Ed ecco che cominciano anche ad essere analizzati i suoi dati fiscali. Stando alle carte dell’inchiesta sia Porretta che Pesce «in base alle risultanze emerse in sede di analisi della banca dati dell’agenzia dell’entrate non risultano aver dichiarato alcun reddito, dato che contribuisce a far ritenere illecita l’origine dei capitali impiegati in detta attività economica».

Oltre al reato di intestazione fittizia Rocco Pesce «evidentemente su precise disposizioni del padre, non solo aveva assunto l’incarico di sostenere economicamente la famiglia del latitante, ma anche di curare i rapporti con soggetti organici all’omonima consorteria mafiosa e con quelli inseriti nelle cosche di ‘ndrangheta operanti in località limitrofe e in altre parti del territorio nazionale». Ovviamente le sole entrate derivanti dal centro scommesse non potevano bastare a garantire il sostentamento della famiglia e, ed è per questo che Rocco Pesce è accusato di prendere parte attiva ad un’organizzazione dedita al traffico illecito di sostanze stupefacenti. In particolare, le attività investigative avrebbero fatto luce su una serie di cessioni di droga riconducibili ad una rete di narcotrafficanti operanti in prevalenza sul territorio di Padova, Cosenza, Rosarno e nella provincia di Catania. La base di partenza delle indagini era rappresentata dall’osservazione di due luoghi strategici per il gruppo criminale ossia, il predetto centro scommesse e l’azienda agricola “Le tre stagioni” all’interno della quale la Polizia effettuerà anche un sequestro di droga che per la Dda è «riferibile con certezza proprio a Rocco Pesce ed al suo gruppo da cui emergevano anche evidenti cointeressenze tra le attività dell’indagato e soggetti del vibonese». Marcello Pesce a dicembre viene arrestato e subito dopo la Dda intercetta i suoi colloqui. La paura era quella che in manette finisse proprio il figlio Rocco. “U ballerinu” si raccomandava che venisse detto a suo figlio Rocco di non farsi latore di “ambasciate” per lui da parte di nessuno, evitando di avere “rapporti” compromettenti. Pesce: «riferite a Rocco…cultura del lavoro… e stella polare l’onestà… non voglio ambasciate da nessuno e non deve avere rapporti con nessuno… che saluta a tutti». Ed ancora, chiosando sulle ragioni che gli causavano tanta ansia, Pesce poneva l’accento sull’esigenza che i suoi figli maschi non fossero colpiti da provvedimenti giudiziari, giacché ciò avrebbe potuto minare la sua linea difensiva. «Rocco deve trovare un lavoro e dimostrare al mondo che siamo una famiglia civile… perché i figli sono lo specchio della famiglia e se i figli sono bravi vuol dire che la famiglia era brava…è l’unica possibilità che ho…un giorno…quando sarò dall’altro lato…sentire parlare bene dei miei figli.. se i miei figli… specialmente i maschietti sono bravi… io ho più opportunità di uscire». Adesso sono in galera entrambi.

 

Marcello Pesce non era un boss in “sonno”. Era un capo che anche durante la latitanza dettava regole e ruoli all’interno della cosca rosarnese. Ad aiutarlo nel suo “compito” ci hanno pensato una serie di soggetti finiti ieri in manetta con l’accusa di favoreggiamento aggravato. L’inchiesta prende infatti le mosse dalle sue ricerche. Le condotte di aiuto dei presunti sodali si sono concretizzate nella messa a disposizione di quanto necessario alla protrazione dello stato della sua latitanza, alla sua assistenza morale e materiale ed alla creazione di una rete di supporto e di tutela, così come avvenuto con l’effettuazione delle “ staffette” dirette ad evitare l’intervento delle forze dell’ordine sia all’atto dei vari spostamenti del latitante e sia quando i sodali, i familiari e altri soggetti si recavano presso i vari covi. Gli arrestati inoltre sono accusati di avergli anche permesso di incontrare gli altri membri della cosca per parlare di affari. Nel dicembre scorso finisce in manette. Gli agenti della Mobile lo trovarono in un covo a due passi di Rosarno. Una volta ammanettato la Dda ha continuato a intercettarlo. E a colloquio con i familiari continuava a spiegare che mentre lui si trovava in carcere era necessario che suo figlio Rocco (finito anche lui in manette ndr) proseguisse le attività di famiglia, mostrandosi come una persona integra. Pesce: «o ho bisogno di lui [di Rocco], non voglio che gli succeda niente… qualsiasi cosa fa lui è amplificata… se lui fa una cosa normale… fatta da un altro… è fatta da un altro ma fatta da lui… Diventa… un… …. Quindi… lui deve saperlo… sarà colpa del nome… dei padri… Per questo motivo gli dico… trovati una ragazza… ma anche che convivi… per fare una prova… la sera andare a mangiare una pizza… dopo che torna da lavoro… da uno studio… dall’avvocato… torna a casa… ed avrà con chi uscire… con chi divertirsi… avrà un impegno anche mentale… io non voglio questo… voglio che lui si faccia una vita serena… perché è quello più a rischio… la verità è questa……Rocco è quello che va aiutato ed indirizzato… stella polare l’onestà… cultura del lavoro… collaborare con Zio Gianni per l’azienda per vedere che deve fare… per andare avanti l’azienda perché con quella viviamo... con il Cristal… queste cose… prendiamo qualcosa per andare avanti…io spendo poco qui… però voi dovete andare avanti… con sobrietà… modestia… civili come siete… come tutti sanno… soprattutto lui deve farsi una sua vita… onesta… non soldi facili… io non ne ho mai fatto soldi facili… anche se sono stato dipinto cosi come sono… pur troppo vi ho lasciato… non dico… poveri… ma dovete… rimboccarvi le maniche…».

Per l’Antimafia reggina però la cosca dei Pesce sarebbe una delle più potenti e ricche, altro che povertà. Un cosca che è stata capace di “sopravvivere” a faide, arresti, processi e sequestri milonari, ma che ieri ha subito un durissimo colpo da parte delle forze dell’ordine. Una ‘ndrina capace di rigenerarsi attraverso i traffici di droga: non più cocaina, ma chili di hashish e marijuana da smerciare da e per la Sicilia, nel ragusano in particolare, e nelle nuove “piazze” del cosentino il tutto in nome del Dio denaro.