Dossier
 

"Il 'Crimine' organismo di vertice della 'ndrangheta unitaria"

Corte Cassazione500di Angela Panzera e Claudio Cordova - La storia è conclusa. La Cassazione ha depositato nei giorni scorsi le motivazioni del maxiprocesso "Crimine", celebrato con il rito abbreviato, che insieme a quelle delle inchieste "Infinito", della Dda milanese, e "Minotauro", dell'Antimafia di Torino, rappresentano l'attuale triade di sentenze che ha messo in ginocchio la 'ndrangheta dei giorni nostri. Sono racchiuse in 400 pagine le motivazioni della sentenza con cui la prima sezione penale della Cassazione, presieduta dal giudice Maria Cristina Siotto con Raffaello Magi, estensore, il 17 giugno scorso, ha sostanzialmente accolto l'impianto accusatorio del maxiprocesso sulla 'ndrangheta unitaria. «L'esistenza dell'organismo sovraordinato - denominato Provincia o Crimine - è oggettivamente emersa da elementi dimostrativi specifici, che risultano congruamente valutati». È racchiusa in queste poche righe la motivazione principale intorno alla quale ruota tutta l'indagine. L'inchiesta, coordinata dai pm antimafia Antonio De Bernardo, Maria Luisa Miranda e Giovanni Musarò (questi ultimi due adesso in servizio rispettivamente al Tribunale di Napoli e alla Dda di Roma) rappresenta non solo il "fiore all'occhiello per l'Antimafia di Reggio Calabria, ma rappresenta la più importante sentenza contro le cosche della provincia reggina dopo quella emessa alla fine degli anni Novanta scaturita dal processo "Olimpia". L'inchiesta "Crimine" ha quindi retto al vaglio della Suprema Corte confermando quanto deciso dalla Corte d'Appello, presieduta da Lilia Gaeta, nel febbraio 2014. Sono state annullate con rinvio ad un'altra sezione dell'Appello una decina di posizioni, ricalcolata qualche pena e invece cinque sono stati i ricorsi accolti del Procuratore generale. Annullate infatti le assoluzioni per Mario Gaetano Agostino, Isidoro Cosimo Callà, Antonio Galea, classe 54, Carmelo Gattuso e Bruno Pisano. Questi cinque imputati dovranno quindi essere nuovamente giudicati dai giudici di Piazza Castello. Ma il dato più significativo è la raffica di condanne confermate dalla Cassazione. Il principio giuridico dell'unitarietà della 'ndrangheta è diventato una realtà concreta che sferra un duro colpo alla criminalità organizzata. La Dda reggina guidata all'epoca dal Procuratore Giuseppe Pignatone e dagli aggiunti Michele Prestipino e Nicola Gratteri, ha scoperchiato la "cupola" e visto al di dentro l'organizzazione. È stata trovata la chiave giusta. Una chiave che permette alle Procure di tutta Italia, e anche a quelle estere, di imbastire processi contro il crimine organizzato godendo di una sentenza che è riuscita a dimostrare che la 'ndrangheta è una e sola. Non importa se le 'ndrine sono sparse a Siderno, a Rosarno, a Genova, Milano, Torino, in Svizzera, Canada e Australia. Tutte dipendono da "Mamma-Calabria", tutte devono rendere sempre conto al "Crimine".

«Le indagini hanno consentito di monitorare, con conversazioni "speculari" captate sul versante Jonico (Siderno) e su quello tirrenico (Rosarno)- scrive la Cassazione, le complesse trattative che nell'estate del 2009 (con il momento centrale rappresentato dal summit tenutosi in occasione delle nozze Pelle-Barbaro) hanno determinato il rinnovo di tale organismo di vertice, la "Provincia", con attribuzione del ruolo di capo all'anziano Domenico Oppedisano, di Rosarno, in tutta evidenza sostenuto da Vincenzo Pesce, superando l'iniziale (e più volte manifestata) ostilità del gruppo comandato da Giuseppe Pelle (del versante jonico) . La cerimonia formale di investitura tenutasi a Polsi nel settembre del 2009- chiosano i giudici- rappresenta pertanto la conclusione di un percorso che, come evidenziato nelle decisioni di merito, ha determinato l'impegno di numerosi soggetti a loro volta posti al vertice delle rispettive unità territoriali». D'altronde non avrebbe avuto alcun senso la "fibrillazione" registrata all'interno delle 'ndrine per il famoso summit della Madonna di Polsi. La sentenza parla chiaro. Reggio Calabria, Rosarno e Siderno: da qui parte tutto e tutto il mondo deve dare conto alla Provincia reggina con in testa San Luca e Polsi. Mico Oppedisano non era un venditore di piantine di basilico, ma è il capo della 'ndrangheta unitaria, coadiuvato da boss del calibro di Giuseppe Commisso, alias il "Mastro". Comprensibile infatti, il perché della soffiata della "talpa" Giovanni Zumbo al boss Peppe Pelle. "Crimine" non era un'indagine da sottovalutare. È l'indagine della 'ndrangheta 2.0, quella che per anni ha mietuto vittime, corrotto politici, allagato di fiumi di droga e fatto affari a destra e a manca in tutta Italia e ai due lati del mondo. Con il fermo del luglio 2010 la Dda assicurò alla giustizia decine e decine di mafiosi adesso giudicati definitivamente, impedendogli di darsi alla macchia nonostante la fuga di notizie.

Ritornando alle motivazioni la Cassazione scrive che «i soggetti aspiranti alla carica più alta sono risultati tutti espressione di realtà territoriali della 'ndrangheta reggina e vivono con trepidazione il momento dell'investitura, dato che ciò comporta un "riassetto" degli equilibri di potere tra le diverse cosche ed i diversi territori coinvolti (quantomeno tra fascia tirrenica e fascia Jonica). Ciò che emerge, in particolare, è che l'organismo sovraordinato ha come compito primario quello della prevenzione e risoluzione di conflitti (fatto assai frequente nei contesti associativi come quello investigato, per pacifica acquisizione storica e giudiziaria) sorti all'interno delle realtà territoriali. Si tratta, pertanto, essenzialmente di un organismo di garanzia, con cessione parziale di sovranità operata dagli esponenti delle famiglie poste a capo dei singoli territori che si riconoscono in tale struttura, per il perseguimento di un obiettivo comune, quello di evitare guerre, come risulta plasticamente nella affermazione (relativa alla estrema fibrillazione collegata alla nomina del nuovo capolocale di Roghudi) di Giuseppe Pelle oggetto di captazione in data 14 marzo 2010 : ".. la pace è buona per tutti e la guerra porta sempre alle disgrazie e alla povertà".

Finalmente le cosche hanno "partorito" la decisione. La carica di "Capo Crimine" va al mandamento tirrenico. «È una carica particolarmente ambita, come è dimostrato dalla resistenza di Giuseppe Pelle verso il nuovo assetto, che viene affidata- scrivono i giudici capitolini- all'anziano Domenico Oppedisano (pur se alle spalle del medesimo compare più volte la figura di Vincenzo Pesce) proprio in ragione della necessità di sopire i contrasti interni». Così la Cassazione descrive la figura del boss rosarnese, Mico Oppedisano, il "Capo Crimine", nei cui confronti sono stati confermati i dieci anni di carcere inflitti dalla Corte d'Appello di Reggio Calabria. Mico Oppedisano non era un "semplice" venditore ambulante di ortaggi, come in molti hanno cercato di sminuire, ma è il capo della 'ndrangheta unitaria, coadiuvato da boss del calibro di Giuseppe Commisso, alias il "Mastro". «In ciò- è scritto nelle motivazioni- è logicamente riconoscibile, al di là delle decisioni da prendersi in qualità di capo dell'organismo sovraordinato, il riconoscimento collettivo della particolare affidabilità associativa di Oppedisano, con piena integrazione dei parametri logici e giuridici. Non vi è, per il resto, contestazione alcuna sulla riconducibilità all'imputato delle numerose e auto-evidenti captazioni che lo riguardano». È nel suo aranceto di Rosarno che i Carabinieri, tramite numerosissime intercettazioni, ascoltano i dialoghi e registrano le "visite" di decine e decine di affiliati che vanno ad omaggiare il boss. Ad Oppedisano era affidato il compito della «tutela delle regole essenziali per la sopravvivenza del sodalizio"- e ciò ci tiene a precisare la Suprema Corte- non sminuisce la valenza indicativa della partecipazione, in qualità di capo, a tale struttura, da inquadrarsi nell'ambito della 'ndrangheta». Per decine e decine di udienze vari difensori hanno tentato di sostenere che le sue funzioni, all'interno della ''ndrangheta, "non erano identificabili nel senso di accentramento della programmazione criminosa", ma per la Cassazione conta soprattutto che da Polsi sia uscito il suo nome come "capo Crimine". Un ruolo assolutamente apicale per i giudici capitolini che hanno confermato nei suoi confronti la dura condanna rimediata in abbreviato. Nel cuore della notte del 31 agosto 2009 gli investigatori hanno filmato, fotografato e identificato i partecipanti, imbeccati dalle intercettazioni registrate nei giorni precedenti alle celebrazioni religiose. Così si è scoperto che il Capo della "Provincia", o "Crimine", era don Mico Oppedisano, dopo una lunga trattativa culminata con l'accordo raggiunto il 19 agosto in occasione di un matrimonio d'onore. A San Luca si erano sposati Elisa Pelle, figlia di Peppe Pelle "Gambazza", ritenuto il capo indiscusso della cosca guidata in precedenza dal padre, e Giuseppe Barbaro, figlio di Pasquale "u castanu" e in occasione del banchetto nuziale nella locride erano arrivati tutti i capimafia calabresi sparsi in diverse parti d'Italia e non solo. In quell'occasione i boss avevano discusso e deciso ruoli e compiti. Il "Capo crimine" spettava alla tirrenica. A nulla sono valse le lagne della cosca Pesce che pretendeva di assumere la dote più alta. Ma alla fine la tirrenica ha "vinto". A questo giro di giostra la ''ndrangheta era in mano alla Piana.

Neanche la Ionica però scherzava. Il "Mastro" non è uno qualunque. Anzi, non ha nulla da invidiare al "Capo Crimine" Oppedisano. Per lui la Cassazione ha confermato la responsabilità penale in riferimento al reato di associazione mafiosa, ma ha escluso nei suoi confronti la "recidiva" contestata, e Giuseppe Commisso è passato da una condanna a 14 anni e 8 mesi ad una ad 11 anni di carcere. Per lui non c'erano assolutamente margini di speranza. Le decine e decine di cimici piazzate all'interno della sua lavanderia "Ape green" ubicata al centro commerciale "I Portici" di Siderno, non lasciano spazi all'immaginazione. «È lo stesso Commisso- chiosa la Suprema Corte- ad aver rivendicato, in alcune captazioni, la sua lunga militanza nel gruppo e il possesso, in periodi recenti, della carica di capo dell'organismo sovraordinato denominato Crimine».