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Caso Moro, si allunga l’ombra della ‘ndrangheta: i riferimenti ai De Stefano

omicidioaldomoro500di Claudio Cordova - Già un anno fa, dagli accertamenti portati avanti dalla Commissione Parlamentare sul rapimento e sull'uccisione di Aldo Moro spuntarono fuori diversi riferimenti a un possibile coinvolgimento della 'ndrangheta nei fatti che coinvolsero il presidente della Democrazia Cristiana, rapito e ucciso nel 1978 dalle Brigate Rosse. Agli atti della Commissione, vi sono infatti le dichiarazioni di Luigi Guardigli, soggetto coinvolto in un traffico di armi che, iniziando a collaborare con la giustizia, effettuerà numerosi riferimenti al crimine organizzato calabrese. L'indagine della Commissione presieduta da Giuseppe Fioroni continua e anche nella relazione di fine 2016 non mancano particolari inquietanti sul ruolo della 'ndrangheta.

Infatti, il 29 gennaio 1977 la Legione Carabinieri di Roma – Nucleo investigativo, diretto dal tenente colonnello Cornacchia, chiese alla Procura di Roma un decreto di perquisizione nei confronti di Guardigli, asseritamente emerso nell'ambito di indagini su sequestri di persona come contatto romano dei clan mafiosi calabresi D'Agostino e De Stefano. Nel fascicolo processuale, peraltro, sono presenti due copie leggermente diverse del rapporto del 29 gennaio 1977, delle quali solo una firmata dal tenente colonnello Cornacchia. Nel rapporto a firma Cornacchia non sono presenti i riferimenti all'Arma di Reggio Calabria come ente pure impegnato nelle indagini nelle quali sarebbe emerso il nome di Guardigli, che sono invece presenti nell'altro rapporto con firma diversa.

Le indagini, peraltro, hanno documentato rapporti tra Guardigli ed esponenti del clan De Stefano. Guardigli, prima di essere arrestato, ebbe a riferire al maresciallo Gueli del Servizio di sicurezza della Polizia che si sarebbe rifiutato anche di rifornire di armi il "mafioso Giorgio De Stefano" di Reggio Calabria, presentatogli da "Aldo" il proprietario della villa di Grottaferrata. Una persona che la Commissione identifica in Aldo Pascucci, soggetto che avrebbe presentato Tullio Olivetti – uno dei titolari di un bar, ritenuto luogo chiave nelle dinamiche ruotano attorno al delitto Moro - a Guardigli.

De Stefano avrebbe anche richiesto la fornitura di una microspia per intercettare i suoi avversari, si sarebbe incontrato a Reggio Calabria con Guardigli per effettuare un sopralluogo e quest'ultimo avrebbe ricevuto l'assegno di un milione di lire, che fu effettivamente sequestrato nel corso delle perquisizioni. Anche dalle intercettazioni emerge una telefonata in cui Aldo Pascucci "passa" a Guardigli tale Giorgio, identificato dai Carabinieri in Giorgio De Stefano, dell'omonimo clan mafioso di Archi (RC).

Giorgio De Stefano è uno dei tre fratelli De Stefano a essere ucciso tra gli anni '70 e gli anni '80: trova la morte in Aspromonte, nel 1977.

Nel rapporto riepilogativo dei Carabinieri che ipotizza l'esistenza di un'associazione per delinquere finalizzata al traffico di armi, munizioni e congegni micidiali, si rappresenta la circostanza che Guardigli avrebbe trattato in particolare con Giorgio De Stefano, contattato mediante la mediazione di Aldo Pascucci, una partita di pistole italiane e straniere e di materiale elettronico utile sempre per fini militari, ricevendo, come anticipo, la somma di tre milioni e mezzo di lire, con assegno emesso sulla BNL di Reggio Calabria.

Guardigli viene anche escusso dalla Commissione e conferma l'esistenza di rapporti con De Stefano, la circostanza di essersi recato a Reggio Calabria per consegnare a De Stefano una microspia e di aver ricevuto in compenso uno o due assegni. Peraltro, a dire di Guardigli, la sua ritrattazione, che ebbe un fortissimo sull'esito della vicenda processuale, fu provocata proprio dalle minacce ricevute da personaggi della criminalità organizzata legati al clan De Stefano. Durante le fasi del processo Giorgio De Stefano fu assassinato e, naturalmente, non si procedette più a suo carico.

Lo zampino della 'ndrangheta in una delle vicende più torbide e inquietanti della storia d'Italia emerge in maniera ancora più forte, dopo i riferimenti degli scorsi mesi al presunto ruolo rivestito da 'Ntoni Nirta, detto "due nasi". Sul punto, scrive la Commissione nella relazione di fine 2016: "Anche la possibile presenza in via Fani di Antonio Nirta, esponente della 'ndrangheta, deve essere valutata alla luce di alcune circostanze emerse nel corso dell'inchiesta e, in particolare, al coinvolgimento nell'inchiesta sul traffico di armi di Giorgio De Stefano".

Già nota la circostanza secondo cui Saverio Morabito, collaboratore di giustizia, elemento della malavita milanese e già inserito in

posizioni di vertice nella 'ndrangheta, escusso nel 1992 dalla Procura della Repubblica di Milano, aveva riferito che alcuni dei membri di spicco della 'ndrangheta sarebbero inseriti nella massoneria ufficiale, come ad esempio la famiglia Nirta di San Luca. Di questa famiglia, sempre a dire di Morabito, faceva parte Antonio Nirta, detto "due nasi" data la sua predilezione per la doppietta (che, in Calabria, è denominata "due nasi"), che avrebbe avuto contatti con la Polizia o con i servizi segreti e – secondo quanto Morabito avrebbe appreso da Domenico Papalia e da Paolo Sergi – avrebbe partecipato al sequestro Moro. Morabito, tuttavia, non seppe precisare se Antonio Nirta fosse tra «quelli che hanno operato materialmente in via Fani [...] se abbia preso parte al rapimento materiale o è stato uno di quelli che sparava». Sul punto, l'onorevole Benito Cazora, oltre a aver riferito al pubblico ministero Luigi De Ficchy di contatti con un criminale comune di origine calabrese, Varone, che avrebbe segnalato via Gradoli, nel corso del sequestro fece una telefonata a Sereno Freato, segnalando la necessità di avere le foto del 16 marzo, perché dalla Calabria («da giù») gli sarebbe stato comunicato che in una foto si individua un personaggio a loro noto. A proposito di Antonio Nirta furono a suo tempo evocati rapporti "equivoci" con ambienti istituzionali. Fu indicato da alcuni collaboratori di giustizia come in stretti rapporti con l'allora colonnello dell'Arma Francesco Delfino, originario di Platì, che avrebbe ricevuto da Nirta informazioni relative a sequestrati nell'hinterland milanese che venivano "liberati" con operazioni di polizia dopo che avevano già pagato il riscatto.

Sempre secondo dichiarazioni di collaboratori di giustizia già acquisite dalla Commissione Stragi, Nirta sarebbe stato legato al colonnello Delfino in quanto simpatizzante della destra eversiva e, in virtù di questo legame ideologico, che condivideva con la famiglia De Stefano, avrebbe tentato di inserire nel contesto 'ndrangheta l'eversione di destra, in ciò agevolato dal colonnello Delfino, massone e legato alla P2. In sostanza, Antonio Nirta è indicato come 'ndranghetista presente in via Fani, massone, di estrema destra, legato alla famiglia De Stefano, implicato in sequestri di persona e collegato al colonnello dei Carabinieri Francesco Delfino. La famiglia dei De Stefano risulta peraltro legata a quella dei Nirta anche per affinità ideologiche.

Un altro nominativo emerso nel traffico d'armi, quello di Frank Coppola, è stato più volte evocato in relazione al possibile coinvolgimento di ambienti criminali 'ndranghetisti nelle vicende relative a contatti con la 'ndrangheta per l'individuazione della prigione di Moro. Sono in particolare le dichiarazioni di Vincenzo Vinciguerra, elemento della destra eversiva, il quale riferì sulla conoscenza fatta in carcere con Francesco Varone detto Rocco. Questi gli aveva raccontato che si era incontrato con Benito Cazora, il quale gli avrebbe chiesto di attivarsi per trovare la prigione di Aldo Moro. Dopo un certo periodo di infruttuosa attività sarebbe stato convocato a Pomezia, in casa di Frank Coppola. Qui un'altra persona avrebbe detto a Varone di sospendere le attività per ricercare Moro, anche offrendo denaro e, alla domanda della ragione di tale richiesta, gli sarebbe stato risposto: «Quell'uomo deve morire». Il citato intervento di Frank Coppola – che secondo quanto dichiarato da collaboratori di giustizia non fu l'unico – diretto a vanificare ed interrompere l'impegno di affiliati alla criminalità per ricercare la prigione di Moro, richiama ancora una volta la vicenda del traffico d'armi scoperta nel 1977.

Il Caso Moro ha segnato la storia dell'Italia e da decenni si aprono solo squarci di luce, ma la verità continua a non arrivare. Persino il boss dei due mondi, poi divenuto collaboratore di giustizia, Tommaso Buscetta, riferì di un tentativo di adoperarsi per la liberazione di Moro, promosso da Ugo Bossi, un criminale comune vicino a Francis Turatello. Anche in questa vicenda si registra un intervento di Frank Coppola che, secondo quanto riferito da Bossi in un interrogatorio del 22 aprile 1993, si sarebbe recato a Milano proprio per scoraggiarlo a proseguire la sua opera per ottenere notizie utili a liberare Moro. Sarebbero quindi due, riferiti ad attivazioni in ambienti criminali diversi, gli interventi di Frank Coppola per "bloccare" le iniziative finalizzate a ottenere informazioni utili per una positiva ricostruzione della vicenda Moro.

Il mistero continua a essere fitto, come scrive la Commissione: "In questa situazione ancora non definita, la Commissione è impegnata a verificare l'esistenza di ulteriori prospettive di interesse per l'attuale inchiesta, nel contesto della più vasta tematica del ruolo della criminalità organizzata nella vicenda del sequestro e dell'uccisione di Aldo Moro. All'esito della missione di un consulente della Commissione presso la Procura della Repubblica di Reggio Calabria, si è delineato un possibile sviluppo degli elementi sopra indicati in due direzioni. In primo luogo, assume rilievo la ricerca e la sistematica rilettura di contenuti dichiarativi formatisi nel tempo circa la disponibilità da parte di appartenenti a 'ndrine di un'arma adoperata nella strage di via Fani. È infatti indispensabile approfondire e attualizzare uno dei punti più rilevanti della richiesta di archiviazione formulata dal pubblico ministero Marini: la notiziacircolata in ambiente 'ndranghetista dell'esistenza di un'arma "sporca" impiegata a via Fani. Tale accertamento ha particolare rilevanza in questo ambito, in quanto utile a superare anche talune possibili incoerenze descrittive. Si collocano in questo quadro le attività di comparazione balistica sui reperti di via Fani e di via Caetani, promosse dalla Procura di Roma, nell'ambito del coordinamento tra la Commissione, la Procura della Repubblica di Roma e quella di Reggio Calabria. In particolare, la Procura della Repubblica di Roma sta procedendo al conferimento di un incarico di consulenza tecnico balistica sui reperti di via Fani e di via Caetani. Dal nuovo filone di indagine potrà emergere un definitivo chiarimento in ordine all'ipotesi della conservazione da parte della 'ndrangheta di un'arma coinvolta nell'eccidio di via Fani. Allo stesso modo appare meritevole di esplorazione la riferita vicenda di un duplice omicidio di appartenenti alla famiglia Strangio, collegato alla determinazione di Nirta di fornire un contributo all'azione di via Fani: un contributo non meglio individuato, forse di natura logistica, come ad esempio il recupero di persone o di armi. Del resto anche un mero ruolo logistico appare compatibile con i contenuti della conversazione telefonica intercorsa tra Cazora e Freato".

Dato nuovo che la Commissione intende approfondire è infine quello dei rapporti tra Mario Moretti - l'uomo più rappresentativo delle Brigate Rosse - e il contesto reggino, che è stata evocato, da ultimo, nella seduta del 3 novembre 2016, nella quale il generale Cornacchia ha riferito di avere appreso da una sua fonte attiva che Moretti si recò in Calabria, ma non è stato in grado di riferire indagini specifiche. Cornacchia si riferiva con ogni evidenza alla nota vicenda dei viaggi compiuti tra la fine del 1975 e l'inizio del 1976 in Calabria insieme a Giovanna Currò, nome sotto cui si celava probabilmente Barbara Balzerani: "Da quanto sinora accertato emerge l'ipotesi che questi viaggi potessero essere legati o a traffici d'armi o al riciclaggio di proventi di sequestri" scrive la Commissione di Beppe Fioroni.

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