Catanzaro
 

Catanzaro, il partito radicale in visita alla Casa circondariale “Ugo Caridi” di Siano

"Siano, Casa circondariale di Catanzaro. Alle ore 8:45 ci incontriamo con gli altri membri della delegazione composta da Ernesto Biondi, Giovanna Canigiula, Rocco Ruffa e il sottoscritto. Antonio Giglio, già consigliere comunale di Catanzaro e anch'egli autorizzato dal DAP come membro della delegazione, non ha potuto esser presente per motivi di salute personali, mentre si sono uniti alla delegazione del partito radicale la Senatrice, On.le Bianca Laura Granato, del Movimento 5 Stelle e, quale suo collaboratore, il sig. Alberto Tarsitani.

Alle ore 09.00 suoniamo il campanello dell'enorme cancello d'entrata, che tutto e tutti arresta all'ingresso tranne l'acqua che, quando usciremo alle 15:00 dopo la visita, avrà invaso l'intero cortile antistante gli uffici amministrativi, gli ingressi ai padiglioni detentivi e agli alloggi della polizia penitenziaria". Inizia così il resoconto della visita ispettiva effettuata al Partito Radicale alla CC "Ugo Caridi".

"Sia la direttrice, dott.ssa Angela Paravati, sia il comandante, Commissario Capo, Aldo Scalzi non ci sono e – continua la nota – ad accoglierci e accompagnarci durante la visita, c'è l'ispettore Caio. I detenuti presenti al momento della visita sono 618 (di cui 362 detenuti per reati comuni e 252 in alta sicurezza) a fronte di una capienza regolamentare dichiarata di 685 posti (erano 570 a fine dicembre del 2015 ).

Tutti uomini, poiché le uniche due sezioni femminili - in Calabria - stanno nel Casa circondariale di Castrovillari (CS) e nella Circondariale "G. Panzera" a Reggio Calabria.

Di 470 agenti di polizia penitenziaria previsti in organico, effettivamente assegnati ce ne sono soltanto 306. E ancor peggiore è la situazione degli educatori: di 9 previsti in organico soltanto 6 sono quelli assegnati effettivamente in servizio.

Carenze, queste, che si riflettono la prima sulla possibilità di far effettuare le attività rieducative ai detenuti per mancanza di agenti, la seconda sulla tempestività della chiusura delle relazioni di sintesi necessarie ai magistrati di sorveglianza per la concessione di eventuali benefici.

Come ci tiene a precisare uno degli agenti che ci accompagna durante l'ispezione, il personale di Polizia Penitenziaria interno al carcere ridotto com'è - per uno o due giorni a settimana - "viene completamente assorbito da esigenze di giustizia internamente o esternamente al carcere, al punto che in quei giorni tutte le attività trattamentali come la scuola o i laboratori vengono sospesi" (sic!).

È il 17 di giugno ed entriamo nel carcere a Catanzaro anche per ricordare (in primis a noi stessi) Enzo Tortora, la sua vicenda umana, la sua lotta politica Radicale e i 35 anni passati oggi dal suo arresto. Ma anche per ricordare che la lotta -nel nostro Bel Paese- per la "Giustizia Giusta" non è ancora vinta se è vero com'è vero che una responsabilità civile dei magistrati ancora non c'è, che l'Italia continua ad essere condannata per l'irragionevole durata dei processi e che, solo per dare alcuni numeri, a Catanzaro dei 618 ben ... persone sono in attesa di giudizio definitivo. E ... sono soltanto imputati, e non hanno ancora neanche una condanna in primo grado. Ma la Calabria è terra di 'Ndrangheta, si sa, e la custodia cautelare qui è più alta che in altre parti del Paese perché intesa come strumento di indagine: se parli ti libero prima, ti faccio godere dei benefici.

Gli stranieri che ci dice l'Ispettore Caio esser presenti al momento della visita sono in totale 139. Di questi una quindicina quelli accusati di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina: scafisti. Casi psichiatrici? Tossicodipendenti?

Dati precisi non ne abbiamo ancora perché il questionario carceri del Partito Radicale Nonviolento predisposto dal Rita Bernardini e che - grazie alla Senatrice Granato - abbiamo chiesto che fosse compilato al momento, per il fatto che gli uffici amministrativi di domenica erano chiusi, ci è stato detto che ci sarà inviato oggi, 18 giugno 2018, o al massimo domani.

Dopo le procedure preliminari di identificazione della delegazione autorizzata, della Senatrice Granato e del suo accompagnatore, incominciamo la visita vera e propria, che con la presenza della parlamentare, da visita autorizzata dal DAP si trasforma in autentica visita ispettiva.

I primi detenuti che decidiamo di incontrare sono quelli dei padiglioni 1, 2 e 3 dell'alta sicurezza che sono tutti ai passeggi, cortili delimitati e suddivisi da muri. Vasche in cemento armato, grandi piscine senza acqua dentro. Così è l'ora d'aria, con la gente che va avanti indietro come pazzi in un manicomio. Qualcuno gioca a carte, qualcuno chiacchiera, qualcuno passeggia ostinatamente per ammazzare il tempo.

I problemi che li affliggono e di cui ci parlano non sono tanto legati alle condizioni del carcere, o legate a comportamenti delle comunità detenente che, anzi, ci viene più volte elogiata dagli stessi detenuti per gli sforzi che fa, ma ai ritardi della magistratura di sorveglianza, all'impossibilità di fare i colloqui per i detenuti stranieri e/o provenienti da altre regioni. E per le carenze di organico che si traducono in difficoltà pratiche e concrete nel far espletare le attività quotidiane dei detenuti.

Tra i detenuti dell'a.s. che incontriamo al terzo dei sei passeggi c'è un gruppo di ergastolani, con ergastolo ostativo e fine pena mai.

Alcuni li conosco già dalle precedenti visite, ma tra questi, a parlare, si fa avanti Giovanni Lentini, che non avevo mai visto. Ergastolano ostativo, ci dice lui stesso essere autore di libri, articoli e interviste.

Lui - ci spiega - viene da Fossombrone e presto, a giorni, vi ritornerà.

L'argomento - ovvio - diventa subito l'ergastolo "ostativo" che traduce il fine pena nel "fine mai", e che uccide la Speranza, dice Papa Francesco che ha già Lui abolito l'ergastolo dal Diritto Canonico Vaticano e la cui costituzionalità - secondo la nostra Carta - è tanto dubbia da esser messa in discussione non da chi è contro la pena di morte e la pena fino alla morte, ma da eminenti costituzionalisti del calibro Giovanni Maria Flick e dallo stesso capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria.

In Italia abbiamo abolito la pena di morte, ma manteniamo quel mostro giuridico anti costituzionale di una "pena fino alla morte". E non è che è "qualcuno", che anche fosse così, se anche fossero in pochi, due o tre soltanto in tutta Italia, sarebbe umanamente comunque inaccettabile, oltreché contrario alla Costituzione. Il problema che sono oltre 1700 in tutta Italia.

Quando Giovanni ne parla più chiaramente chiedendo direttamente alla Senatrice (ha capito infatti che io concordo con lui) quale sia il senso "rieducativo e riabilitativo" di questa pena che non prevede una fine, l'On.le Granato e il suo accompagnatore sono senza parole, pietrificati forse è il termine che rende l'idea dell'espressione, e strabuzzano gli occhi increduli del fatto che nel nostro ordinamento giuridico esista una tale pena.

Anche Giovanna Canigiula, che nel novembre del 2008 era stata con il sottoscritto e Rita Bernardini in visita ispettiva nel carcere di Catanzaro che visitiamo oggi, strabuzza gli occhi, lasciandosi sfuggire la frase: "è un'atrocità!".

Io ricordo a tutti, anche a me stesso, che pure il capo del DAP, il dottor. Santi Consolo che ha autorizzato gentilmente la nostra visita, si è più volte espresso sulla "non aderenza al dettato dell'articolo 27 della Costituzione" di questo tipo di pena, l'ergastolo "ostativo", nata come risposta dello Stato contro l'emergenza terrorismo a metà degli anni Settanta, sopravvissuta ed estesa negli anni anche ai reati associativi di tipo mafioso.

Reati "ostativi", per i quali se non collabori ad interrompere il crimine (cosa impossibile se è già avvenuto ed altrettanto impossibile da risarcire se il crimine è un omicidio) o non fai arrestare qualcuno (anche questo è impossibile se il clan che costituiva la tua organizzazione criminale è stata sgominata da anni), non puoi godere di nessun beneficio. Niente sconti di pena, fine pena mai - anzi deputata al 9999 per le basi di dati informatiche che non consentono l'inserimento delle lettere per l'anno - in caso la pena sia l'ergastolo.

Per spiegarlo Giovanni Lentini ci racconta di un suo viaggio immaginario: è in stazione fermo a guardare il tabellone delle partenze e quando mancano pochi minuti alla partenza del suo treno l'altoparlante annuncia che "il treno è stato soppresso"; attende altri treni, per altre mete ma immancabilmente deve constatare che i suoi treni vengono continuamente soppressi; nel suo racconto succede che i suoi familiari -stanchi di aspettare- vanno a fargli visita nella stazione da cui dovrebbe partire: "Papà, perché i treni che dovrebbero riportati a casa non arrivano mai?" e lui risponde: "Siamo solo nel 2018, il mio parte nel 9999! E poi non preoccuparti, possono sopprimere treni, aerei, ... ma la fantasia e la speranza non li potranno mai sopprimere. Ha ragione Giovanni, la scrittura è liberatoria e lo è sicuramente la cultura e la conoscenza che ogni persona, anche se ristretta in carcere, ha il diritto di coltivare e di accrescere.

Un'altra cosa che ci fanno notare proprio i detenuti "ostativi" dell'alta sicurezza è che la domenica quasi mai viene celebrata la Santa Messa e che -anche se spesso viene detta dal cappellano del carcere il giovedì-, "la messa è messa e dovrebbe celebrarsi di domenica". È così che si salvaguardia il diritto al culto religioso? Poco conforto da parte del magistero della Chiesa cattolica, pochissimo da parte del magistero della "Sorveglianza".

Anche se non possiamo entrare nello specifico dei singoli casi, molti detenuti si lamentano del fatto di essersi visti più volte rigettata la richiesta di poter scontare il residuo di pena nel reparto "detenuti comuni" (ottenendo cioè la c.d. "declassificazione").

Una volta scontata la pena riguardante i reati ostativi di cui al comma 1 dell'art. 4 bis dell'Ordinamento Penitenziario che - appunto - "osta" l'accesso ai benefici di legge (sconti di pena, assegnazione al lavoro all'esterno, permessi premio, ecc) non sarebbe più ragionevole, oltreché più umano, assegnare queste persone a forme di detenzione meno rigide per un loro graduale reinserimento nella società grazie ai "benefici" di legge?

Tenerli in questo stato di sofferenza e privazione della dignità fino al loro ultimo giorno in carcere quale maggiore sicurezza garantisce alla nostra società?

È vero il contrario: queste persone escono incattivite e pronte a commettere nuovi reati. È statistica ormai acclarata: chi accede a forme di pena alternative ha un tasso di recidiva estremamente più basso.

Com'è possibile che la legge NON sia uguale per tutti quando si tratta di risarcire (con lo sconto di pena) chi è stato ingiustamente torturato? Persone arrestate simultaneamente per lo stesso reato e rinchiuse inumanamente per anni nella stessa cella dello stesso istituto, una volta "smistati" in istituti di pena diversi ricevono dalla Magistratura di Sorveglianza, per le stesse istanze risarcitorie, accoglimenti da un lato e dinieghi dall'altro!

Bisogna ricordare che -dopo la condanna comminata dalla CEDU all'Italia nel 2013 per "trattamenti inumani e degradanti"- il legislatore italiano ha dovuto introdurre nel Codice di Procedura Penale un nuovo 'articolo (il 35-ter) rubricato come "Rimedi risarcitori conseguenti alla violazione della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali nei confronti di soggetti detenuti o internati".

Ciò nonostante - come ci testimonia una persona detenuta a Siano (ma stessa cosa ci era stata testimoniata in passato da altri detenuti in altre carceri calabresi) l'aver condiviso per anni la stessa cella con chi è stato risarcito non dà diritto ad uguale risarcimento. Carcere che vai magistrato di sorveglianza che trovi. Non sarebbe più ragionevole e intellettualmente onesto applicare il "rimedio risarcitorio" a tutti detenuti che hanno condiviso le celle dello stesso carcere sovraffollato una volta che quel sovraffollamento in quei mesi e in quegli anni in quel luogo è stato accertato?

Con un senso di angoscia, dopo oltre un'ora mezza coi detenuti dell'a.s. ai passeggi, decidiamo di salire a visitare le celle di ciascuno dei 4 piani: qui incontriamo i detenuti - sempre del circuito dell'alta sicurezza - che non erano ai passeggi. Le celle -spesso con due detenuti al posto di uno soltanto- sono anguste, lo spazio vitale è al limite dei 3 metri quadrati netti dal mobilio per ciascun detenuto. E il bagno, senza doccia, è attaccato all'area dove c'è il lavabo per i piatti, e senza una finestra autonoma di ventilazione né un aspiratore.

Alcuni ci fanno notare le docce: "Ci sono ancora le docce comuni, dotto' ", ci dice uno. Non in tutti i quattro piani dell'a.s. recentemente ristrutturati, le docce stanno nelle celle. "Lo so", gli rispondo: "gliele faccia vedere alla Senatrice", aggiungo; scorgendo nei suoi occhi un sorriso di soddisfazione.

In uno o due piani dell'alta sicurezza ci sono infatti ancora "docce multiple" in comune, dove oltre alla privacy è totalmente assente pure l'igiene, il soffitto è verde dalla muffa e l'acqua calda - che quando c'è sgocciola pochissima da bottiglie di plastica bucherellate al posto dei soffioni - è razionata un'ora e mezza la mattina e un'ora il pomeriggio. Turni e file a go go, per tutto. E la Senatrice prende appunti.

Ma c'è molto da scrivere e annotare, soprattutto se è la prima volta che visiti un istituto di pena. Nel carcere ciò che all'esterno sembra un problema da poco può tramutarsi in questione "vitale": i detenuti dell'alta sicurezza (si stenta a capire per quale motivo) lamentano che non possono avere un asciugacapelli in cella e che (non importa se sia inverno o faccia freddo) devono mettersi in fila per decine di minuti per poter utilizzare l'unico asciugacapelli attaccato sulla parete del corridoio. L'acqua fredda e i capelli bagnati non sono certo un toccasana e può succedere, come è accaduto ad uno di loro, di ammalarsi di broncopolmonite e stare "malissimo per giorni".

La carenza di educatori in servizio pesa non solo sulle relazioni di sintesi: un detenuto ci spiega di non averne mai visto uno in 4 mesi. Un altro, straniero originario del Niger, appare visibilmente depresso: ci dice che nessuno può fargli visita qui in Italia e, da quando è in carcere, non ha mai potuto neanche telefonare ai propri familiari nonostante da oltre tre settimane abbia fornito alla direzione del carcere il contatto telefonico dei propri familiari per le verifiche del caso. E anche la figura del mediatore culturale è una chimera: non è previsto dalla pianta organica e ci si affida a una volontaria.

Poi arriviamo al penultimo piano dell'alta sicurezza dove, dai detenuti stessi ci viene segnalata una persona anziana, ristretta nella cella n°8, che - ci dicono - ha un tumore ai polmoni appena diagnosticato e, nonostante le richieste, non riesce a finire gli esami diagnostici, né a cominciare le cure. Mentre lo ascolto raccontare il suo dramma mi commuovo, stento a trattenere le lacrime, perché il caso è davvero straziante: gli hanno detto che ha un tumore, che forse sta per morire, ma deve restare in carcere dove accertamenti e cure vanno a rilento peggio, molto peggio, di quanto a rilento potrebbero andare fuori per la disastrata Sanità calabrese.

Quando chiediamo lumi all'ispettore che ci accompagna, ci viene riferito che "il servizio medico se ne sta occupando", ma la cosa non ci tranquillizza affatto e la Senatrice Granato dice al suo collaboratore di prendere appunti per "riferire al Ministro Bonafede".

Anche se il carcere è dotato di medico H24 e anche se di recente è stato inaugurato, all'interno dello stesso, un reparto di degenza infermieristica attrezzato di risonanza magnetica e altre strumentazioni diagnostiche, da quando la competenza su Sanità (e Salute) all'interno degli istituti di pena è stata trasferita dal Ministero della Giustizia alle Regioni, le difficoltà che ci sono all'esterno del carcere, all'interno si moltiplicano con l'impossibilità di andarsi a curare in altre regioni.

Altri detenuti, palesemente in condizioni di indigenza, lamentano l'assenza di enti caritatevoli e - soprattutto - denunciano come l'amministrazione penitenziaria non fornisca loro il minimo indispensabile per vivere in maniera dignitosa (carta igienica, sapone, scarpe, ...). Chi è povero e non ha la fortuna di avere un compagno di cella generoso è costretto ad una detenzione di totale privazione.

Tra i detenuti ne incontriamo uno che ci dice essere tossicodipendente e che - se la burocrazia non fosse così irragionevolmente lenta - potrebbe trovarsi già nel SERT che, mesi addietro ha accolto la sua legittima richiesta; ci spiega di aver inoltrato il 22 marzo 2018 l'istanza completa di tutta la documentazione necessaria ma di non avere ancora avuto risposta.

Il tutto, ricordiamolo, in una Regione, la Calabria, ancora priva sia della figura del Garante dei diritti delle persone private della libertà, sia del Garante della Salute che manca colpevolmente (e forse anche con dolo) di essere nominato dalla Regione Calabria dal 2008.

Ma torniamo alla visita. Dopo aver parlato con quasi tutti i detenuti dell'a.s. (qualcuno ci sarà sfuggito perché occupato, o dormiva o perché faceva la doccia), con la Senatrice Granato e il resto della delegazione ci dirigiamo nel nuovo padiglione che ospita i 362 detenuti per reati comuni (ex circuito media sicurezza). Quattro piani con due bracci per piano con una capienza regolamentare totale di circa 288 posti. E per loro un tasso di sovraffollamento del 125%.

Anche più alto il tasso di detenuti stranieri. Una discarica sociale. Qui però le celle e la struttura sono nuove, consegnate al DAP nel 2014, le docce sono dentro le celle, l'area bagno e il lavabo per la cucina sono separate. Luce e spazio sono sufficienti.

Mentre visitiamo il nuovo padiglione della media sicurezza fuori tuona, lampa e la pioggia cade a dirotto. Sembra voglia dirci (e dirlo soprattutto alla Senatrice che comincia ad accusare un po' di stanchezza) di non andarcene subito e di proseguire la visita dell'istituto "cella per cella".

Al primo dei quattro piani della media sicurezza, in un dei due bracci, quello denominato Ponente per la sua esposizione ad Ovest, incontriamo Girolamo V., vecchia conoscenza, detenuto comune ultrasettantenne, deambulante con una sedia a rotelle tra i corridoi che ci saluta e ci ridice delle sue dodici patologie. Ci ri-dice, perché, in realtà ce le aveva raccontate identiche anche durante l'ultima visita che abbiamo fatto con Rocco Ruffa a Natale 2017. Una persona in quelle condizioni, ci ri-chiediamo, è normale che stia lì? E la stessa domanda dobbiamo farcela ancora una volta quando incontriamo H. F., detenuto in carcere nonostante due certificati medici attestanti una "patologia depressiva maggiore incompatibile con la detenzione in Carcere".

Negli altri due piani che visitiamo della media sicurezza, in uno sono quasi tutti stranieri, mentre nell'altro per lo più casi psichiatrici.

Uno di questi, non si alza nemmeno dalla branda quando dalla porta della cella facciamo capire che siamo lì in visita per loro; ha tentato il suicidio qualche settimana prima e, ci spiega l'agente del piano che ci accompagna, "è davvero un problema tenerlo sotto sorveglianza perché non tenti di nuovo il suicidio", soprattutto in considerazione dell'assenza di un sistema di videosorveglianza che consenta di monitorare il detenuto e della cronica carenza di personale in servizio.

Al penultimo piano c'è un padiglione particolare: mentre Salvini fa le sue dichiarazioni sui censimenti dei Rom, ci accorgiamo quasi subito che tutti qui sono o Zingari o Rom. Già "censiti" e concentrati in un unico braccio. E uno di loro, il sig. Passalacqua mentre ci salutiamo ci dice demoralizzato: "dotto', qui ci sentiamo discriminati".

Sono le due e mezza passate, piove ancora a dirotto e quando abbiamo finito di visitare anche il secondo braccio del terzo piano della media sicurezza, d'accordo con la Senatrice Granato, Giovanna Canigiula e gli altri componenti la delegazione, decidiamo di interrompere la visita, senza visitare il quarto piano, per sfruttare un momento di tregua che pare voler concedere la pioggia e uscire "incolumi" dall'istituto. L'acqua è venuta giù così tanta che - come avremo modo di constatare di lì a poco - il cortile davanti l'ingresso è completamente allagato.

Intanto, raggiunto l'atrio di uscita mentre aspettiamo che ci diano quei pochi dati sulle presenze con la promessa di inviarci il questionario compilato, assistiamo a un'emergenza sanitaria. Un detenuto dell'alta sicurezza ha accusato una crisi epilettica ed è urtato con la testa da qualche parte, è stata chiamata l'ambulanza che arriva dall'Ospedale Pugliese Ciaccio di Catanzaro centro in davvero pochissimi minuti nonostante la pioggia. Nel frattempo constatiamo la presenza e l'efficienza del servizio medico H24, 7 giorni su 7, di cui è dotato l'Istituto e che non in tutte le carceri calabresi funziona analogamente.

Mentre l'uomo -di una ventina d'anni- viene caricato sull'ambulanza dai medici e paramedici incuranti della pioggia battente, la è barella già fradicia d'acqua per i pochi metri fatti dal veicolo all'ingresso, l'esclamazione di Ernesto Biondi ci fa riflettere e un po' sorridere: "possibile", si chiede ironico, "che un progettista non preveda nel suo progetto del nuovo padiglione di un istituto penitenziario neanche una pensilina che protegga una persona in barella come nel caso specifico?

Anche noi, infatti, siamo costretti a correre sotto la pioggia fino ai portoni di uscita che danno nel cortile di ingresso totalmente allagato. I tombini sono saltati. E anche qui siamo costretti a fare una sosta forzata assieme all'ambulanza per l'acqua che ha invaso il cortile scendendo copiosa dalla lunga discesa che da fuori porta al cancello principale. Quello che ferma tutto e tutti, tranne l'acqua che entra a fiumi dopo pochi minuti di pioggia.

Terminata la visita, da dentro la macchina di Alberto, con la Senatrice Granato, alle 15.30 circa, ci colleghiamo telefonicamente con Radio Radicale per rilasciare un'intervista sulla visita e dandoci appuntamento "alla prossima".