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Brutte notizie per la “Reggio Bene”: dicono che Dimitri De Stefano sia mafioso

destefanodimitri 500di Claudio Cordova - La vulgata della "Reggio Bene", che non ha mai rifiutato l'abbraccio mortale con i clan, lo ha dipinto per anni come un soggetto estraneo alle dinamiche di 'ndrangheta. Nonostante fosse figlio del grande capo Paolo De Stefano e fratello di Peppe De Stefano, considerato il "Crimine" della 'ndrangheta, per anni Dimitri De Stefano ha pasteggiato e brindato nei locali alla moda della città. La borghesia reggina non gli ha mai negato il saluto, non ha mai alzato un muro davanti al rampollo della famiglia che ha modernizzato la 'ndrangheta. Gli stessi collaboratori di giustizia, Roberto Moio soprattutto, lo tratteggiano come un soggetto a pieno contatto con "figli di avvocati, figli di notai", quella "Reggio Bene", appunto, ricorrente anche nelle parole di un altro collaboratore, Nino Fiume.

In discoteca, nel lounge bar, in barca. Baci, abbracci, drink e foto un po' ovunque per Dimitri e per i figli e le figlie di papà.

L'indagine "Sistema Reggio", curata dai pm Roberto Di Palma e Rosario Ferracane ed eseguita dalla Squadra Mobile, però, ha fin qui dimostrato il coinvolgimento in dinamiche criminali del figlio modaiolo di don Paolino, il boss assassinato agli albori della seconda guerra di 'ndrangheta. Il Tribunale della Libertà di Reggio Calabria, presieduto da Filippo Leonardo, ha infatti depositato le motivazioni con le quali ha confermato l'ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Dimitri De Stefano. Questi viene arrestato a metà marzo: figlio di don Paolino De Stefano e fratello dei due boss Carmine De Stefano, ma, soprattutto, Giuseppe De Stefano, l'uomo assurto alle cronache con il processo "Meta" per il ruolo di capo crimine rivestito all'interno della 'ndrangheta reggina. L'inchiesta mostra in tutta la sua chiarezza la potenza dell'avvocato Giorgio De Stefano, "il massimo", chiamato a dirimere la delicata questione sorta tra lo schieramento destefaniano e quello condelliano. Ma per i pm Di Palma e Ferracane anche Dimitri De Stefano sarebbe pienamente inserito nell'organigramma della cosca di Archi. Nelle intense settimane che precedono l'inaugurazione del "Ritrovo Libertà", l'ex bar Malavenda acquisito da Carmelo Giuseppe Nucera, dopo varie intimidazioni subite dai precedenti proprietari, i Nicolò di Villa Arangea, a essere interpellato, per evitare nuovi guai all'immobile, sarebbe stato anche Dimitri, l'unico tra i figli di don Paolino a essere in libertà. A raccontare l'accaduto, nelle conversazioni captate dalla Squadra Mobile, è Roberto Franco, reggente dei clan De Stefano e Tegano per metà del rione Santa Caterina.

Non uno qualunque, quindi.

Con un'affermazione dal carattere pienamente etero-accusatorio, Franco riferirà all'attivissimo Nucera di avere interessato della questione direttamente Dimitri De Stefano: "Lo sai cosa mi ha detto Dimitri? <Tranquillo>". E, cosa ancor più significativa sul piano indiziario ed a carico di quest'ultimo, di averne ricevuto le più ampie rassicurazioni unitamente all'indicazione di risolvere ("chiarire") il contrasto con gli Stillittano. Questi, infatti, sarebbero i rappresentanti rionali dell'area del clan Condello e avrebbero già ricacciato via i Nicolò, precedenti proprietari dell'immobile appartenuto ai Malavenda, con diverse intimidazioni: "Dice <per noi sì> dice... <però il problema là> ... il problema ce l'ho io, gli ho detto io, va e se lo chiarisce!".

E per gli inquirenti, il fatto stesso che il referente dei De Stefano-Tegano su Santa Caterina si sia rivolto a Dimitri De Stefano sia la prova più forte dell'inserimento dello stesso nelle dinamiche criminali: "Tranquillo" avrebbe infine risposto il figlio di don Paolino De Stefano, fino a oggi "solo" un protagonista della movida cittadina.

Un dato che il Gip prima e il Tribunale della Libertà ora, con le motivazioni che hanno confermato il carcere per De Stefano, ricavano dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Da Nino Fiume, ex killer della cosca e per anni fidanzato di Giorgia De Stefano (unica donna della prole De Stefano), che individua in Dimitri un soggetto a disposizione per "imbasciate" a Roberto Moio, nipote dei boss Tegano, che invece indica l'indagato come pienamente inserito nella famiglia di appartenenza. Da ultimo, assai più pregnante il contributo di Enrico De Rosa, ex immobiliarista del boss Nino Caridi ed espressione di quella 'ndrangheta 2.0 pienamente integrata alla "Reggio Bene" della movida. De Rosa riferisce circa l'attuale e concreta partecipazione alla 'ndrangheta di Dimitri De Stefano.

Tutti concordi nel definirlo "il volto pulito" del clan De Stefano. Le prime dichiarazioni sul conto di Dimitri De Stefano sono piuttosto datate. A metterle nero su bianco è il collaboratore di giustizia Nino Fiume, per anni fidanzato con Giorgia De Stefano, sorella del boss Giuseppe De Stefano e, quindi, anche di Dimitri, fratello minore del capo crimine di Reggio Calabria. Fiume definisce, per un verso, così Dimitri De Stefano: "E' sempre stato fuori da certe cose". Per altro verso, Dimitri De Stefano ha comunque rivestito un ruolo all'interno della omonima famiglid' di 'ndrangheta, occupandosi tra l'altro di veicolare "imbasciate" tra i vari sodali: "Ma, nella stesso tempo èsempre il fratello e .. e l'imbasciata, la cosa la porta" dice Nino Fiume.

A parlare, in epoca molto più recente, di Dimitri De Stefano, è un altro collaboratore di giustizia, Roberto Moio. Nipote acquisito dei Tegano, famiglia storicamente legata (anche da vincoli di parentela) al casato dei De Stefano. Per Moio, siamo alla fine del 2010, Dimitri De Stefano avrebbe di fatto assunto le redini del clan dopo l'arresto del carismatico fratello Giuseppe: "Sì, sì, lui gestisce tutta l'associazione, Enzo (Zappia, altro uomo forte del clan, ndr) ci duna soldi, tutti i ragazzi poi hanno un giro molto vario di persone, persone un pochettino ... no a vista ...". Secondo Moio, quindi, dopo l'arresto di Giuseppe De Stefano, uomini di peso del clan sarebbero diventati Vincenzino Zappia e Dimitri De Stefano, appunto: "Ma c'e Dimitri che gira, Dimitri, Dimitri, ora c'e Enzo Zappia, Vincenzino Zappia". E sono emblematiche le parole con cui il collaboratore tratteggia lo spessore dei De Stefano e ciò che il loro cognome significa a Reggio Calabria: "I De Stefano hanno questa di particolare, appunto so no una potenza, cioè conoscono, sono amici non 1o so il motivo, conoscono, praticamente frequentano tutti, tutta la gente, la Reggio-Bene, conoscono avvocati, conoscono notai, figli di notai, figli di avvocati, figli puru... cioe dalla gente bene, si vede Dimitri ora non so, sicuramente la Polizia queste cose le vede, c'e Dimitri, Dimitri tutta la gente, ragazze, di gente Bene, cioe dalla Bene di Reggio Calabria, dalla Bene, Dimitri. Anche Peppe eh, Peppe è la stessa cosa, ma anche ... e proprio non lo so, diciamo a Reggio Calabria che si spaventano da' 'ndrangheta, ho capito, però siete voi che vi piace pure a voi dare confidenza a personaggi del genere, no, voglio dire! C'e Dimitri non 1° vede mai con un Fracapane per dire, oppure uno come me, Dimitri sempre, u viri parlare cu' figghiu du' nutaio, cu' figghiu du' dottore, cu' figghiu di l'avvocato, va, voglio dire io, quando diciamo a Reggio Calabria, se si parla di Reggio Calabria, voglio dire...". Da qui la potenza dei De Stefano: "Su' potenti, voglio dire c'e gente che nonostante tutto, con reputazione del genere, c'e gente che ci (inc.) escono con uno che 'nto un secondo vuol dire uno lo può ammazzare tra l'altro, va' ... hanno avuto problemi gli hanno ammazzato il padre, il figlio, qualunque cosa, va', la vendetta, qualunque cosa ... invece con voi non c'e, va". Le parole di Moio sembrano tratteggiare l'essenza più reale di Reggio Calabria, una città che non ha mai negato il consenso al clan De Stefano. E così, sempre secondo il racconto del collaboratore, Dimitri De Stefano avrebbe tenuto un piede nei locali della "Reggio Bene" e gli occhi sugli affari di casa: "Dimitri De Stefano è stato uno sempre particolarmente ... lui è cresciuto in questo ambiente, io lo conosco molto bene, lui vedeva tutto".

Dichiarazioni, quelle dei collaboratori di giustizia, che si intrecciano con le risultanze investigative raccolte dai pm Di Palma e Ferracane.

A parlare, da ultimo, di Dimitri De Stefano, è il collaboratore di giustizia Enrico De Rosa, vicino agli ambienti del clan De Stefano e a quelli della "Reggio bene". De Rosa riconosce in foto Dimitri De Stefano e riferisce inizialmente di un evento in occasione del quale Dimitri De Stefano si era recato presso l'agenzia immobiliare della stesso De Rosa e, dopo aver compilato una scheda cliente con il mero pretesto di essere interessato ad un appartamento, aveva poi svelato il reale motivo della visita, portando una "imbasciata" da parte di Giovanni De Stefano, "Il Principe", figlio del boss Giorgio De Stefano, assassinato nel 1977 a Santo Stefano in Aspromonte. Una "imbasciata" che De Rosa avrebbe dovuto riferire all'amico di sempre, Demetrio Sonsogno, "Mico Tatù", collettore delle tangenti per il clan De Stefano: "Digli a Mimmo che lo vuole Gianni" sarebbe la frase riferita da Dimitri. L'episodio, peraltro, ha trovato un puntuale riscontro di tipo oggettivo in occasione della perquisizione eseguita alla fine del 2014 presso un locale commerciale nella disponibilità di De Rosa: è stato infatti rinvenuto copioso materiale cartaceo riconducibile all'agenzia immobiliare denominata DRS Agency Immobiliare srl (di cui era titolare il collaboratore giustizia) ed è stata successivamente sequestrata dalla P.G. una "scheda-richiesta" dell'aprile 2011, con l'indicazione, oltre che della tipologia di immobile di interesse, del nome "Dimitri" e del relativo recapito telefonico. Lo stesso collaboratore ha peraltro chiarito - in occasione di un nuovo interrogatorio - la ragione sottesa alla "ambasciata" ricevuta dal Dimitri De Stefano ed indirizzata dal cugino di quest'ultimo, Giovanni De Stefano, al Demetrio Sonsogno, ricordando l'episodio e ricollegandolo direttamente ad una vicenda estorsiva allo stato però non suscettibile di più ampia discovery a causa di indagini in corso.

Ecco il "metodo De Stefano". Avvicinare con buone maniere e con un pretesto, per parlare di 'ndrangheta. Le informazioni sull'immobile, infatti, non avranno alcun seguito: "Era una minchiata" dice il collaboratore De Rosa. "Poi tutti gli altri miei rapporti con Dimitri De Stefano sona stati solo ed esclusivamente tipo a bere ed a ballare nei cocktail bar in giro e lui mi portava rispetto perche io ero con Mimmo e quindi sapeva chi ero, che ero sempre con lui e basta, dopodiché anche quando io poi ... Mimmo l'hanno arrestato si può lui ha raffreddato quelli che erano i rapporti" afferma ancora De Rosa.

Il collaboratore ha riferito di un ulteriore episodio (collocato tra gli anni 2010 e 2011) relativo ancora una volta ad una "ambasciata" portatagli dallo stesso Dimitri, con la quale quest'ultimo - sempre per conto del cugino Giovanni, "Il Principe" - gli comunicava uno spostamento di orario (informazione da recapitare a Demetrio Sonsogno) in relazione ad un "incontro" di 'ndrangheta che si sarebbe dovuto tenere (e che poi in effetti si tenne) presso i locali di un B&B gestito da De Rosa ed a tal fine messo a disposizione da quest'ultimo. De Rosa ha poi evidenziato la circostanza per cui il Dimitri De Stefano godesse direttamente dei "benefici' economici legati all'appartenenza all'omonima cosca di 'ndrangheta, anche con riferimento all'attività di lavoro "ufficialmente" svolta (rappresentante della ditta di salumi Beretta): "Dimitri De Stefano, allora, quello che so io è che lui godeva dei benefici della potenza criminale della famiglia. Che cosa intendo godeva dei benefici? Perche lui entrava nei locali e non pagava, andava nelle attività commerciali e sponsorizzava le aziende che gli parevano a lui". Insomma, con Dimitri gli affari andavano bene. "Fornisce tutte le principali attività di Reggio Calabria, le fornisce lui..." dice ancora De Rosa. Il perché è presto svelato: "Quello che so io è che siccome a Dimitri De Stefano le cose gliele comprano, per stare tranquilli diciamo. Questo qua lo so perche lo so, perche me lo ha detto Mico, perche me lo ha detto un altro commerciante mezzo pazzo, Pietro (incomprensibile),che aveva un bar di fronte la cosa ... mi ha detto, come fai a non prendere le cose da Dimitri, questo è anche un po' ricchione, e, praticamente, come fai a non prendere le cose da Dimitri, almeno se ti compri i prodotti da Dimitri sei tranquillo perche uno fa l'uno e l'altro, inteso che compri il prodotto e, in più, hai la protezione, la tranquillità che gli cacci il cappello ai De Stefano".

Parlando con i pm Stefano Musolino e Rosario Ferracane, De Rosa, in estrema sintesi, definito Dimitri come il "volto pulito" della cosca De Stefano, ribadendone la sostanziale differenza rispetto ad altri esponenti di vertice, nonché evidenziandone comunque - anche alIa luce degli episodi collegati alle "imbasciate" l'inequivocabile intraneità alla 'ndrangheta: "Non è che venuto a fare noi non ci siamo scambiati delle imbasciate tipo inerenti all'orario di una partita di calcetto ci siamo scambiati delle imbasciate inerenti a delle estorsioni è cosa diversa quindi".

Oltre alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, ovviamente, vi sono le intercettazioni dei coindagati a incastrare De Stefano. Le intercettazioni vengono valorizzate così dal Tribunale della libertà che ha confermato la custodia cautelare in carcere: "Emerge chiaramente dal compendio intercettivo la saldatura sinergica ai fini della ricomposizione degli equilibri mafiosi connessi alla spartizione territoriale nel quartiere di Santa Caterina tra l'intervento di De Stefano Giorgio e De Stefano Dimitri, in quanto soggetti che, in forza della posizione apicale rivestita in seno alla cosca De Stefano, appaiono in grado di giocare un ruolo decisivo nella vicenda in esame e pertanto di garantire (come poi concretamente avvenuto con la riapertura di lì a pochissimi giorni dell'ex Bar Malavenda) un rapido componimento dei contrasti sorti tra Nucera Carmelo (e prima ancora Nicolò Antonino) e i fratelli Stillittano di Vito".

Il placet di Dimitri alla riapertura del bar per il Collegio "oltre ad essere sintomatico dell'intraneità alla 'ndrangheta, è coerente con gli assetti di potere su cu si regge attualmente la cosca De Stefano; giova infatti evidenziare che Dimitri De Stefano è allo stato l'unico dei tre figli maschi del defunto boss Paolo De Stefano attualmente in libertà". A lamentare il nuovo corso dell'ex bar Malavenda, infatti, era la famiglia Stillittano, federata ai gruppo dei Condello. Ma, dopo mesi di tensione e di "diplomazia", la situazione viene sbrogliata proprio grazie all'intervento dei De Stefano: "A dimostrazione dell'assicurazione ambientale prestata da De Stefano e dalla cosca omonima, si colloca la significativa circostanza che il bar Malavenda del Nucera aprirà regolarmente, facendo a meno della copertura assicurativa, senza ricevere ulteriori avvertimenti mafiosi e senza che si verificasse alcuna altra azione delittuosa a fronte, viceversa, di due ordigni esplosivi collocati in precedenza".

Ruolo fondamentale, ovviamente, quello dell'avvocato Giorgio De Stefano che – come sosterranno le inchieste successive, soprattutto quella "Mammasantissima" – sarebbe a capo della cupola segreta della 'ndrangheta. Ma anche Dimitri De Stefano avrebbe dato un fondamentale contributo, in virtù del proprio peso criminale: "Il materiale investigativo, e in particolare le dichiarazioni dei collaboratori, consentono di acclarare proprio l'escalation criminale del De Stefano in un progressivo crescendo di attribuzioni e competenze, determinate anche da contingenze fattuali connesse allo stato detentivo dei maggiorenti della cosca".

Motivi per i quali, secondo il Tdl, Dimitri De Stefano deve restare dietro le sbarre, essendo concreto il pericolo di reiterazione di reati: "La gravità della condotta contestata a De Stefano che – assicurando il proprio personale intervento nella composizione di situazioni di fibrillazione connessa alla spartizione territoriale tra diversi gruppi 'ndranghetistici operativi nel quartiere Santa Caterina, luogo strategico per via di numerosi interessi mafiosi convergenti, intervenendo attivamente al fine di ristabilire gli equilibri ed imporre l'influenza della propria compagine criminale – garantiva l'operatività del sodalizio investigato, depone, già di per sé, in senso del tutto negativo in ordine alla personalità dell'indagato".