Dossier
 

"Luciano Lo Giudice era convinto di avere in pugno le Istituzioni"

logiudiceluciano 500di Angela Panzera - «È emerso palesemente il ruolo di Luciano Lo Giudice all'interno della associazione mafiosa». A scrivere così è la Corte d'Appello reggina, presieduta da Lilia Gaeta con a latere Angelina Bandiera e Adriana Costabile (relatore), che il 18 maggio dello scorso anno ha condannato presunti boss e gregari della cosca attiva a Santa Caterina, quartiere nord della città. L'unico ad uscire indenne dalla scure dei giudici di piazza Castello è stato l'uomo che la Dda individuava con il prestanome, nonché factotum di Luciano Lo Giudice, quell'Antonino Spanò condannato in primo grado a 6 anni di reclusione. Per il resto, pur con alcune riduzioni di pena, è stato confermato l'impianto accusatorio contro la 'ndrina che per anni, secondo l'impostazione accusatoria, sarebbe stata "amica" delle Istituzioni. La Corte ha confermato la responsabilità penale per Luciano Lo Giudice, considerato la mente imprenditoriale dell'omonima cosca di 'ndrangheta. Lo Giudice è passato da una condanna a 20 anni in primo grado a una più "mite" di 13 anni e 9 mesi. Condannato a 12 anni e 4 mesi Antonio Cortese, ritenuto l'armiere del clan (18 anni in primo grado), 12 anni e 8 mesi ciascuno anche per due soggetti assai influenti all'interno della famiglia, Giuseppe Reliquato e Bruno Stilo (18 anni ciascuno in primo grado). Nove anni ciascuno, poi, per Fortunato e Salvatore Pennestrì (in primo grado condannati rispettivamente a 10 e 13 anni). "Sconti" anche per Giuseppe Lo Giudice, 3 anni e 8 mesi la condanna (7 anni in primo grado), Giuseppe Cricrì, 4 anni (riduzione di sei mesi rispetto al primo grado). Infine, 10 anni sono stati comminati per il Capitano dei Carabinieri, Saverio Spadaro Tracuzzi (14 anni e 6 mesi in primo grado), punito per i suoi rapporti proprio con Luciano Lo Giudice. Il processo "Do ut des" ha portato alla ribalta la figura di Luciano Lo Giudice, figlio del boss Peppe Lo Giudice, ucciso nel Lazio all'inizio degli anni '90, e fratello del controverso collaboratore Antonino Lo Giudice. Adesso il Collegio ha depositato le motivazioni della sentenza. L'appartenenza di Luciano Lo Giudice alla 'ndrangheta viene definita «peculiare» dai i giudici poiché il «suo ruolo associativo si distingue nettamente da quello degli altri associati; Luciano lo Giudice, infatti, non era dedito alle attività più prettamente delinquenziali che si estrinsecano in danneggiamenti, minacce, estorsioni e che venivano commessi da altri sodali ed alle quali partecipava in talune occasioni a titolo di mandante, ma piuttosto alla gestione di un cospicuo patrimonio immobiliare oltre che di avviate attività commerciali, e soprattutto alla gestione dei rapporti con le Forze dell'Ordine da cui riteneva di poter trarre vantaggi per la "famiglia" specie in un momento in cui egli appariva all'esterno con un imprenditoriale». Nel procedimento, condotto in primo grado dal pm antimafia Beatrice Ronchi (adesso in forza alla Dda di Bologna) sarebbero inoltre emersi i collegamenti istituzionali tra Luciano e i giudici Alberto Cisterna e Francesco Mollace: Saranno loro - secondo la Procura - i magistrati "amici" del clan, su cui Luciano avrebbe fatto affidamento nei momenti difficili. Secondo la magistratura, Luciano Lo Giudice, dunque, avrebbe ottenuto l'impunità grazie alle proprie amicizie "pesanti" e grazie al proprio ruolo di confidente. E la Corte d'Appello condivide in pieno l'assunto accusatorio. «Il convincimento di Luciano Lo Giudice di avere in pugno le Istituzioni- è scritto- dopo aver collaborato alla cattura di uno dei latitanti di maggior calibro, Pasquale Condello, viene colta anche dagli inquirenti nel corso di questo processo». Anche se in quegli anni non era "mafioso" però è stato provato «quale fosse la sua strategia per ottenere la necessaria tutela sempre volta ad affermare la supremazia della cosca di appartenenza rispetto alle altre consorterie del territorio».

Cisterna e Mollace finiranno nella bufera, ma entrambi usciranno con successo dai procedimenti penali incardinati nei loro confronti: Cisterna con la richiesta di archiviazione della stessa Procura reggina che lo aveva indagato dopo le dichiarazioni di Nino Lo Giudice, Mollace con il proscioglimento da parte dell'autorità giudiziaria di Catanzaro con riferimento all'accusa di corruzione in atti giudiziari.

I "vantaggi" ottenuti dal presunto rampollo della 'ndrina sarebbero avvenuti anche grazie ai rapporti, «che la Corte non esita a definire natura illecita intrattenuti con il Capitano dei Carabinieri Saverio Spadaro Tracuzzi», condannato in Appello per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Intrattenendo tutta questa serie di relazioni Lo Giudice "da un lato acquisiva prestigio agli occhi delle altre consorterie criminali e dall'altro lucrava vantaggi anche più diretti".

Per la Corte però, prima di passare in rassegna le motivazioni che hanno portato a condannare il presunto boss di Santa Caterina, è necessario ricostruire preliminarmente la storia dei rapporti tra la Cosca Lo Giudice e quella dei Condello, poiché nodale per la comprensione della genesi, della collaborazione di Antonino Lo Giudice ("pentito" e fratello di Luciano ndr) e per la comprensione dei rapporti tra Luciano lo Giudice e le Forze dell'Ordine, che da un lato consentono di spiegare la posizione di Luciano Lo Giudice in seno alla consorteria mafiosa e dall'altro l'utile tratto dalle stesse Istituzioni dalle confidenze del Lo Giudice Luciano, che portavano infine alla cattura di Condello Pasquale detto il Supremo avvenuta il 18 febbraio 2008. Una cattura, quella del "Supremo" che costerà, anche per altri aspetti la trasmissione degli atti, per l'ipotesi di falsa testimonianza, dell'allora comandante del Ros, il Colonnello Valerio Giardina. Giardina, infatti, nel corso della propria deposizione, negherà la partecipazione all'attività investigativa nell'ambito dell'inchiesta "Vertice" (quella che portà all'arresto di Condello), ma negherà anche di essersi mai imbattuto nella cosca Lo Giudice. Dati che, gli ulteriori accertamenti (effettuati peraltro proprio dal Ros all'interno della banca dati) negheranno categoricamente. Oltre a lui gli atti furono mandati in Procura, per la stessa ipotesi di reato, per altri soggetti in servizio al Ros di Giardina: il Capitano Gerardo Lardieri e il brigadiere Francesco Maisano, detto "Falcao".

Stando a quanto riportato in sentenza, e a quanto dichiarato dal "controverso" collaboratore di giustizia Nino Lo Giudice, Condello avrebbe voluto "unirsi" in un'unica 'ndrina con il clan di Santa Caterina che però rifiutò l'invito. "I due fratelli LO Giudice, Antonino e Luciano, timorosi che Condello Pasquale potesse passare dalle minacce ai fatti, approfittando delle amicizie di Luciano con Saverio Tracuzzi, con Antonino Spanò, con il dott. Mollace Francesco, con il dott. Alberto Cisterna, e con tanti altri poliziotti e carabinieri dei ROS- scrive il Collegio- fornivano informazioni alle Forze dell'Ordine utili a consentire la cattura dell'.ancora latitante Pasquale Condello". I dettagli verranno spiegati proprio dal fratello "pentito". "Poiché i tentativi di far arrestare Pasquale Condello- scrivono i giudici di Piazza Castello attraverso le conoscenze locali ed il capitano Tracuzzi - indicato dal collaboratore come appartenente ai ROS ed alla DIA - erano falliti, Antonino, nell'incedere degli eventi e man mano che le perquisizioni si succedevano, senza successo, in posti che tuttavia erano stati già abitati da Condello durante gli anni della latitanza assistita dal collaboratore, suggeriva la fratello Luciano ricorrere a soluzioni più efficaci, e di parlarne con lo Spanò, con il dott. Mollace, di recarsi a Roma presso il dott. Alberto Cisterna. Luciano Lo Giudice si recava pertanto in Via Giulia, a Roma, presso la sede della D.N.A. e qui forniva la propria disponibilità per la cattura di Condello Pasquale al dott. Alberto Cisterna, il quale, dopo averlo ascoltato gli diceva, una volta ritornato a Reggio Calabria, di mettersi in contatto con il carabiniere Francesco Maesano, cosa che Luciano avrebbe puntualmente fatto. Il Maesano rappresentava a Luciano che già da tempo erano in corso le ricerche per la cattura di Pasquale Condello, e chiedeva al Lo Giudice l'indicazione del nominativo della persona, con ruolo di fiancheggiatore della latitanza, da pedinare, quale pista per giungere al ricercato. Luciano Lo Giudice a sua volta ne parlava con il fratello Antonino, il quale, dopo aver riflettuto, concludeva che colui che prima o dopo si sarebbe messo in contatto con il latitante era certamente il genero Giovanni Barillà. Tale indicazione veniva fornita da Luciano Lo Giudice al Maesano e, dopo 20 giorni, il latitante veniva catturato. Il Maesano subito dopo ringraziava Luciano Lo Giudice per l'indicazione ricevuta, rappresentandogli piena disponibilità per eventuali necessità". Questo il racconto di Nino Lo Giudice ai pm: «a questo punto Luciano mi dice: "Tu che pensi? Che cosa gli devo dire". Io a quel punto, gli dico: "Senti, l'unica persona che può o prima o poi andare è il genero", il genero Giovanni Barillà. Luciano dà questa notizia, dopo circa venti giorni, catturano a Pasquale Condello a Pellaro. Dopodiché, dopo un certo tempo, circa venti giorni, ritorna Maesano da Luciano e gli dice: "Ti ringrazio di quello che hai fatto, se hai bisogno qualcosa, chiamami". Queste sono parole che ha detto Luciano".

Tra gli imputati del troncone ordinario c'era, oltre a Luciano Lo Giudice anche il Capitano dell'Arma. Non è un caso che l'inchiesta, messa in piedi dal pm Beatrice Ronchi, sia stata chiamata "Do ut des". Partendo proprio dai presunti scambi di "favori" fra Luciano Lo Giudice e il capitano dei Carabinieri Saverio Spadaro Tracuzzi, punito in Appello a 10 anni di carcere in quanto ritenuto colpevole del reato di concorso esterno in associazione mafiosa. «Il ruolo dello Spadaro Tracuzzi nella vicenda processuale- scrive la Corte d'Appello- che ci occupa ha la sua genesi proprio nel rapporto con l'associato Luciano Lo Giudice(..)il ruolo di concorrente esterno dello Spadar, che si sostanzia e si estrinseca nella sua relazione di interessi con Luciano Lo Giudice, trova spiegazione in una esigenza di mutuo scambio», chiosa il Collegio. Delle "connivenze" tra il presunto boss e Spadaro Tracuzzi, il quale avrebbe avuto un rapporto continuativo con Luciano, fatto di favori e rivelazioni reciproche, parlò proprio Consolato Villano, cugino dell'imputato e da anni collaboratore di giustizia. «Villani- è scritto in sentenza- era a conoscenza del fatto che Spadaro informava i Lo Giudice delle operazioni di polizia e di arresti che dovevano compiersi come nel caso degli arresti di esponenti della cosca Serraino e come del resto riscontra il ritrovamento sulla pen drive sequestrata a Lo Giudice Luciano di cartelle aventi le stesse configurazioni e contenenti file con le medesime proprietà dei documenti rinvenuti nella memoria dei supporti informatici in uso al capitano Spadaro Tracuzzi, il che non sembra possa avere alcuna spiegazione alternativa; tanto accreditava Luciano, accrescendo il suo prestigio agli occhi delle altre consorterie di stampo mafioso della città; tale comportamento realizza dunque una tipica condotta di concorso esterno». Spadaro sarebbe stato manovrato come una "marionetta" dal presunto rampollo di Santa Caterina il quale «si vendicava, attraverso lui, delle persone anche appartenenti ad altre consorterie che odiava; dunque, lo Spadaro- scrive il Collegio- non tutelava più gli interessi dello Stato contro la 'ndrangheta, ma al contrario gli interessi della 'ndrangheta contro lo Stato ed a conferma di ciò si registra l'intervento di Spadaro nella sua qualità di appartenente alle forze dell'ordine per favorire gli interessi di Luciano in ben sei occasioni».Ma il capitano non avrebbe agito "gratis". «Le ragioni del comportamento dello Spadaro- è riportato in sentenza- erano da ricercare nei favori di natura economica che lo stesso riceveva dai Lo Giudice, ed in particolare da Luciano: elargizioni di denaro, monetizzazione di assegni, pagamento di viaggi, di soggiorni in albergo, di vestiti, messa a disposizione delle autovetture di lusso come Porsche e Ferrari che erano di Luciano e con cui il militare circolava, regalo degli alberi di Natale e tutta una serie di benefici». Benefici che gli sono costati molto cari: 10 anni di carcere. Una condanna pesantissima quella rimediata dal presunto Carabiniere "infedele".