Dossier
 

13enne stuprata per 2 anni: i consigli del poliziotto al fidanzato-aguzzino

intercettazioni19aprdi Angela Panzera - "Un manipolo di balordi ventenni". Li definisce così il gip Barbara Bennato che ieri ha ordinato l'arresto di sette giovani di Melito Porto Salvo ritenuti responsabili, a vario titolo, in quanto accusate a vario titolo di violenza sessuale di gruppo aggravata, atti sessuali con minorenne, detenzione di materiale pedopornografico, violenza privata aggravata, lesioni personali aggravati e atti persecutori. Un altro giovane è invece accusato di favoreggiamento personale e per lui è stato disposto l' obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. La regia però del branco sarebbe stata retta da Davide Schimizzi e Giovanni Iamonte, figlio del boss Remingo. I loro ruoli sono distanti, ma al contempo sovrapponibili: entrabi infatti, non si sarebbero fatti alcuno scrupolo nell'abusare per quasi due anni di una giovane adolescente che all'epoca dei fatti aveva solo tredici anni. Schimizzi era il suo fidanzatino, o meglio la minore credeva che tra di loro potesse nascere qualcosa di bello, ma invece Schimizzi le avrebbe aperto la porta degli inferi dandola in pasto agli altri membri del branco.

"Inizialmente la minore- scrive il gip- aveva creduto di poter sfuggire ad una condizione di solitudine che l'ambiente familiare, segnalato dalla separazione dei genitori, sembrava rinselvarle. Davide dunque aveva sin dall'inizio rappresentato per lei il volano per sua agognata emancipazione e l'ingresso nel mondo degli adulti, nel quale aveva sperato di poter soddisfare quelle istanze affettive che aveva creduto essere frustrate dai genitori distanti e disattendi. Le aspettative si erano rilevate ben presto irrealizzabili, non foss'altro perché la tredicenne maldestramente riusciva a gestire una relazione cosi claudicante, nella quale non era mai possibile alcuna autoaffermazione, pena la perdita dell'oggetto amoroso. Situazione questa, che l'aveva indotta ad assecondare indistintamente le richieste del ragazzo per paura di essere abbandonata. Forte della sua "superiorità (sembra quasi blasfemo, dirlo, alla luce di quanto si descriverà in seguito) e dall'alto della sua "esperienza", che creavano un divario abissale con la minore- Davide aveva di volta in volta elevato il livello delle sue richieste, fino a quando, dopo una interruzione per ragioni di gelosia ( la ragazzina aveva inviato dei messaggi ad un altro ragazzo) le si era riavvicinato, proponendole sciaguratamente, quale prezzo del "perdono", la consumazione di rapporti sessuali con lui e con alcuni suoi amici.

Non c'era bilanciamento fra "pretendere" o "lasciare" per la giovane, esclusivamente interessata a riavere il suo "oggetto d'amore" e comunque incapace (nei fatti oltre che giuridicamente) di opporsi alle richieste del ragazzo- di cui subiva la forte fascinazione- esposta piuttosto alla sua avvenenza fisica e "zavorrata" dal senso di colpa e dalla falsa rappresentazione del dovere di lavare la propria colpa con l'ubbidienza ai desiderata dell'uomo. Per vincolare la ragazza a sé, Davide le aveva chiesto- e ottenuto tramite Whatsapp- una serie di foto che la ritraevano nuda o in pose "compromettenti" con l'implicita minaccia di divulgarle nell'eventualità di un rifiuto. Dopo una prima fase, protrattasi fino al dicembre 2013 e caratterizzata dalle pressanti richieste di Davide, la giovane era riuscita a interrompere la relazione e a intraprenderne un'altra con un 24enne. Lo stabilizzarsi di questa, sembrava averle offerto l'occazione di interrompere quel già odioso sfruttamento del suo corpo, divenuto oggetto dell'effimero piacere di un manipolo di balordi ventenni. Ma non era cosi. Anziché lasciare che la minore andasse per la sua strada, nel febbraio 2014 lo Schimizzi aveva fatto di tutto per "riappiopparsene" quasi si trattasse di un oggetto di usa proprietà. In tale prospettiva l'aveva circuita, insistendo per avere un incontro chiarificatore, ottenuto il quale l'aveva sedotta e indotta ad avere un rapporto sessuale, cosi riaffermando la propria cancerogena presenza. Stavolta però lo standard criminale si era di gran lunga elevato, avendo Davide coinvolto nella già squallida e drammatica vicenda l'amico Giovanni Iamonte, rampollo della locale cosca mafiosa e soggetto notoriamente violento e spregiudicato.

Iamonte era il lontano cugino che le addestrava i cani, sebbene in quel drammatico febbraio 2014 lo stesso si era trasformato in un Caronte spregiudicato e crudele che l'aveva condotta letteralmente all'inferno. Dal 14 febbraio 2014 infatti era stata costretta a consumare rapporti sessuali con numerosi uomini, prima imposto dal solo Schimizzi ed ora anche, e più terribilmente, dallo Iamonte. Incessante e implacabile il logorio mentale cui i due l'avevano sottoposta, nel lungo periodo delle violenze, costringendola a rimanere in quella torbida e tremenda situazione con la minaccia di rivelare le "sue" (!) nefandezze ai genitori o, comunque di fare del male a lei e ai suoi cari, minaccia percepita come estremamente serie".

La ragazzina più volte dirà agli inquirenti che Giovanni Iamonte aveva lo "sguardo brutto", chiaro segno della sua indole

" I due avevano ritenuto opportuno- continua il gip- disinnescare la potenziale minaccia alla realizzazione dei loro turpi disegni, costituita dalla presenza del fidanzatino. È in questa fase che si colloca la "spedizione punitiva" portata materialmente a compimento, con la regia dello Iamonte, Davide Schimizzi e Antonio Verduci, in concorso con un terzo soggetto, mediante un violento pestaggio ai danni del giovane, cui era stato esplicitamente intimato di lasciar stare la ragazza".

Il fidanzatino la lascerà. Quel pestaggio gli ha generato paura e con gli Iamonte non si può scherzare. I suoi timori però condurranno nuovamente la minorenne fra le grinfie dei presunti aguzzini.

Che Davide Schimizzi fosse consapevole degli abusi sessuali che aveva presumibilemnte perpetrato insieme agli ragazzi, i magistrati lo desumono da alcune intercettazioni avvenute con il fratello poliziotto.

"Due conversazioni dal chiaro valore indiziante sono quelle fra Davide Schimizzi e il fratello Antonino, detto Nino, agente della Polizia di Stato in servizio nel milanese, mette nero su bianco il gip Bennato. Con quest'ultimo la ragazza aveva consumato (almeno) un rapporto sessuale, sebbene riferendo dell'episodio la stessa aveva precisato che "non faceva parte del ricatto...non faceva parte di questa cosa però ci siamo sentiti cosi messaggiando e poi ci siamo visti...si c'è stato però non faceva parte di questa cosa, cioè nel senso non faceva parte del ricatto" e che si era trattato di un rapporto "consensuale", voluto da entrambi sebbene nella drammatica e penosa accezione conferita dalla stessa narrante ( è stata una cosa...voluta da me e in parte anche da lui nel senso da me in base al fatto che...dopo questi ricatti queste cose che erano successe io non avevo più...non avevo più stima in me stessa completamente perché io in questi momenti avevo pure momenti...queste crisi queste cose diciamo sempre sono una merda sono cose così).

La giovane parla di consenso, ma la sua volontà già acerba ed incompleta per età e condizione evolutiva, era fortemente viziata e mutilata da una condizione di disistima e di disprezzo per la propria persona e di totale svilimento del proprio corpo che, invece di prepararsi gioiosamente e correttamente a vivere in pieno la propria femminilità era stato ridotto- non da lei, ma da un manipolo di balordi- ad oggetto da usare al soddisfacimento dei propri brutali e patologici istinti sessuali.

Se tuttavia non vi sono elementi per collocare il rapporto sessuale quando la ragazza era infraquattordicenne, né per ritenere che la stessa fosse stata comunque costretta a consumarlo, non vi è dubbio che Antonino Schimizzi, vi è più a cagione della professione di poliziotto, fosse pienamente a conoscenza degli abusi subiti dalla minore.

In tal senso milita il contenuto di due conversazioni telefoniche intercorse fra questi e il fratello Davide nelle giornate del 13 e del 14 gennaio 2016. Nella prima Davide, visibilmente agitato, aveva chiamato il fratello Nino e, utilizzando un linguaggio criptico gli aveva manifestato tutta la sua preoccupazione per la vicenda di "quella ragazza", in quella circostanza Nino, senza alcuna ulteriore specificazione, aveva colto esattamente il riferimento ( ehm...sentimi qua, ti ricordi quel fatto? Quel fatto di quella ragazza a Melito?") e aveva fatto comprendere all'interlocutore di aver capito di chi si stesse parlando ( ah ah sì ora ho capito). In particolare la preoccupi di Davide derivava dall'aver appreso che i Carabinieri (" i cosi") stessero convocando delle persone per escuterle in merito alle violenze subite dalla minore (" ci stanno...li stanno chiamando a tutti quelli..hanno cose che chiamano a tutti..no no, i propri i cosi! Che gli stanno facendo un sacco di domande!). Nino lo aveva rassicurato sostenendo che a suo parere la minore avrebbe dovuto sporgere denuncia entro i termini di legge- sulla base delle sue conoscenze giuridiche- trascorsi ormai sei mesi dai fatti, tutti l'avrebbero fatta franca (" compare può fare quello che vuole, che non c'è nessun problema!..ma gli ha potuto dire quello che vuole che il fatto lo poteva fare solamente entro un termine...non lo può..ma non mi ricordo se erano sei mesi...tre mesi o sei mesi....ora sono passati, ehehe").

Pur essendo un poliziotto, il fratello dell'arrestato si sbagliava. Il reato, perpretato ai danni di una minorenne, è procedibile d'ufficio quindi non importa se siano passati un mese, tre, sei o nove. Gli inquirenti possono perseguirlo ugualmente. Eppure essendo un agente della polizia di Stato e avendo superato un concorso pubblico, avrebbe dovuto saperlo.

"La sicumera che emerge dal tenore del colloquio offre la cifra della protervia dei conversanti – chiosa il gup. convinti della propria impunità e consapevoli perciò dalla rilevanza penale della condotta perpetrata ai danni della minore. I due certi che la giovane avesse raccontato l'accaduto (ad ulteriore e autentica comprova dell'autenticità del suo narrato), avevano tuttavia commesso l'errore di ritenersi imperseguibili per mancanza o tardività delle condizioni di procedibilità. Di particolare interesse risulta anche la conversazione registrate fra i due fratelli alle 14,24 del 13 gennaio 2016 nel corso della quale Davide, ancora più preoccupato di prima aveva informato Nino della convocazione in caserma di altri ragazzi, cui gli inquirenti avevano fatto intendere l'apertura di un procedimento penale (" Davide? Ma sei a lavoro= allora, gli altri li hanno chiamati al telefono e poi sono andati la? E gli hanno domandato se è vero , se fa che fa, che ha fatto, che non ha fatto che sono stati denunciati, tipi e tapt...)". A quel punto Nino Schimizzi aveva ipotizzato una strategia difensiva, consigliato al fratello di legare l'esistenza di qualsiasi rapporto con la minore e di non rilasciare alcuna dichiarazione poiché, diversamente avrebbe rischiato ( " ti fanno un'altra cosa") di essere arrestato (" si vabbè, può andare avanti con quello che vuole" "eh vabbè a te no ancora? uhm allora tu in ogni qualsiasi caso ti chiamano tu vai e dici io non mi ricordo niente! Perché no! Gli devi dire che quando mi chiamate in giudizio poi ne parliamo, adesso a titolo informativo non vi dico niente! e scrivete quello che volete! Non ho nulla da dichiarare! Esattamente così! Così gli devi dire! Davide non fare lo stupido ( stortu") così gli devi dire, perché altrimenti ti fanno fare,ehm ti danno un'altra cosa, tu non gli dire niente, perché se gli dici qualcosa fanno un'altra cosa loro, capito? E poi rompono i coglioni! Quindi allora, tu non gli devi dire niente! Basta. Tu che cosa eh mmm guardate vi dico la verità non mi ricordo! E come fai a non ricordare? Ehm sono stato con tante ragazze ed è successo troppo tempo fa! Non mi ricordo! Allora tu gli devi dire è successo tanto tempo fa! Quindi non mi ricordo! Io sono stato con tante ragazze e non mi ricordo! Non mi ricordo! Eh bravo, non ti ricordi niente! Basta! E come mai? Non mi ricordo, è passato tanto tempo!basta! se insistono e ti fanno ancora, gli devi dire non ho niente da dichiarare! Scrivete digli, non ho niente da dichiarare! Basta! Aaa. Vabbò comunque stai tranquillo che se tu fai come ti dico io non c'è niente...non posso fare niente, capito? Perché se tu parli invece, loro fanno un'altra cosa, tu invece non devi parlare! No no...non lo so, non mi ricordo, non ho niente da dichiarare, no non lo so, non mi ricordo non mi ricordo, non lo so e non mi ricordo va bene? Però non andare scontroso, vai normale, perché poi ti fanno altre cose , tu vai normale! Poi se ti istigano per parlare non gli dire niente! Hai capito? Non ci dire niente, qualsiasi cosa che ti domandano dici non no, non ricordo, non mi ricordo e non mi ricordo!").

Su questo invece Nino Schimizzi non si sbagliava. Il fratello Davide è stato arrestato con delle accuse pesantissime. Il nostro ordinamento non prevede la punibilità per i familiari, considerato appunto il legame di parentela. Ma chi indossa una divisa non dovrebbe ragionare in questo modo. Avrebbe eventualmente dovuto indurre il fratello a dire la verità oppure a denunciare tutto quanto in sua conoscenza all'autorità giudiziaria. In un paese normale, forse sarebbe avvenuto ciò. Ma a Melito Porto Salvo no, qui la 'ndrangheta e l'omertà regnano sovrane da tempo immemore e ti fanno dimenticare anche che sei un uomo dello Stato per ricordatelo solo quando ti viene accreditato lo stipendio.