Dossier
 

Così la 'ndrangheta si è infiltrata nella Leonia e nel Comune di Reggio Calabria

decariabrunobis 500di Claudio Cordova - Appositamente creata per il servizio di raccolta dei rifiuti e sin da subito attenzionata dalla 'ndrangheta reggina che, consapevole delle utilità derivanti dalla gestione del servizio, grazie all'aiuto di funzionari infedeli, riuscirà ad infiltrarsi nella società a prevalente partecipazione pubblica, controllandone la gestione e ricavando importanti proventi illeciti. I giudici del Tribunale di Reggio Calabria hanno depositato le motivazioni della sentenza che ha punito le infiltrazioni della cosca Fontana nella Leonia SpA, la società mista del Comune di Reggio Calabria attiva nella raccolta e nello smaltimento dei rifiuti. Un procedimento scaturito dall'operazione della Guardia di Finanza che, il giorno successivo allo scioglimento dell'Ente per contiguità con la 'ndrangheta, farà piazza pulita sul clan Fontana e sulla Leonia, arrestando anche l'allora direttore operativo, Bruno De Caria (nella foto). Nel luglio scorso il Tribunale ha avvalorato l'impianto portato avanti dai pm della Dda Giuseppe Lombardo e Rosario Ferracane.

Nel dettaglio, pene durissime sono state inflitte ai componenti della famiglia Fontana: 23 anni e 6 mesi sono stati inflitti al boss Giovanni Fontana, 15 anni e 6 mesi al figlio Antonino Fontana, 12 anni e 6 mesi ciascuno a Giuseppe Carmelo Fontana e Francesco Fontana, 11 anni e 10 mesi a Giandomenico Fontana. Pene severe anche per gli imputati minori: Giuseppe Palizzotto (4 anni e 6 mesi, Giuseppina Suraci (3 anni e 8 mesi), Eufemia Maria Sinicropi (2 anni e 8 mesi), Giuseppe Scaturchio (2 anni), Andrea Antonio Galimi e Giorgio Stiriti (un anno e 6 mesi), Paolo Laganà (1 anno), Loredana Falcomatà (10 mesi), Domenico Siclari (6 mesi). Ben 15 anni e 6 mesi di reclusione, invece, per l'ex direttore operativo Bruno De Caria: sarebbe stato lui l'uomo in contatto con la politica e con l'Amministrazione Comunale a consegnare la società mista del Comune alla cosca di Archi negli anni del "Modello Reggio", la stagione politica portata avanti dal centrodestra di Giuseppe Scopelliti.

Secondo la sentenza fin dal 2001 i Fontana – storico clan della periferia nord di Reggio Calabria - si sarebbero addentrati nel settore della raccolta dei rifiuti e poi all'interno della "Leonia" gestendo per anni appalti milionari. Tutto ciò sarebbe avvenuto grazie a Bruno De Caria. Per anni il clan avrebbe avuto in mano il controllo strutturale delle imprese impegnate nello specifico settore della raccolta dei rifiuti, tra le quali la società mista pubblico-privata Leonia spa, partecipata al 51% delle azioni dal Comune di Reggio Calabria.

La Leonia S.p.A. venne costituita nel 2004 a seguito di una gara ad evidenza pubblica che il Comune di Reggio Calabria, già titolare delle quote per il 51%, bandì per la selezione del socio privato di minoranza. Questo, inizialmente identificato nella società "Calabria Agenda Ambientale s.r.l." costituita tra la "Ecotherm S.p.A." di Roma e l'Ecocampania di Napoli, a seguito dell'interdittiva antimafia intervenuta per la Ecocampania, rimase rappresentato dalla sola Ecotherm che divenne così l'unico socio di minoranza della Leonia S.p.A. La decisione di assegnare ad una società mista il servizio di raccolta non era una novità elaborata nel 2004, piuttosto costituiva il risultato di una scelta già da tempo maturata dagli amministratori locali, appunto intenzionati ad intervenire con immediatezza ed efficacia in un settore, quale quello della raccolta dei rifiuti, che ormai aveva assunto delle importanti criticità. In effetti, nel 2004 la Ecotherm cedeva il passo alla Fata Morgana e diveniva, al tempo stesso, socio privato di altra società mista, la Leonia S.p.A., appositamente costituita nel 2004 per la raccolta della spazzatura "indifferenziata". Prese vita, pertanto, a Reggio Calabria una realtà imprenditoriale, a partecipazione prevalentemente pubblica, rappresentata dalla contestuale operatività di due diverse società miste: l'una, la Fata Morgana, creata con atto commissariale e destinata alla raccolta della "differenziata", l'altra, la Leonia, costituita a seguito di una procedura ad evidenza pubblica e deputata a svolgere il servizio di raccolta della "indifferenziata".

E, fin da subito, i clan alzeranno le antenne sul giro di denaro. Celeberrime ormai le intercettazioni contenute nel procedimento "Rifiuti Spa" in cui l'imprenditore mafioso Matteo Alampi e il boss Mico Libri discutono proprio del "bocconcino" costituito dalle società miste e dalla raccolta dei rifiuti. Siamo negli anni del centrosinistra di Italo Falcomatà e la 'ndrangheta già progetta i propri affari. Interesse che, molti anni dopo, con l'avvento del centrodestra, viene ulteriormente confermato, ora anche da una sentenza di primo grado: "L'attività di indagine, riferita in dibattimento dai testi operanti di P.G. e corroborata dal materiale probatorio assunto nel corso del processo ha permesso di accertare non soltanto la genesi della Leonia S.p.A. ma anche l'interessamento, diretto e immediato, della cosca di 'ndrangheta dei Fontana di Archi verso il servizio di raccolta dei rifiuti. [...] La decisione degli amministratori locali di far fronte alla situazione di emergenza creatasi nel settore della raccolta dei rifiuti per il mezzo della creazione delle società miste fu una scelta che non passò inosservata alla 'ndrangheta che, con la lungimiranza che notoriamente la caratterizza, intuiti gli importanti proventi derivanti dal controllo delle società a partecipazione pubblica, attenzionò la nuova realtà imprenditoriale appena creatasi, così predisponendo un piano di interventi volti al controllo delle citate società e all'ottenimento di illeciti introiti".

La 'ndrangheta e, nello specifico i Fontana di Archi si sarebbero dunque infiltrati nella Leonia. Le ingerenze dei clan nel settore delle società miste e della raccolta dei rifiuti saranno tra le motivazioni che porteranno il Consiglio dei Ministri a disporre lo scioglimento del Comune di Reggio Calabria per contiguità con la 'ndrangheta. E nell'inchieste Leonia, oltre alla componente mafiosa, fondamentale il ruolo dell'allora direttore operativo, proprio per questo punito severamente in primo grado: "Il compendio probatorio ha dimostrato, infatti, come la suddetta società fosse interamente sotto il controllo dei sodalizi mafiosi che, in questo caso rappresentati dalla cosca dei Fontana di Archi, grazie al prezioso contributo del sodale De Caria Bruno Maria e al ruolo apicale di direttore operativo da questo rivestito prima nella Ecotherm e poi nella Leonia, riuscivano a garantirsi il completo dominio della società partecipata e a governarne le scelte sempre indirizzate a favorire gli interessi mafiosi".

Conclusioni cui prima la Procura e poi il Tribunale giungono analizzando l'imponente quantità di intercettazioni telefoniche, in cui De Caria si relaziona costantemente con i Fontana, palesando un rapporto strettissimo e subordinato ai desiderata della 'ndrangheta: "L'esame dei dialoghi – si legge nella sentenza - consentiva agli inquirenti di constatare l'infiltrazione mafiosa dei Fontana nel settore della raccolta dei rifiuti ed evidenziavano, sin dalle prime battute, gli illeciti rapporti di cointeressenza intessuti tra i fratelli Fontana e il direttore operativo della Ecotherm, De Caria Bruno Maria, che, unito a Fontana Antonino da uno stretto legame e ben consapevole dei trascorsi giudiziari del padre Fontana Giovanni, faceva appunto sempre e solo riferimento alla famiglia del latitante e, in particolare, ai figli per l'affidamento delle commesse".

A nulla, quindi, sono valse per ora le argomentazioni difensive. De Caria ha reso interrogatorio in aula e si è anche dilungato in dichiarazioni spontanee per validare la propria versione e sostenere la bontà del proprio operato. Qualità manageriale che sosterranno anche alcuni testi della difesa, tra cui l'ex sindaco facente funzioni, Demetrio Naccari Carlizzi che, escusso in aula, ha sostenuto le capacità professionali di De Caria: "È evidente la vicinanza dimostrata dal De Caria che, in stretto rapporto con i Fontana, non disdegnava mai di manifestare rispetti e apprezzamenti vari ad ogni componente della famiglia. Numerosi sono, infatti, i passaggi intercettivi nei quali traspare in tutta evidenza il suddetto rapporto che, caratterizzato da un indissolubile legame, non può essere spiegato, contrariamente a quanto si vuol far credere, con una semplice amicizia. E che tale legame dovesse invece spiegarsi, come del resto riferito dai collaboratori di giustizia, nello stretto connubio maturato tra il direttore operativo e gli esponenti della cosca dei Fontana di Archi trova cristallina certezza in una lettera, datata 24.12.2001, estrapolata dagli investigatori tra i file memorizzati nel computer del De Caria" è scritto in sentenza.

Sul punto, però, riferiscono anche cinque collaboratori di giustizia: Consolato Villani, Antonino Lo Giudice, Roberto Moio, Mario Gennaro ed Enrico De Rosa vengono escussi nel lungo dibattimento e confermano l'esistenza e l'operatività della cosca Fontana e i suoi interessi sulla Leonia e sui rifiuti: "Esaminate la dichiarazioni dei collaboratori, si osserva come il loro racconto abbia raggiunto nel presente processo risultati probatori del tutto sorprendenti. Tanto si evidenzia alla luce di un narrato reso da ben cinque propalatori che, pur provenienti da contesti criminali di alto livello ma diversi, hanno reso una ricostruzione dei fatti assolutamente convergente in ordine a plurime circostanze. I collaboratori hanno tracciato la caratura criminale di Giovanni Fontana che, storico boss di 'ndrangheta, non solo nel passato ma anche nel presente ha proseguito la propria militanza nella consorteria omonima della quale era al vertice indiscusso. È stato chiarito che, dopo la pax mafiosa il Fontana non sia stato affatto escluso dai riequilibri criminali ma che sia stato solamente sanzionato con l'attribuzione di una limitata fetta della torta (rispetto alle copiose attività che notoriamente interessano i gruppi mafiosi) che negli anni '90 aveva riguardato le estorsioni ad Archi e che in seguito sarebbe divenuta la Leonia. Ed è questo il "territorio" riservato al Fontana e sul quale egli poteva operare".

Sì perché inizialmente, a causa di alcuni comportamenti equivoci tenuti nel corso della seconda guerra di 'ndrangheta, i Fontana vengono confinati dai grandi boss (soprattutto da Pasquale Condello, "Il Supremo") nel "cantuccio" dei rifiuti. Ben presto, però, la 'ndrangheta che conta capisce che quel "cantuccio" è molto redditizio, obbligando i Fontana a dividere la torta: "Prova ne è che la Leonia ben presto diveniva terreno fertile anche per le altre consorterie criminali che, sin dalla sua genesi con i Tegano e successivamente con i De Stefano e i Condello, si inserivano nella divisione dei proventi, seguendo una logica spartitoria criminale fatta anche di attentati e alla quale il Fontana subito si adattava" spiega la sentenza, ricordando gli attentati che interessarono, negli scorsi anni, i mezzi della Leonia.

Il rapporto privilegiato con De Caria, comunque, avrebbe permesso ai Fontana di rimanere ben introdotti nella società mista del Comune di Reggio Calabria. Ma, parimenti, più "visibili" rispetto alle altre famiglie rimaste più sottotraccia: "I collaboratori hanno tutti riferito come la Leonia si identificasse apertamente con i Fontana, che fosse una loro cosa della quale gli imputati riuscivano a disporre a piacimento, non soltanto con le fatturazioni ma anche con l'ingerenza nelle assunzioni, stabilendo chi, magari intraneo ad altri contesti malavitosi, poteva essere assunto e chi invece era poco gradito" è scritto nella sentenza.

Il passaggio alla Leonia non aveva reciso i rapporti con i Fontana che, attraverso la società SE.MA.C. s.r.l. e il costante aiuto del prezioso De Caria, proseguivano il servizio di manutenzione e sempre con le medesime modalità: "Che i teoremi degli investigatori non fossero infondati e che la Leonia fosse al centro degli appetiti della 'ndrangheta reggina trova conforto nel materiale istruttorio versato in dibattimento che dà conto non soltanto di come il settore della raccolta dei rifiuti fosse ormai divenuto "cosa" della famiglia Fontana ma di come la stessa Leonia e i proventi che derivavano dalla gestione del servizio avessero alle lunghe destato gli appetiti delle altre cosche criminali cittadine, intenzionate a non perdere terreno nella suddivisione degli enormi introiti" spiegano i giudici.

Così, dunque, la 'ndrangheta non solo si è infiltrata nella Leonia e quindi nel Comune di Reggio Calabria, ma ha anche dilapidato fondi pubblici, contribuendo quindi al disastro economico-finanziario, di cui Palazzo San Giorgio paga tuttora le conseguenze: "Il dissanguamento della società che così aveva dato nell'occhio aveva una principale matrice: la cattiva gestione del servizio di raccolta dei rifiuti e l'infiltrazione mafiosa nella Leonia che aveva assicurato alle casse della consorteria criminale dei Fontana proventi talmente esorbitanti da generare una vera e propria crisi della società costretta anche a sospendere il servizio. Se non si dubita della circostanza che la situazione deficitaria della Leonia fosse dipesa anche da altre problematiche riconducibili alla mancanza di fondi comunali da destinare al servizio, altrettanto certo è l'enorme esborso di denaro causato dall'ingerenza dei Fontana" è scritto ancora nella sentenza di primo grado.