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Ecco la “Corona” della ‘ndrangheta legata alla massoneria

tribunale15aprdi Angela Panzera - «Nulla esclude, in verità che la "Corona" rappresenti effettivamente un'articolazione legata alla massoneria e che taluni dei riferimenti emergenti dalle intercettazioni vadano letti in questo senso. Il "consiglio della Corona" prefigurato da Vincenzo Melia, almeno nella parte che interessa il presente giudizio, non raggruppava liberi muratori con aspirazioni da carriera all'interno di un'organizzazione massonica, ma soggetto cui si riconosce un potere di controllo del territorio». È il giudice Alfredo Sicuro, presidente del Collegio del Tribunale di Locri, a delineare nelle oltre duecento pagine di motivazioni le commistioni fra massoneria e cosche di 'ndrangheta. È stata l'inchiesta "Saggezza",- condotta dal pm antimafia Antonio De Bernardo in sinergia con i Carabinieri di Locri, ancor prima della recente indagine "Mammasantissima", a svelare i legami che intercorrono fra le due strutture, in questo caso entrambe illecite. Il 28 settembre dello scorso anno il Tribunale di Locri ha comminato 15 condanne per quasi 150 anni di carcere, oltre venti assoluzioni e anche qualche prescrizione.

Con l'indagine "Saggezza" inoltre, gli inquirenti hanno disvelato una "nuovo organismo" che -per il Tribunale presieduto dal giudice Sicuro- «da un esame complessivo delle conversazioni emerge con chiarezza che Vincenzo Melia, Nicola Romano, Nicola Nesci, Giuseppe Varacalli, Giuseppe Siciliano (assolto all'esito del dibattimento ndr) Giuseppe Siciliano, Giuseppe Bova e Giuseppe Raso erano tutti inseriti in una struttura, chiamata "Corona" della quale Melia era l'elemento di vertice in virtù di una "dote" che gli era stata conferita fin dal 1962. I soggetti in questione, al di là, delle considerazioni circa le loro qualità personali e circa i doveri di mutua assistenza cui l'appartenenza alla "Corona" li obbligava, sono stati menzionati nel descritto contesto come portatori di un certo potere nei rispettivi territori, poteri che Melia si aspettava essi fossero in grado di esercitare compiutamente in conformità degli scopi della "Corona" (...) Nicola Nesci può essere definito il "perno di Ciminà", senza necessità di stabilire chi debba comandare sul territorio(...)il consiglio della Corona, pertanto, emerge dalle intercettazioni come una struttura che, diretta dall'anziano Vincenzo Melia, titolare di una dote che gli conferiva un enorme potere ("Neanche Dio lo può fare. Solo io lo posso", raggruppava una serie di soggetti portatori di un certo potere di influenza nei rispettivi territori».

La "Corona" racchiuderebbe al suo interno i membri dei "locali" di Ardore, Canolo, Ciminà , Cirella di Platì e Antonimina. Proprio questo comune sarebbe il punto partenza della "Corona".

«I locali costituenti la Sacra Corona- è scritto nelle carte dell'inchiesta- erano stati sino ad alcuni anni prima delle cellule autonome, sebbene legate alle più complesse realtà mafiose di Locri, Bovalino, Platì e Siderno. L'indagine ha dimostrato il parziale mutamento delle dinamiche del passato ed il rapporto di collaborazione e mutuo soccorso - invece di quello di subordinazione - tra i locali minori e gli altri storicamente più noti e ramificati», Ciò che emerge quindi dalla sentenza emessa dal Tribunale di Locri è che la "Corona", non è stata solo provata in sede giudiziaria, ma è stata sepolta da decine e decine di anni di carcere. «Se dunque la Corona- chiosa il Tribunale- era effettivamente da inquadrare in un'organizzazione massonica, le risultanze del presente giudizio dimostrano con certezza che detta organizzazione ha deviato dai suoi scopi e si è relazionata con la ''ndrangheta raccogliendo attorno al "consiglio della Corona" gli elementi che, nelle zone di Ardore, Antonmina, Canolo e Ciminà erano in grado di controllare il territorio».

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