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Così i clan controllano la grande distribuzione reggina: parla imprenditrice

supermercato500di Claudio Cordova - Con la sua "Doc Market", è stata per anni sulla prima scena della grande distribuzione a Reggio Calabria e provincia. Poi il fallimento e i guai giudiziari. Da qualche mese, però, l'imprenditrice Brunella Latella – pur non avendo aderito al programma di protezione che spetta ai collaboratori di giustizia – sta raccontando fatti e circostanze sulle dinamiche che regolano il settore al sostituto procuratore della Dda di Reggio Calabria, Stefano Musolino. Proprio lei che, quel settore lo ha battuto per anni, confrontandosi sul mercato con i vari Montesano, Crocè, Frascati e Suraci. Le sue dichiarazioni sono proprio agli atti del procedimento che vede Dominique Suraci – politico e imprenditore – imputato di associazione mafiosa.

I verbali depositati nel processo "Sistema-Assenzio" cristallizzano alcuni fatti specifici relativi a Suraci, ma, soprattutto le dinamiche e le tendenze perverse che regolano il mercato della grande distribuzione, controllato in maniera asfissiante dalle cosche, tanto della zona sud della città, i Labate, quanto della zona nord, i clan di Archi. Brunella Latella, in quegli anni attiva con la "Doc Market", racconta dell'espansione commerciale con l'acquisizione dei punti vendita Euro Hard: in via Aschenez, via Lia, via Torricelli, via Sbarre e a Pentimele. Un investimento, quello operato dalla Latella, alla luce delle regole del mercato e della possibilità di crescita di tali punti vendita. Che ben presto, tuttavia, si rivela assai problematica: "Non sono obbligata a comprare dai fornitori locali, fatto sta che, comunque, non riesco in questa impresa. Non mi chieda perché ma non sono riuscita... non riuscivo ad acquistare dai fornitori, a trovare i fornitori che mi potessero fornire o fornitori che volessero fornire Reggio Calabria, ecco, mettiamola in questi termini". L'imprenditrice cerca di rifornirsi fuori dalla città, bypassando i fornitori locali, quasi tutti legati alla 'ndrangheta: Pasquale Utano e Carmine Polimeni, legati alla 'ndrangheta di Archi, ma anche Ital Gross e San Michele e quindi la famiglia Lo Giudice e Michele Crudo, genero del boss Tegano, nonché Natale Iannì per il pane, ritenuto organico alle cosche di San Giorgio Extra, Modena e Ciccarello. Brunella Latella cerca in Sicilia e in Puglia, ma senza successo: "Non si riusciva... a Reggio non arrivava la merce, non erano interessati al mercato reggino". Un ostruzionismo che avrebbe dovuto portare la Latella tra le braccia delle aziende reggine: "Quindi, che mi dovrebbe indurre a rivolgermi ai fornitori locali. Cosa che io non avevo fatto in precedenza e voglio continuare a non fare. E così ho fatto e così inizio ad avere problemi".

Problemi dovuti anche al licenziamento di un dipendente, Paolo Schimizzi, che l'imprenditrice identifica come cugino omonimo del più noto boss Paolo Schimizzi, membro di spicco del clan Tegano, scomparso per un caso di lupara bianca nel settembre del 2008. Un dipendente che non lavorava: "A Schimizzi Paolo io gli dovevo, semplicemente, dare lo stipendio" spiega Brunella Latella. Il ruolo di Schimizzi sarebbe stato quello di "passepartout" (per usare le parole della Latella). Egli stesso avrebbe detto alla donna: "Io servo per questo, per farti stare tranquilla... se vuoi stare tranquilla, tu mi paghi e stai tranquilla!". Una sorta di garanzia ambientale richiesta dalla 'ndrangheta agli imprenditori. Il meccanismo è il seguente: per non subire ritorsioni, l'azienda deve o rifornirsi dalle ditte dei clan, o procedere ad assunzioni pilotate. Lo spiega anche il collaboratore di giustizia Mario Gennaro, ritenuto vicino agli ambienti del clan Tegano e pentitosi dopo l'arresto nell'ambito dell'inchiesta "Gambling", che ha svelato un miliardario giro d'affari sul gioco d'azzardo illegale: "Secondo me gli imprenditori, sapendo di andare ad aprire in un determinato territorio sanno come funziona anche, non so, si aspettano. Cioè questo è il ritorno che danno alla 'ndrangheta che può essere questo o un altro metodo che utilizzano sono i posti di lavoro".

Ma Brunella Latella sgarra alle regole: "Io che, probabilmente, questa tranquillità non l'avevo saputa apprezzare, ho pensato bene di mandarlo a casa. Ed effettivamente, poi mi sono resa conto che la tranquillità non l'avevo saputa apprezzare". Da quel momento i problemi: "Ho finito la pace" dice l'imprenditrice al pm Musolino con un'espressione gergale, quanto efficace. Che cosa è successo? Brunella Latella spiega chiaramente: "Che alla fine io non ce l'ho fatta più e ho ceduto gli Euro Hard. Facevo promozione e non riuscivo a fare vendite, con quelle promozioni i punti vendita sarebbero dovuti scoppiare di vendita e non riuscivo a non... avevo pressioni da tutte le parti... non riuscivo...".

E' il sistema 'ndrangheta che isola e distrugge chi si discosta d esso: "Io dovevo essere distrutta, dovevo scomparire". Su precisa domanda del pm Musolino, l'imprenditrice afferma di aver avuto la percezione che qualcuno all'esterno invitasse i clienti a non entrare: "La percezione sì. Ma così come l'ho avuto nel caso di Euro Hard, ce l'ho avuta anche nel caso di Melito. A Melito, più che percezione, me lo hanno detto chiaro chiaro e tondo tondo". La firma, neanche a dirlo, della famiglia che lì controlla tutto: Nino Iamonte e Carmelo Iamonte le dissero che non l'avrebbero fatta lavorare.

Così la 'ndrangheta controlla tutto il mercato: "Chi non entra a far parte di questo sistema, purtroppo, viene escluso. Il sistema comporta che bisogna rifornirsi di alcuni, per esempio, delle carni, da alcune persone, piuttosto che dal pane da altre, piuttosto che delle buste da altri ancora o i dipendenti che devono essere assunti, devono essere amici degli amici, cos'altro... bisogna essere disponibili per quelli che sono i lavori di ristrutturazione; chi caso mai, come me, decide di non voler fare parte di questo meccanismo non ha, purtroppo, strada o meglio viene ostacolato e, prima o poi, viene tagliato fuori. Credo che sia un meccanismo che per loro ha sempre funzionato, perché, fondamentalmente, sono capaci di portarlo a termine". Le dinamiche sono raccontate dalla Latella con sconfortante lucidità: "Dal momento in cui loro cercano in tutti i modi di farvi accettare le loro condizioni, prima, praticamente, dico per dire, semplicemente con la carne poi voi accettate di prendergli la carne e loro vengono e vi dicono che dovete prendergli pure il pesce e poi vengono e vi dicono i lavori ve li facciamo noi e come diciamo noi, cioè, come si dice, una cosa si aggiunge all'altra; più voi dite va bene per stavolta lascio stare, come dire, e cerco di andare d'accordo e più loro, poi, se ne approfittano, tipo, fino a quando vi portano in condizioni che voi non potete più far niente. Cioè, cominciano le rapine, cominciano i furti, cominciano gli incendi... o, poi, andate da loro e gli dite scusatemi, aiutatemi a risolvere il problema o vi rivolgete alla giustizia e, da quel momento in poi, voi avete finito di lavorare!".

Un ambiente in cui si sarebbe confrontata con alcuni tra gli imprenditori recentemente coinvolti in indagini della Dda. Angelo Frascati, per esempio, implicato nell'inchiesta "Fata Morgana" e con cui la Latella avrebbe rifiutato di entrare in affari: "Diciamo pure che la cosa più eclatante è che, per esempio, il mio modo di ragionare è che se io ho un problema vado e lo denuncio, probabilmente il signor Frascati se ha un problema se lo risolve". E poi, ovviamente, due tra gli imputati principali del procedimento "Assenzio-Sistema", i soci in affari nella grande distribuzione Giuseppe Crocè e Dominique Suraci. Sul primo, la percezione della Latella è netta: "Io credo che Crocè sia un uomo dei Labate". Una percezione qualificata dato che la donna per anni ha operato sul territorio del Gebbione, appannaggio del clan Labate, contro cui ha anche recentemente reso dichiarazioni accusatorie. E, infine, Dominique Suraci, l'imprenditore che con i suoi supermercati avrebbe colluso con la 'ndrangheta, tessendo una serie di rapporti sia sotto il profilo criminale, che sotto quello politico e istituzionale: "Quello che sapevo io era, semplicemente, che lui riusciva a prendere i contributi, tutti i contributi della Regione che c'erano; e io invece non ne avevo preso mai nessuno".

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