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“Rapporti sessuali con minori non erano un problema per don Antonello Tropea”

prete 500di Angela Panzera - "Le intercettazioni eseguite in due mesi, l'analisi del cospicuo materiale sequestrati (tra cui vari sexy toys) nella dimora dell'indagato, gli ulteriori controlli di polizia e le testimonianze acquisite hanno consentito di smascherare la doppia vita dell'imputato, il quale di giorno esercitava il ministero sacerdotale presso la Chiesa di San Nicola di Mira a Messignadi, frazione di Oppido Mamertina, mentre la sera, sotto falsa identità- per lo più utilizzando il nickname Nico e qualificandosi come professore di educazione fisica- si dilettava con numerosissimi rapporti sessuali, talvolta a pagamento con giovani contattati su internet, tramite applicazioni come Grinder, Badoo, Planet Romeo, con i quali, prima dell'incontro, si scambiava fotografie di genitali". È il gup distrettuale Filippo Aragona a scrivere così all'interno delle motivazioni con cui il 6 giugno scorso ha condannato l'ex parroco della Piana a 4 anni di carcere. All'esito del giudizio, celebrato con il rito abbreviato, l'indagato, difeso dai legali Andrea e Giuseppe Alvaro, è stato riconosciuto colpevole di prostituzione minorile, l'adescamento di minorenni e alcuni casi di detenzione di materiale pedopornografico. Assolto invece da altre accuse riguardanti anche il reato di sostituzione di persona e un tentativo di prostituzione minorile.

Tutto ha inizio il 16 marzo dello scorso anno quando una "volante" del Commissariato locale alle 11 di sera controllerà, nei pressi della zona industriale di Gioia Tauro, un'automobile su cui erano presenti il sacerdote e un ragazzino di 17 anni. «Nell'occasione- scriveva il gip- il minore "imbarazzato" riferiva di aver conosciuto il Tropea- presentatosi con il nome di Nicola- attraverso una chat per omosessuali e di averlo incontrato 4 volte senza compiere atti sessuali, mentre l'odierno indagato "infastidito, agitato e preoccupato", dopo aver detto di essere un professore di educazione fisica, rivelava di essere il parroco di San Nicola di Mira in Messignadi, e ammetteva di essere a conoscenza della minore età del ragazzo; sull'autovettura veniva rivenuto uno zaino, contenente gel lubrificante, salviettine imbevute, fazzoletti e un rotolo di carta, di cui il minore si sarebbe attribuito la proprietà». Gli inquirenti però ci hanno voluto vedere chiaro. Cosa ci faceva il 44enne con un ragazzo di soli 17 anni? Dopo la trasmissione per competenza del fascicolo da Palmi a Reggio, il pm Amerio, interroga il giovane che nel settembre scorso «ammetteva che il 16 marzo, prima del controllo di polizia giudiziaria, aveva compiuto atti sessuali con il Tropea al prezzo concordato di 20 euro, circostanza fino a quel momento negata per paura». Gli approfondimenti delegati alla Squadra mobile della Questura reggina, diretta da Francesco Rattà, e della sezione "reati contro la persona, in pregiudizio di minori, e reati sessuali" diretta dal vicequestore aggiunto Giuseppe Giliberti avrebbero presumibilmente riscontrato le dichiarazioni rese agli inquirenti dalla giovane vittima, portando quindi all'arresto di don Antonello su ordine del pm reggino Sara Amerio.

" Dagli atti del processo-scrive il gup Aragona in sentenza- sono emersi senza alcuna incertezza tutti gli elementi costituti del reato di prostituzione minorile(...) Sul punto relativo alla consapevolezza da parte del Tropea della minore età di Omissis, si osserva che è stata la stessa persona offesa a riferire, prima al pm e poi in sede di incidente probatorio, che egli aveva comunicato all'imputato di essere un diciasettenne già in occasione del loro primo rapporto sessuale, con la conseguenza che la sera del 16 marzo 20015 il Tropea era ben consapevole di aver fatto sesso con un minorenne in cambio del pagamento a favore di quest'ultimo di 20 euro. Francamente non vi sono elementi sufficienti per ritenere non attendibile quanto dichiarato da Omissis nel corso del processo, ancorché questi si sia costituito parte civile, in quanto il suo racconto è apparso molto lineare e privo di contraddizioni (...) Orbene, nel caso specifico, anche ammettendo- chiosa il giudice- che l'imputato non avesse piena consapevolezza dell'età del ragazzo, è certo che il Tropea si sia rappresentato, quale evenienza molto probabile, che Omissis avesse un'età inferiore ai 18 anni, in quanto da un lato, egli era solito ricercare giovani di sesso maschile tramite le chat dedicate ad incontri tra omosessuali e, nonostante l'età dichiarata sui profili delle persone iscritte a tali chat, il Tropea si è trovato più volte di fronte a minorenni, tant'è che egli esso, in particolare in occasione dell'incontro con Omissis, ha rimproverato il partner per il fatto di non avergli comunicato prima di essere minorenne (salvo poi procedere comunque con il rapporto sessuale); dall'altro, Omissis era un ragazzo molto giovane, quindi al Tropea il 16 marzo 2015 si è rappresentato l'elevata probabilità di accingersi a consumare un rapporto sessuale con un minorenne dietro pagamento di denaro. Nonostante ciò il Tropea, senza neanche di accertare l'età del ragazzo pretendendo che questi gli esibisse un documento di identità, ha proceduto comunque col rapporto sessuale, accettando così il rischio che tale rapporto fosse consumato con minorenne".

Ma c'è di più, il gup Aragona lo scrive a chiare lettere: "per il Tropea non costituiva un particolare problema il fatto di avere rapporti sessuali con minorenni. Nonostante egli sapesse che Omissis fosse un minorenne, il Tropea ha comunque consumato il rapporto sessuale con quest'ultimo (il minore nell'incidente probatorio ha riferito testualmente che per l'imputato" il fatto che io fossi minorenne non era un problema").

Quando non si spacciava per professore di educazione fisica, Tropea si definiva un carabinieri e "l'attribuzione a se stesso- è scritto sempre nelle motivazioni della sentenza- della qualifica di carabiniere, usando anche strumenti elettronici di comunicazione, è stata dunque l'artificio posto in essere dall'imputato per carpire la fiducia di Omissis, il quale evidentemente si è sentito più tranquillo nel sapere che stava incontrando un uomo delle istituzioni , dal quale, secondo la sua percezione, non avrebbe potuto subire alcun pregiudizio".

Il caso di Don Antonello Tropea ha molto interessato l'opinione pubblica considerata la gravità delle accuse mosse ad un uomo di Chiesa. Il quadro accusatorio nei confronti di Tropea era infatti molto grave. «Ha come obiettivo sessuale giovani maschi, senza pretese di relazioni sentimentali, preferibilmente che abbiano compiuto 18 anni, al fine di evitare conseguenze penale. Tuttavia, nella ricerca di questo target, che sfiora il rilievo penale, incrocia più volte anche minorenni con le medesime tendenze sessuali, talvolta disponibili solo a pagamento. In tali casi, Antonio Tropea , non si ferma ma continua, e si conserva accuratamente il materiale pedopornografico ricevuto», così il gip Scortecci, che ne ordinò l'arresto, definiva il comportamento del parroco.

Lo stesso Gip Scortecci, stigmatizzò il comportamento assunto dal vescovo di Oppido Mamertina-Palmi, monsignor Francesco Milito, pure al corrente delle voci che circolavano sul conto di don Antonello, attraverso le informazioni ricevute da due parrocchiane, le quali in precedenza avevano compiti di responsabilità presso la stessa parrocchia: "Non ha adottato provvedimenti cautelativi, né di minima verifica delle accuse rivolte all'indagato, assumendo atteggiamenti particolarmente prudenti e conservativi dello status quo, dando pieno credito alla versione negatoria dello stesso accusato".

Purtroppo il vescovo Milito farà molto di più. E la circostanza assume ulteriore importanza, visto che la Diocesi di Oppido-Palmi è una delle più esposte, anche a livello internazionale, vista la recente dichiarazione della Varia a patrimonio dell'Unesco. Dalle conversazioni intercettate emergerebbe anche il comportamento assunto dal vescovo della Diocesi di Oppido Mamertina-Palmi, monsignor Francesco Milito, che, consigliava a don Antonello "di evitare di parlare con i Carabinieri di queste cose e, in generale, con nessun appartenente alle forze dell'ordine, poiché questi non si limitano a parlare amichevolmente come stanno facendo loro, ma potrebbero redigere un promemoria che potrebbe far degenerare le cose". E' il 15 luglio del 2015. Parleranno diverse volte don Antonello e il vescovo Milito. Il prete accusato di rapporti sessuali con minori proverà a giustificare la propria posizione a screditare le chiacchiere e il vescovo gli risponderà "che a maggior ragione è meglio evitare che ci parlino i Carabinieri e che sarebbe meglio che ci parlasse lui anche perché facendo così la gente del paese non potrà dire che ha lasciato correre, ma dirà che per risolvere la situazione ha fatto tutto quello che poteva fare".

I due, insomma, sembrano concordare una strategia: il vescovo consiglierà a don Antonello di andare dai genitori e "parlare con la massima tranquillità". Il 7 agosto è di nuovo il vescovo Milito a parlare direttamente con don Antonello, che minimizza le voci ricorrenti sul proprio conto. Parlano delle chiacchiere delle suore. Ma il vescovo rassicurerebbe il parroco : "Lascia perdere questo perché non... la cosa gravissima non è, è questo pettegolume di suore. Tu piomba subito e glielo puoi dire, io mi sono incontrato col Vescovo, il vescovo ci è rimasto proprio... (incomprensibile)".

Infine, il 19 settembre, due giorni dopo la perquisizione nel corso della quale verrà trovato in casa del prete diverso materiale utile alle indagini, don Antonello confiderà a un amico di aver riferito tutto ("sia il reato che gli viene contestato e sia quello che gli è stato sequestrato") al vescovo, chiedendogli, ove lo ritenesse opportuno, la sospensione a divinis, ma di aver ricevuto dal suo superiore l'invito a continuare a fare ciò che faceva prima dell'atto della polizia giudiziaria.

E tra i documenti rinvenuti nell'abitazione di don Antonello verrà trovata anche una copia della lettera delle sue dimissioni indirizzata al vescovo già nel 2010. Rimarrà senza alcun seguito.

Adesso il gup deposita le motivazioni della sentenza che ha visto condannare Don Antonello a 4 anni di detenzione. L'Arcidiocesi nel frattempo, con in testa il vescovo Milito, continua a trincerarsi dietro al silenzio.

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